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Emanuele Cauda - quadri Stampa
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Lunedì 25 Luglio 2011 12:28

 

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QUADRI

di Emanuele Cauda
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 14 marzo 2004




Preludio

Non c’era mai riuscito, mai riuscito. Ogni volta che passava davanti a uno di quei quadri troppo moderni, quei quadri che sembravano un ammasso di colore variegato e dai quali sarebbero dovute apparire forme, montagne, animali, ogni volta si fermava come intontito, ipnotizzato, perso anche per ore.
“Guarda quel vecchio, pare una mummia” disse un ragazzo a voce non troppo bassa, sgomitando all’amico.
“Ha gli occhi che paiono un pesce. Nonno, chiudi la bocca” rispose l’altro e sghignazzando se ne andarono.
Avevano ragione, pareva un vecchio rimbambito, che non si sapeva come fosse riuscito ad arrivare lì da solo sulle sue gambe.
Vecchio lo era, anziano come correggevano il tiro affettuosamente i suoi nipoti del giovedì; aveva passato da ormai troppo tempo gli ottanta.
Rimbambito no però. Semplicemente non c’era mai riuscito, a vedere forme spuntare come per incanto dal colore. Non aveva mai vissuto quel momento.
Ma quei quadri lo affascinavano, lo attiravano e lo intrappolavano in un vortice senza né spazio né tempo. Poi lo sputavano, sfatto con tutti i suoi anni.
“È ora che torni a casa” disse, anche lui a voce non troppo bassa.
Subito si voltò, per assicurarsi che nessuno l’avesse sentito e additato nuovamente per rimbambito, ma la musica troppo alta e la fretta del sabato pomeriggio in un anonimo corridoio di un centro commerciale avevano ingurgitato le sue parole.
Uscì lentamente e i suoi passi sapevano dove condurlo.


La casa

La porta si richiuse sul freddo e lui fu dentro.
Quella casa sapeva di vecchio anche lei, erano 60 anni che si facevano compagnia a vicenda da quando lui, giovane professore di latino del ginnasio, la vide e la scelse come rifugio.
Fu sempre lei ad accudirlo, anno dopo anno, e a consolarlo nelle giornate buie; lei si modellò pian piano a sua immagine e diventò la sua compagna di un vita.
Era stata la sua unica compagna: nessuna donna aveva mai varcato quella soglia, se non le sorelle fin troppo desiderose di infilarsi tra le mura e pianificargli la vita ma che ultimamente avevano capito il senso di una porta chiusa in fretta.
Avventure. Qualcuna ne aveva avuta, qualche collega di scuola, ma nessuna che fosse andata oltre una seconda uscita e nessuna che si fosse potuta trasformare nella parola compagna.
Il lavoro era stato la sua vita: laureatosi in lettere antiche, era divenuto subito di ruolo come professore di latino in uno dei licei più rinomati della città.
E l’insegnamento e lo studio degli autori classici erano diventati i suoi giorni e le sue notti: non amava particolarmente tutto questo, o almeno così pareva, ma erano fedeli, sempre presenti sulla sua scrivania sotto forma di lezioni da preparare e traduzioni da completare.
I ragazzi in classe lo avevano sempre sopportato, mai né osannato né odiato: il suo occhio attento gli avevano sempre permesso di stare nel mezzo, mai né troppo accondiscendente e brillante né tropo severo.
La loro sorte alla fine di ogni anno non lo aveva mai troppo toccato: tirava semplicemente le somme allo stesso modo in cui riconosceva al buio una perifrastica passiva, senza esserne smosso.
Questa era stata la sua vita fino al “grande imprevisto”, come era solito chiamarlo: un male che lo aveva costretto a letto per mesi incubato fin nel profondo dell’animo e poi sballottato da uno studio medico all’altro, costretto dalle sempre troppo presenti sorelle, per tentare un rimedio, “debellare cellule che avevano scelto un’altra via” diceva lui.
E adesso il “grande imprevisto”, dopo avergli portato via anni e la voglia di ritornare a lavorare, gli aveva dato infine tempo, come se sapesse che il tempo per lui era ormai a breve termine.
Si sedette sulla vecchia e calda poltrona e si accese una sigaretta
“Vecchio come sono, non mi tolgono neanche più questo” disse e chiuse gli occhi.


