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              Tratto da Cascina Macondo www.cascinamacondo.com

 


 

Gianni Paglieri - senza parole Stampa
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Scritto da Tartamella   
Martedì 19 Luglio 2011 17:06

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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SENZA PAROLE

di Gianni Paglieri
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2008





Da quando era rimasto solo era andato ad abitare nella casa dei vecchi, come era solito chiamare la casa che aveva visto la sua infanzia, nel paese che all’età di vent’anni aveva lasciato con gioia, senza rimpianti, senza che un qualsivoglia rimorso gli turbasse l’animo, convinto di non lasciare nulla alle sue spalle che valesse la pena rimpiangere.
Era andato via seguendo il convincimento che l’unica cosa da fare fosse quella di ubbidire all’insopprimibile impulso di libertà che lo spingeva lontano da quel mondo che non amava e che considerava troppo angusto per i suoi sogni. Partendo cedeva al desiderio di confrontarsi con un altrove diverso e, quando partì, non vi era in lui il benché minimo programma di tornare indietro.
Negli anni che seguirono, il pensiero del ritorno si affacciò ogni tanto nel suo animo, ma per una ragione o per l’altra riuscì sempre a tacitarlo. Il pensiero del ritorno che ogni viaggiare richiama come necessaria conclusione del percorso effettuato, sostava dimenticato e quieto nella penombra del suo animo, ma pareva sommergerlo quando il suo cuore cedeva alla malinconia.
Negli ultimi tempi, smesso definitivamente il suo viaggiare, si era accorto che in quel momento particolare della sua vita, quando tutte le aspirazioni, le ambizioni, i desideri avuti e sognati sembravano definitivamente svaniti, si ritrovava inaspettatamente di nuovo al punto di partenza, nel paese che l’aveva visto bambino, ma ancora col desiderio di partire a rendergli inquieto il cuore. Convinto della necessità di fermarsi definitivamente dopo aver viaggiato per anni, proprio non sapeva dire quale mare da un po’ di tempo gli stava rubando il sonno e quali erano i desideri che turbavano ancora il suo cuore.
Era certo che fosse giunto quel tempo di cui aveva tante volte sentito raccontare da altri, che è il tempo dei ricordi, o meglio, il tempo in cui non resta che vivere di ricordi e ogni giorno guardava da lontano e con nostalgia lo spicchio di mare al di là delle colline e ne immaginava il profumo e i colori.
Tornato al punto di partenza si era scoperto felice di rivedere quelle pietre che l’avevano visto bambino e quelle case che, alla sua età avanzata, amava ancora in maniera così viscerale e profonda. Ora che anche il suo camminare sulla strada della vita stava volgendo al termine aveva la necessità di ricordare la sua vita trascorsa per avere conferma di non dovere rinunciare a nulla del suo passato. Finalmente capiva che quella sua ribellione iniziale non era stata altro che una delle tante impulsività che la gioventù richiede.
Nel tempo in cui era stato lontano dal suo paese vi era tornato molte volte con il pensiero e con il desiderio e ogni volta questi pensieri erano stati medicina e linimento per il suo dolore di vivere. Negli anni passati vi era tornato in occasione di qualche lutto familiare, vi si era fermato un giorno o due ma, appena trascorso il tempo richiesto dalla circostanza, era sempre ripartito con gioia. Ogni volta che tornava scopriva la gioia del ritorno, e il desiderio di un altrove diverso dove ancora scoprire cose nuove.
Ora però le cose erano sostanzialmente cambiate, l’impulsività e l’arroganza della gioventù se ne erano andate, la sua vita era quasi del tutto trascorsa e la morte, alla quale pensava sempre più spesso, gli sembrava molto lontana anche se mestamente considerava di avere oltrepassato gli ottant’anni e di essere solo.
La moglie, infatti, l’aveva lasciato da qualche anno, e lui era rimasto con un vuoto incolmabile dentro, come se fosse andata via una gran parte di se stesso. A volte lo assaliva il desiderio incontrollabile di parlare ancora alla donna con la quale aveva condiviso un lungo tratto di strada, ma non era possibile parlare senza un interlocutore e aveva imparato a ricordarla senza parole lasciando che a parlare fosse la voce del suo cuore.
I suoi figli avevano delle bellissime famiglie, ma vivevano lontani da lui e venivano a trovarlo raramente… troppo raramente. Li avrebbe voluti più vicini, ma si accorgeva che per una sorta di legge del contrappasso si comportavano esattamente come aveva fatto lui, per tanti anni, in passato, con i suoi genitori.
Arrivavano quasi sempre all’improvviso e poco dopo parevano all’improvviso ricordarsi di avere qualcosa di urgente da fare per cui dovevano andarsene, e inesorabilmente andavano via di fretta e lui, ogni volta, provava delusione, si sentiva un poco triste e li salutava bonario, ma senza parole.
