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Elisabetta Pesante - l'aperitivo Stampa
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 23 Luglio 2011 07:47

 

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L’APERITIVO

di Elisabetta Pesante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 novembre 2005




All’aperitivo nessuno può resistere. L’odore e il gusto fatato di un bel bocconcino che si scioglie in bocca fa andare in pappa il cervello… Ma c’è qualcosa di più. L’aperitivo può diventare opera d’arte: in quel povero pezzo di formaggio spiattellato su un cracker, o in quella tartina farcita con paté di olive c’è una vera e propria sapienza. Mi spiego meglio. I veri cuochi e gli chef producono arte perché per formare un piatto con al centro una bella coscia di maiale tenero, circondato da olive verdi, speck e toma piccante, bisogna avere creatività. È come dipingere un quadro, sentendosi il padrone di tutti i colori, in modo da mescolarli con maestria: sapore, colore e intuito, nutrimento di bellezza e di piacere.
Mi trovo in un bar dove è offerto un aperitivo. La gente è vestita con vivaci colori. Sono tutti raccolti intorno ai tavoli o seduti su panchine a bere Martini e Bitter. Chiacchierano. Alcuni sono mezzo ubriachi. L’aperitivo è il luogo di incontro per ciance mondane, superficiali. Si spettegola su chi non è presente e si parla del più e del meno. L’aperitivo è un’isola di spensieratezza che solleva dal peso del lavoro e dei problemi quotidiani.
L’aperitivo è uno stuzzichino. È l’inizio: i primi sguardi amorosi, attraverso i quali riesci a farti un’idea della persona che ti sembra gentile, buffa e simpatica, ma che potrebbe poi rivelarsi noiosa ed egoista; i primi giorni di scuola, in cui ti ambienti con il nuovo mondo, conosci le nuove maestre, i compagni, e diventi amico di tutti; le prime spighe di grano che nascono e potranno crescere floride o venire spazzate via dalla tempesta.
L’aperitivo è l’alba del mondo.
A pensarci bene, anche io sono un aperitivo!

 


 

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:24 )
 

 



 

 

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