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Enzo Pesante - dalle memorie di Cosimo Piovasco Stampa
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 10:35

 

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DALLE MEMORIE INEDITE DI

COSIMO PIOVASCO DI RONDÒ,

DUCA D’OMBROSA, IL BARONE RAMPANTE

di Enzo Pesante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2007




Sono scomparso, non morto. Volato via con una mongolfiera. Ma per meglio raccontare di me, è necessario che il mio secondo inizio sia preceduto dalla mia prima fine. È mio fratello, Italo, che ne parla, in un libro che so discreto, discretamente scritto e venduto, mi sembra.
Ora io non so che cosa ci porterà questo secolo decimonono, cominciato male e che continua sempre peggio. Grava sull’Europa l’ombra della Restaurazione; gli ideali della giovinezza, i lumi, le speranze del nostro secolo decimottavo, tutto è cenere.
Prima era diverso, c’era mio fratello; mi dicevo: “c’è già lui che ci pensa” e io badavo a vivere. Ricordo quando s’ammalò. Salii io sulla scala. - Cosimo, - principiai a dirgli, - hai sessantacinque anni passati, come puoi continuare a stare lì in cima? Ormai quello che volevi dire l’hai detto, abbiamo capito, è stata una grande forza d’animo la tua, ce l’hai fatta, ora puoi scendere. Anche per chi ha passato tutta la vita in mare c’è l’età in cui si sbarca.
Macché. Fece di no con la mano. S’aggravò. Era salito in cima all’albero e se ne stava a cavalcioni d’un ramo altissimo, con indosso solo una camicia. Si levò il vento, era libeccio, la vetta dell’albero ondeggiava. In quella in cielo apparve una mongolfiera. Era un bel pallone, ornato di frange e gale e fiocchi, con appesa una navicella di vimini. Quand’ecco la mongolfiera fu presa da una girata di libeccio; cominciò a correre nel vento vorticando come una trottola, e andava verso il mare con l’ancora srotolata per cercare d’afferrarsi a qualche appiglio.
L’agonizzante Cosimo, nel momento in cui la fune gli passò vicino, spiccò un balzo di quelli che gli erano consueti nella sua gioventù, s’aggrappò alla corda, coi piedi sull’ancora e il corpo raggomitolato, e così lo vedemmo volar via, trascinato dal vento, e sparire verso il mare.
Così scomparve Cosimo. Nella tomba di famiglia c’è una stele che lo ricorda con scritto: “Cosimo Piovasco di Rondò - Visse sugli alberi - Amò sempre la terra - Salì in cielo”.

Ciao fratello, cantore del mio estremo epilogo. Misterioso epilogo. Morte? Fuga? Volontario esilio dal corrotto mondo? O ultimo senile spasimo di infantile baldanza, con quel salto su quell’ancoraltalena levata verso il cielo? O, ancora, beffa del fato per me, uomo-acrobata, cultore del libero arbitrio, rimasto impigliato nell’uncino del destino. O, infine, punizione divina per la tracotanza di un uomo liberatosi dai lacci di Dio.
Alla fine, comunque, eccomi lì, in quest’immagine aerea di vecchio vestito solo di una camicia, in volo tra mare e cielo aggrappato a un’ancora, puntino nero tra due distese fuse laggiù all’orizzonte nell’azzurro infinito.
Bell’immagine, bravo Italo, hai ben meritato i tuoi diritti d’autore. Ma, per quanto riguarda me… e poi? E poi, che ne è stato di quel vecchio fissato, di quel ribelle fuori dal tempo, paladino della libertà, di quell’originale malato d’orgoglio, di quel pazzo secco e alto, fiero e altezzoso, che dal secolo dei lumi si libra verso il futuro? Già, che ne fu? E che ne è, ancora, oggi come ieri, oggi come domani, oggi come sempre…
La verità è che sono partito per restare. Fuggito a bordo di un bel paradosso, bravo Italo: un’ancora che vola, come un paradosso è stata la mia vita di uomo uccello, proiettato verso il cielo del mito per rimanere per sempre ancorato alla vita, sulla terra. Sono volato via per esistere ovunque e in ogni tempo. E lassù, se proprio vuoi saperlo, me la sono anche spassata.
Vecchio sulla terra, sono rinato tra le nuvole, di nuovo giovane, di nuovo forte e virile. Appeso alle funi della mongolfiera, nudo come la prima scimmia umana, come il primo uomo eretto nel busto, come novello Adamo col membro alzato alla vista della sua costola Eva, ogni giorno mi sono goduto la mia Viola Violante d’Ondariva, la mia Sinforosa. Ho succhiato ogni lembo della sua pelle, sono annegato nella saliva del suo piacere, sono morto e risorto con lei mille e una notte.
Poi, lassù, se vuoi ancora saperlo, è stato inevitabile vedere con chiarezza il male. Ho sofferto tutte le sofferenze che dal basso balzavano verso di me gridando la loro rabbia e disperazione. Sono morto per ogni morte, sono invecchiato sorvolando opposte trincee rigurgitanti topi vestiti con uguali uniformi di fango e di merda, sono rimasto pietrificato all’odore dolciastro dei fumi sprigionato da camini recintati da filo di ferro elettrificato, sono esploso blasfemo bestemmiando per ogni uomo sacrificato a Dio.
Insomma, ho vissuto quassù le stesse mille vite che voi avete vissuto laggiù, tutte insieme, tutte in me racchiuse. Come un povero Cristo inchiodato alla sua croce volante, dall’alto ho ripercorso le storie di quel bipede accidente della natura che dal cielo appare ciò che è: un insignificante punto nero nell’universo.
Questa è stata la mia gloria. Come dice di me mio fratello: “solo essendo così spietatamente se stesso come fu fino alla morte, poteva dare qualcosa a tutti gli uomini.”
Questo è stato, infine, il prezzo pagato per aver conquistato con una ferrea vita l’autonomia, questa è stata la mia condanna: essere vostro schiavo, perennemente presente come la coscienza collettiva che risorge ogni volta dopo ogni distruzione, che rinasce allo spegnersi di ogni illusione, che ricomincia ogni volta che sul foglio compare la parola fine.
Vero, fratello?
Ogni tanto scrivendo m’interrompo e vado alla finestra. Il cielo è vuoto, e a noi vecchi d’Ombrosa, abituati a vivere sotto quelle verdi cupole, fa male agli occhi guardarlo. Si direbbe che gli alberi non hanno retto, dopo che mio fratello se n’è andato.
Ombrosa non c'è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo solo a sprazzi irregolari e ritagli, forse c'era solo perché ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d'inchiostro, come l'ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s'intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee e sogni ed è finito.

Bravo, Italo, gran bel finale. Bravo fratello. È sempre un piacere tornare a sentirti. Ora devo riprendere quota con la mia mongolfiera. À la prochaine, e grazie.

Cosimo Piovasco di Rondò
Duca d’Ombrosa




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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:17 )
 

 



 

 

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