Il giovedì

“Ciao nonno, siamo arrivati!! Hai smesso di fumare, non si sente odore di sigaretta !!”
“Non smetterò mai di fumare!”
Ogni giovedì l’arrivo dei nipoti gli provocava inacidimento e stuzzicava il suo lato burbero: non erano figli delle sue sorelle, quelli da tanto tempo non frequentavano più la sua casa, ma i figli della sua vicina di letto ai tempi dell’ospedale che si erano affezionati a quel vecchio professore.
Non capiva perché avessero scelto di andarlo a trovare ogni settimana, ma con l’andare del tempo si era abituato a tenere aperta la finestra un po’, prima del loro arrivo: odiavano così tanto il fumo e gli impedivano di tenere una sigaretta in bocca durante la loro visita.
“Nonno, ci sono dei biscotti nuovi qui nel mobile, ti prepariamo il tè? “ chiese il ragazzino, uscendo dalla cucina seguito dalla sorella maggiore, ormai sempre più donna, ma con ancora i segni indelebili dell’acne giovanile.
“Li vendevano a poco nel negozio, fatene cosa volete” rispose lui, evitando di far sapere come si fosse svegliato presto per poterli prendere in pasticceria appena fatti e portarli a casa per loro.
Erano così quei pomeriggi di visite forzate che lui non riusciva più a evitare: doveva correre loro dietro per evitare che gli rivoltassero la casa con la scusa di pulirla; era una ventata di aria fresca, genuina, affettuosa e per questo detestabile, ma cui non riusciva più a rinunciare.
Verso l’ora di cena, sfinito, si buttava spesso sulla poltrona a leggere quel poco di libro che la sua vista ancora gli concedeva.
“Ciao nonno, ci vediamo la settimana prossima” dissero uscendo.
“Fate come volete” rispose lui, nella speranza profonda di rivederli ancora un’altra volta.


Il momento

“Grazie mille” disse la donna incinta salendo sull’ascensore che lui aveva tenuto aperto per permetterle di salire.
“A che piano?” chiese la signora, sorridendo.
“Quinto” rispose lui, deciso.
Stava andando, controvoglia, in un ufficio comunale per una controversia con il catasto e non aveva voluto che nessuno, neanche i nipoti del giovedì, lo accompagnassero
“Non sono mica così rimbambito” aveva sentenziato.
Improvvisamente l’ascensore si bloccò, si accese la luce d’emergenza e lui rimase bloccato dentro con la signora incinta.
“Faremo di tutto per tirarvi fuori, ma ci vorrà del tempo: è andata via la luce nello stabile” gridarono da un posto indefinito, qualche minuto dopo.
“Mi si sono rotte le acque” disse con un filo di voce la signora, tenendosi il pancione.
Lui si voltò e la osservò con un misto tra lo stupito e l’indispettito: “Poteva essere una persona così incurante della situazione, così fuoriposto” pensò.
Urlarono entrambi di farli uscire per differenti stati d’animo: dolore lei e irritazione lui, ma nessuno rispose più.
I minuti correvano veloci e le contrazioni aumentavano, lo stato d’animo di lui mutò progressivamente verso l’affanno e l’incapacità di reggere tale situazione. Capì di essere lui quello fuoriposto e che non poteva che rimanerci.
Dopo venti minuti la donna si accasciò a terra seguita da lui, che sentiva che stava per accadere qualcosa cui non aveva mai prestato troppa attenzione.
Senza sapere davvero il perché si tolse la giacca di cotone, strappò le maniche e le ridusse in brandelli; si mise di fronte alla donna che ormai urlava piangendo e la incitò a spingere: lui stava aiutando a partorire una donna di cui non sapeva nemmeno il nome.
Il bambino uscì, lui lo prese e lo offrì alla mamma: in quel momento capì e gli si aprirono gli occhi su tutto.
L’ascensore si illuminò e ripartì; le porte si aprirono e i soccorritori videro la donna, il bimbo, e li aiutarono a uscire.
Lui uscì e vide nel corridoio il quadro: pieno di colori, viola, verde, blu, omogenei; lo osservò e una foresta ne venne fuori per incanto e lo avvolse.
Il cielo scendeva in terra sotto forma di pioggia e uno stormo di uccelli coloratissimi invase la sua testa e lui si fece trasportare.
Così se ne andò lui.





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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
I RACCONTI DI SCRITTURALIA

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:40 )
 

 



 

 

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