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Paolo Severi - il punto è un fiore Stampa
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 07:54

 

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IL PUNTO È UN FIORE

di Paolo Severi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006





Prologo
Escluso il prologo e la firma, sono esattamente 1.234 parole. 1+2+3+4=10, la “Tetractis Pitagorea”. Vorrà dire qualcosa?

Cercherò di presentarmi, anche se non è facile.
Vedrete che anche darmi un nome non è semplice. Se vengo da un’altra dimensione? Anche questo è improprio; sì, appartengo e non appartengo alle vostre dimensioni, ma andiamo per gradi.
Diciamo che mi chiamo “Pa”, tanto per cercare di semplificare le cose. Quando le avremo semplificate del tutto, quando proprio non ci sarà più nulla da semplificare, allora vi sarete avvicinati a quello che, in qualche modo, sono.
La prima tentazione era di chiamarmi “Pu”. Ma non andava bene, perché l’idea di una diminuzione di “Punto” è contraddittoria. Il “Punto” non può essere rimpicciolito.
Se sono un punto? In un certo senso sì, ma non dal vostro punto di vista. E dalli! Voi avete un concetto distorto del punto, e anche questa è una palese contraddizione, perché il punto non si può distorcere.
Comunque, sono un punto. E vengo dalla mia dimensione, che è la dimensione zero. E qui sorgono le prime complicazioni: voi, in quale dimensione vi esprimete? La terza? La quarta? La trevirgolaquattordicesima? Dite la verità: non lo sapete. Vivete nella vostra e basta, e cercate di spiegare le altre dimensioni usando i vostri metri. È evidente che fate un po’ di confusione.
Cercherò quindi di buttare benzina sul fuoco delle vostre certezze. Non per crudeltà, ma per il piacere del dialogo, perché, fino a ora, sul mio conto avete detto un sacco di fesserie, e sarebbe ora di finirla.
Finirla.
Pensate che sforzo logico devo fare per concepire una parola come “finirla”. Dalla dimensione zero da cui vengo, non c’è né spazio, né inizio, né fine, per cui “finirla” è un concetto difficile. Ma, se devo esprimermi con il vostro linguaggio, cercherò di impegnarmi. Voi, vi siete impegnati per esprimervi nel mio?
Mi sono documentato. Ho sfogliato enciclopedie, dizionari, testi di geometria e di matematica, per vedere cosa intendete con la parola “Punto”. C’è da mettersi le mani nei capelli, anche se, ovviamente, non ne ho.
-    “Elemento primario, senza dimensioni, indefinibile”. Sarebbe stato meglio dire semplicemente “Non lo so!”
-    “Luogo d’incontro di due rette…” Già, per poi definire la retta come “Luogo dei punti in cui…”
-    “Il concetto di punto si può assimilare a quello di centralità…” Elegante tautologia, in quanto se, per esempio, pensiamo al centro di un cerchio, cosa caspita è un cerchio, se non “Il luogo dei punti di un piano equidistanti da un punto detto centro?”
Potrei continuare, ma lo spettacolo è desolante. Tutta la vostra geometria si basa su dei concetti che non sapete cosa sono. Ovviamente, se non sapete definire il concetto di “Punto”, brancolate nel buio anche per quanto riguarda “Retta”, “Piano”, “Angolo”, “Solido”, “Ipercubo”, e così via. Naturalmente, se non sapete cosa sia un “Punto” a zero dimensioni, lasciamo perdere cosa potete intendere per uno “Spazio” a “n” dimensioni! Quindi, tutta la vostra geometria è completamente campata per aria. Ho cercato la definizione in altri ambiti, e mi sono almeno divertito. La definizione più carina l’ho letta in un qualche libro New Age; chiedo scusa se non ne ricordo l’autore ma, non avendo dimensioni, cercate di capire, ho anche poca memoria. Ma, forse, era “Guru Maj”, e, se non era lei, pazienza.
-    “Il Punto è un fiore nel quale si nasconde il mio Universo.” Così, a occhio e croce, non mi sembra che significhi nulla, ma sotto un punto di vista (e dalli) estetico, mi sembra davvero carino.
Mi sono dovuto sciroppare dei pesantissimi trattati di metafisica per cavare un ragno dal buco. Alla fine, ci sono riuscito, in maniera “abbastanza” soddisfacente.
