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              Tratto da Cascina Macondo www.cascinamacondo.com

 


 

Patrizia Ferraris - il ciliegio caduto nello stagno Stampa
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Scritto da Super Amministratore   
Giovedì 29 Dicembre 2011 17:31

 

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IL CILIEGIO CADUTO NELLO STAGNO

di Patrizia Ferraris
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004




Eeetciù! Eeeetciù!! Eeeetciùuuuu!!!
“E basta!!!”
“Finirai con l’attaccare il raffreddore a tutto il bosco!”
“Fai qualcosa, no?”
“Scusate…- si vergognò il salice, tirando su col naso - ma fino a che Tobia continuerà a farmi pipì sui piedi, come potete pretendere che io la smetta di starnutire? Sempre con le radici umide… oh, non è mica uno scherzo! E poi, fosse un barboncino… ma è un alano!!!”
“E basta, sempve che ti autocommisevi… Dio, che lagna! - fece il pesco - Ma guavda che ci sono disgvazie ben peggiovi, al mondo! …Pvendi me: mi evo appena messo in testa una velette di fiovellini vosa, ma non di quel vosa antico che fa tanto vecchia zia, no, più un vosa Battisti, da innamovati, fovse un tantino fvu-fvu ma che stempevato dal mavvone dei vami faceva la sua povca figuva e.. zac! Una gvandinata  della madonna! Voba che adesso mi vevgogno a favmi vedeve in givo, non hai ide..
“AAAAAARGH!!!! LO HA FATTO DI NUOVO, PORCO SCHIFO!!! La piccola Cecilia ha di nuovo cambiato fidanzatino…. E pazienza per la reputazione che si sta costruendo, anche se “La Mata Hari di Sassuolo” non mi sembra un gran che come soprannome per una ragazzina di dieci anni, ma io dico, ma i cuoricini con il nome dell’amore suo dentro, ma non potrebbe tatuarseli sul SUO, di tronco?!?”
“He he, cara he he quercia, almeno he he he he tu soffri una he he volta alla settimana! Che cosa he he dovrei dire he he io, che sono he he he diventato la palestra ha ha ha di roccía dei sei he he gattini di Rosamunda? - esalò il faggio -.
“Idioti!- pensò il ciliegio.- Parlano così perché sono ancora giovani, ma quando saranno vecchi e nemmeno più un chihuahua li degnerà della sua attenzione, allora piangeranno! E poi ne verranno altri al posto loro, e poi altri e altri ancora… che noia!”.
Ormai era lì da quanti anni? Due… no! Tre-cento!
E ne aveva viste di cose, uuuuh, se ne aveva viste!
Lui con la sua unica ciliegia… Unica, ma bellissima: sferica, perfetta, roba da far impazzire qualsiasi filosofo greco, e lucente… Beh, forse proprio “lucente” no… per guadagnarsi quell’aggettivo il ciliegio avrebbe dovuto avere la lungimiranza di protendersi sulla pentola accoccolata sui piedi dell’arcobaleno, quella piena d’oro insomma, ma quando era giunto il suo turno di arcobaleni in giro nemmeno l’ombra, si vede che erano parenti degli ombrelli, mai una volta che ci siano quando ti servono, ma del resto forse era stato un bene, la sua ciliegia così rotonda, se fosse stata dorata, sai quanta gente avrebbe richiamato, gente che scambiandola per una mela l’avrebbe additata agli amici starnazzando: “Guardate, un pomo d’oro!” “Sì, ma un pomodoro gigante!” e tutti a buttarsi via dal ridere, convinti di aver detto la genialata del secolo….
Un brivido di terrore e disgusto gli aggricciò la clorofilla nelle vene.
Pensandoci bene, forse la palma d’oro dell’idiozia non andava assegnata al regno vegetale… a proposito della palma! Quella sì che aveva saputo cogliere l’attimo, e scegliere la pentola migliore! Quell’opportunista, quella schifosa, quella… femmina!
Puah!
Il ciliegio dovette fare uno sforzo per riacquistare il controllo.
Ma, in fondo, a lui che importava?
Grande era il suo destino! Lui era il terzo moschettiere, il terzo vertice di un triangolo equilatero, il predestinato a chiudere il percorso di perfezione iniziato da Achille che, immerso nell’acqua divina, era diventato invulnerabile, proseguito, in un crescendo di perfezione, da Obelix, che caduto nella pozione magica era diventato invincibile, e concluso da lui stesso, che dopo la caduta nel pentolone era diventato…
FIGO!!!
Doveva ammettere, nonostante la sua spiccata modestia, che era proprio un gran bel pezzo d’albero… Le foglie sempre pettinate, che soffiasse la tramontana o dardeggiasse il solleone, la ciliegia accattivante ma incorruttibile, e la corteccia…. Diiiiio, la corteccia! Liiiiiscia, come la pelle di una betulla nana -e dire che ne erano passati di anni, sul suo tronco…
Certo, forse ogni tanto sentiva i rami un po’ rigidini, ma in fondo bisogna pur pagare un prezzo per l’eterna giovinezza! Sospirò soddisfatto il ciliegio che tanto, tanto tempo prima era caduto nel pentolone di stagno.





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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 30 Dicembre 2011 10:49 )
 

 



 

 

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