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Silvia Cecchini - la bellezza Stampa
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 17:58

 

 

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LA BELLEZZA

di Silvia Cecchini
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004




Essendo stata invocata più volte, prima con pensieri sussurrati, poi detti, poi sospirati e ora anche cantati, la Bellezza si decide a rispondere alle chiamate di un gruppo di artisti che hanno bisogno di lei: proprio oggi che avrebbe potuto finalmente riposarsi, avendo dato mandato a viti e aceri, coi loro colori autunnali, di lavorare al posto suo… ma tant’è!… E, dunque, eccola iniziare da Michela, che, rigirandosi la penna tra le mani, sospira: “Come faccio a scrivere qualcosa di bello su uno starnuto?”…Per andare poi da Orietta, che è stata la prima a invocarla, in nome del principio che l’arte deve trasmettere bellezza anche quando esplora le ombre dell’anima. Giovanni ha gli occhi chiusi, in meditazione: l’ha chiamata più volte, a modo suo, talmente tante volte che non riesce a sentire la sua risposta. Enrica sta danzando: questo è il suo modo di invitarla. E Ombretta si sta mordicchiando le labbra e non riesce a stare ferma: continuando a pensare al lupo, tema del suo lavoro, è diventata anche lei un animale inquieto, in cerca di spazi aperti, e non di carta e penna.
“No, non si fa così…” scuote il capo la Bellezza, ma non c’è alcun rimprovero nel suo dire, solo la tenerezza di chi tiene per mano un bimbo che impara a camminare. Ed è proprio così che decide di fare: di tenerli per mano, questi artisti in cerca di bellezza. E cambia dimensione, numero, forma.
Ezio sta versando lo zucchero nel caffè quando, per un istante, proprio prima che lo zucchero affondi, vede il bianco e il nero che si mescolano, terra e acqua, e capisce il cambiamento che fa sì che quell’istante svanisca senza lasciare altra traccia che la sua bellezza, che resta dentro di lui. E “Che bello!” dice Dorina sentendo l’acqua che le scorre tra le dita: semplice gesto ripetuto così tante volte e, oggi, improvvisamente diventato unico. Elena e Mirco, adesso, hanno rinunciato a discutere: si sono addormentati e i loro sogni si rincorrono, rubando l’uno i colori dell’altro, per diventare più belli. Virginia scrive, scrive, scrive: chi ha detto che la bellezza non ha parole? Le parole escono da lei senza neanche farsene accorgere, come una danza, che la lascia stupita e sorridente. Lorena osserva il gas che sta scaldando l’acqua: la fiamma blu ha dei guizzi rossi, ogni tanto, e il rosso le entra dentro di nascosto, suo malgrado, a illuminare come bacche i suoi cespugli di rovi. Enrica si avvia verso lo specchio, con le sue creme per il viso. Sa di essere bella dentro, glielo dicono da quando è piccola, ma non è così che vorrebbe esserlo: è fuori, per lei, il posto della bellezza, proprio sul suo viso… E mentre si stende la crema coi polpastrelli si guarda, meccanicamente, dentro il suo specchio, amato e odiato, e si vede, improvvisamente, bella. Non definibile altrimenti: solo bella. E lo specchio riceve il suo messaggio e lo trasmette a tanti altri specchi, che esclamano “Bella!” a Michela, Silvia, Maria, Orietta, Carla, Ombretta, e Luisa.
Giovanni ha aperto gli occhi: dentro la sua testa solo il silenzio, come una canzone.
Adesso che l’ultima parola dell’ultimo artista è stata letta e ascoltata, questo stesso silenzio riempie la sera, già notte, adesso che fa buio così presto.
Silvia sta per spegnere il computer, quando vede qualcosa. La Bellezza la guarda, attraverso gli occhi della Venere che Sandrino ha dipinto per lei una volta, e che adesso è sul desktop di un computer.
Si strizzano l’occhio, lei e chi c’è dall’altra parte.
E adesso, pensano tutte e due, possiamo chiudere anche questo giorno.
In Bellezza.





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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:47 )
 

 



 

 

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