-    “Il Punto è il limite del rimpicciolimento.” In queste sette parole c’è concentrato il massimo della saggezza che la vostra civiltà ha saputo esprimere sul mio conto. Le ha scritte il grande “René Guenon”. Vale la pena di soffermarci un poco sopra.
“Il Punto è il limite del rimpicciolimento.” Perfetto. Il punto non appartiene alla vostra dimensione, la sua essenza per voi è quindi irraggiungibile, ma lo potete, giustamente, indagare come “limite”. Sul concetto di “Limite” avete fondato tutta la vostra matematica infinitesimale, e avete svolto un ottimo lavoro.
Ma…
È evidente che c’è un “Ma”.
È un problema di direzione. Ovviamente, per voi che vi esprimete nelle vostre dimensioni, ciò che accade nelle altre dimensioni è qualcosa di concettuale, di teorico, se non addirittura di poetico… Certo, molti pensatori hanno sostenuto, e continuano a sostenere, che quello delle dimensioni è un trucco per cercare di capire, semplificandole, le cose, per cui lo studio delle dimensioni è un passo in avanti nel momento della sua acquisizione, mentre il vero balzo in avanti avviene nel momento del suo abbandono… A me sembra un modo per risolvere il problema dicendo che non esiste, ma resta il fatto che “io” sono a dimensione zero, e “voi” no!
Vi ho confuso abbastanza le idee? Spero di sì, perché sono solo all’inizio.
Inizio.
Già mi ero soffermato sulla parola “Finirla”. E adesso parlo di “Inizio”. “Tempo”, dite voi? Mah! Dal vostro punto di vista, tutto quello che non attiene direttamente alla vostra dimensione, o è una concentrazione, o è una espansione. Viene spontaneo da chiedere: “Ma chi vi credete di essere?” Ma lasciamo perdere. Non voglio entrare in polemica! Cercherò di esprimermi dal mio punto (e ridalli!) di vista.
Cercate di costruire questa semplice immagine mentale. Un punto nello spazio. Questo punto viene attraversato da alcune rette. Come un enorme soffione di primavera. Il numero delle rette aumenta. Non ci sono limiti al numero di rette che possiamo immaginare: cento, cento miliardi di miliardi, un numero grande a piacere… (scusate se non uso la parola “Infinito”; fra noi punti, quella è una parola, come dire, “Tabù”). Avete visto che immagine grandiosa? In un punto di dimensioni zero possono transitare contemporaneamente un numero illimitato di rette! Che spettacolo meraviglioso! Ma pensate un attimo a tutte queste rette. E cominciamo a giocare. Non le possiamo certo spostare, perché, debbono tutte passare attraverso quel punto fermo. Prendiamone in considerazione una decina, scelte a casaccio, come un fascio di spaghetti molto sottili (per piacere, non fate i furbi, e non sceglietele sullo stesso piano)… Bene. Quante coppie di rette si possono combinare? Non mi interessa la risposta precisa. L’importante è che è chiaro che sono molte più di dieci! E quante sono le coppie di rette, e quindi i piani, che attraversano quel benedetto punto già attraversato da innumerevoli rette? Sentite che bello: “Molto più che innumerevoli!!!” Ma andiamo avanti, che comincio a divertirmi. Due rette che si incontrano in un punto determinano un piano, e mi va bene. Ovviamente, determinano anche degli angoli. Due piani che si incontrano in una retta determinano un angolo diedro, mentre tre piani che si incontrano in uno stesso punto determinano una serie di spigoli. Quanti sono gli angoli e gli spigoli che si formano in quel favoloso groviglio di rette che si ingrugnano tutte nello stesso punto? “Moltissimissimissimo più che innumerevoli!!!”
Capite che, dalla mia prospettiva, ho tutto da guadagnare, e niente da perdere? Sono a dimensione zero, posso restare come sono, o crescere d’un balzo a dimensioni che voi, circoscritti nelle vostre limitate e rigide dimensioni, non potete nemmeno immaginare, se non grazie agli sfoghi di qualche menestrello. E non ve ne siete nemmeno accorti.

Il Punto è un fiore
nel quale si nasconde
il mio Universo.

Sì, anche nella mia dimensione amiamo gli Haiku.


 



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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:56 )
 

 



 

 

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