Avrebbe preferito non si fossero sentiti così in obbligo di venire a fargli visita perché in quel turbinare di saluti e di frasi ovvie, di raccomandazioni che non servivano a nulla, non si accorgevano che si chiudeva in se stesso, e tacendo se ne stava immobile e pensieroso, ma senza parole.
Lo sapeva benissimo che sia i figli sia le nuore dicevano che era impossibile parlargli, ché non si sapeva mai cosa dire con quell’uomo che all’improvviso taceva, proprio come se non avesse niente da dire, come fosse all’improvviso rimasto senza parole.
Nessuno sembrava capire che il suo silenzio era il suo modo di reagire a un eccesso di parole, parole ovvie e inutili che non riuscivano né a raccontare qualcosa di se stessi né a scoprire qualcosa dell’altro. Quanto lo circondava gli sembrava un teatro, nel quale gli attori parlano tutti contemporaneamente, l’uno con altro, dicendo cose che né rispondono né sono in relazione alle cose dette da quell’altro … una pantomima, insomma… nella quale è lecito rimanersene senza parole… la stessa pantomima che si vedeva attorno ogni volta che i suoi figli, le sue nuore, i suoi nipoti venivano a trovarlo.
Avrebbe voluto dire ai suoi figli che li amava tanto, che li pensava spesso, che si era mille volte pentito di averli lasciati soli, avrebbe voluto chiedere quali ricordi restavano nel loro cuore, avrebbe voluto riandare indietro, assieme a loro, nel tempo, e riscoprirli attraverso le loro parole, ma lui … proprio lui… pareva essere rimasto senza parole.
Quali ricordi gli rimanevano dei suoi figli ?
Li aveva amati o aveva loro voluto soltanto bene ? Che cosa gli era rimasto di loro, che cosa realmente sapeva di ognuno, quante volte aveva saputo parlare loro, o meglio, quante volte li aveva lasciati parlare, raccontare, e lui ad ascoltare con comprensione e con affetto piuttosto che a proferire parole di saggezza?
Già, lasciar parlare gli altri era sempre stato molto difficile per lui che amava parlare, amava raccontarsi, ma non aveva mai perso quel tono autoritario e a volte un poco burbero che lo faceva apparire poco abbordabile. Ma lui amava raccontare perché riteneva che solo quello fosse il modo di dare senso al suo viaggiare e ai suoi ritorni e al suo desiderio insopprimibile di altre partenze.
Partire e desiderare di ritornare e poi ancora desiderare un’altra partenza… non era stato un fuggire continuo? Sul mare aveva imparato il silenzio e ora che il mare era un ricordo non ne parlava quasi più e si guardava intorno come a cercare una ragione per dire qualcosa, perché anche per parlare del mare era rimasto senza parole.
Aveva detto molte volte che avrebbe voluto essere capace di ascoltare, ma non aveva mai imparato quest’arte raffinata e, ora che era vecchio, aveva il desiderio di sentire gli altri raccontare, ma i suoi figli avevano troppa fretta e lo lasciavano solo, e nemmeno gli raccontavano molte cose, e lui rispondeva tacendo.
Senza parole lasciava che fosse il cuore a parlare.
Quasi si compiaceva di apparire burbero, solitario e senza parole.
Era rimasto senza parole anche quando aveva incontrato L. che gli aveva raccontato i suoi dolori e lui aveva guardato con tenerezza le rughe ai lati della sua bocca e si era subito ricordato il sorriso che tanti anni addietro l’aveva affascinato.
L. aveva parlato a lungo, ma a un certo punto, meravigliata di essere soltanto lei a parlare, gli aveva chiesto un poco bruscamente se fosse rimasto senza parole… ma lui aveva soltanto scrollato la testa. Solo una sera cominciò a parlarle, dicendo: “Sapessi quante volte…” ma quella frase gli sembrò troppo melodrammatica e subito si interruppe per restarsene senza parole.
Quella casa antica che l’aveva visto bambino e nella quale si aggirava quasi senza senso, da una stanza all’altra, nelle notti tiepide dell’estate, era il luogo ideale per lasciare che le parole non turbassero i ricordi.
I figli gli ponevano molte domande sul suo modo di vivere, sulle cose che faceva, che mangiava… tutte cose delle quali non voleva proprio parlare. I nipoti andavano a mettere il naso dappertutto, erano davvero invadenti, e non poteva loro dir nulla perché altrimenti erano pianti e strilli e a lui non restava che nascondersi dietro un sorriso falsamente dolce, ma senza parole. Il più piccolo dei suoi nipoti, così taciturno, così assiduo e attento spettatore della televisione, lo salutava appena e si sedeva su di una poltrona gli occhi persi nel video e così si dimenticava, mezzo sdraiato e penzoloni sulla poltrona, passivo ricevitore di immagini, notizie e pubblicità.
Pareva avere anche un poco di diffidenza verso di lui che invece avrebbe voluto raccontargli tante cose vissute, viste, ma il loro incontrarsi era quasi sempre un incontro senza parole.
Le nuore avevano sempre un impegno inderogabile da onorare ogni volta che venivano a trovarlo e la sera, quando avrebbe desiderato riunirli tutti intorno al tavolo, nella casa che l’aveva visto bambino, ecco che tutti avevano una valida ragione per dire che si era fatto tardi. Prima di andar via lo abbracciavano, gli battevano le mani sulle spalle, gli dicevano cento volte, “Mi raccomando…”, e nel mentre sorridevano… chissà che cosa li faceva sorridere… e lui che avrebbe voluto parlare restava senza parole, fatta eccezione per qualche monosillabo o qualche banalità inconcludente. Indossavano i cappotti quasi furtivi, poi la porta sbatteva e poco alla volta il silenzio riprendeva il sopravvento.
L’ultimo ad andar via era sempre il maggiore, quello con il quale il rapporto era stato più conflittuale, quello che amava di più perché intravedeva in lui coraggio e bontà. Ogni volta si fermava un attimo in più degli altri e, al momento di salutarlo, pareva sinceramente rincresciuto, poi lo abbracciava. Senza parole, lui lo baciava, lo stringeva forte a sé e sentiva venirgli su una commozione incontrollabile. Gli occhi gli si facevano lucidi, e forse lucidi erano anche quelli del suo primogenito, ma era soltanto un attimo, un attimo troppo breve. Avrebbe voluto trattenerselo accanto a lungo, parlargli come aveva fatto tante volte, quando era bambino, quando lo portava sulle spalle, e bastava un soffio di vento perché lui lo abbracciasse forte.
Lo vedeva avviarsi per la scala che porta al portone di ingresso della casa, lo vedeva fermasi sull’ultimo scalino, girarsi, salutarlo con la mano, pareva accennare a tornare indietro, ma scuoteva la testa e se ne andava definitivamente.
Non scendeva ad accompagnarli, ma restava a guardarli dalla finestra: li vedeva imbarcarsi sulle due macchine, sentiva i bambini gridare uno stupido, ripetuto, acuto, ciao nonno, le nuore salutavano anche dopo che erano entrate in macchina, solo il figlio maggiore indugiava ancora, come volesse tornare indietro, ma… se ne andava anche lui… poi era quiete, silenzio.
Il silenzio riprendeva il sopravento e i ricordi rumoreggiavano nelle stanze della casa e dentro il suo cuore e ogni volta, senza parole, si apprestava a trascorrere un’altra notte. Le notti erano lunghe e nel loro trascinarsi dal tramonto all’alba, quando i ricordi prendevano il sopravvento, aveva pensato di rimettersi a scrivere, come altre volte in passato, quando la fantasia era verde nella sua mente, ma il foglio bianco da un po’ di tempo era diventato insormontabile e le parole parevano non prendere più forma né nel suo cuore né sul foglio. Tra lui e le cose che avrebbe voluto scrivere, inesorabile da giorni ormai,  si frapponeva un altro se stesso… che lo guardava serio e pensoso, senza parole, e al quale avrebbe voluto porre delle domande ma che, interpellato… taceva. Quante volte sarebbe bastata una parola per dare un senso diverso a quello che aveva vissuto! Quante volte era rimasto senza parole perché quella gli sembrava la difesa migliore, come se tacendo potesse frapporre una insormontabile muro tra lui e gli altri. La parola può lenire l’inquietudine che si ha nel cuore, ma deve uscire direttamente dal cuore, altrimenti si svuota di significato e muore.
Nella stanza in cui dormiva aveva dormito suo padre e lui non poteva dimenticare quando poco prima della sua morte si erano ritrovati. Ogni cosa era avvenuta senza parole, come senza parole era stato il suo gesto di rimboccargli le coperte e quell’istintiva carezza che aveva fatto a quell’uomo che aveva ormai perduto ogni forza fisica. I loro sguardi si erano incontrati e lui, che aveva voluto attardarsi accanto al letto, lo vide chiudere gli occhi e gli sembrò si addormentasse.
Una delle ultime notti si era svegliato all’improvviso e non capiva se il buio che lo circondava fosse quello della sua stanza e nemmeno sapeva darsi conto se a svegliarlo fosse stato un sogno che aveva sognato, oppure se aveva sognato di aver sognato. Si vedeva di spalle, come se dietro di lui vi fosse un grande specchio che lo rifletteva in un altro specchio che teneva in una mano e con il quale cercava, invano, nella penombra che lo circondava, di vedere l’espressione del suo viso. Voleva vedersi, capire che era proprio lui che stava sognando.
Il suo era uno specchio d’argento, un argento antico che aveva perduta tutta la sua lucentezza, freddo, senza graffi, ma capace di riflettere senza emozioni tutto quello che gli accadeva dietro, l’altro specchio invece doveva essere immenso. Si vedeva circondato da una moltitudine di persone, ognuna delle quali aveva uno specchio d’argento tra le mani, rivolto all’indietro, e tutti avevano la stessa aria preoccupata e impaurita. Lontano in ogni direzione si intravedevano freddi bagliori, forse un tramonto… o un’alba, o un incendio o una città lontana?
Da quella moltitudine affannata vide emergere un volto e farsi progressivamente più vicino finché si voltò perché ebbe il timore che quell’uomo lo travolgesse. Lo vide al suo fianco trafelato e assente, gli occhi sbarrati rivolti in avanti, come inseguisse un miraggio… poi, rapido, lo vide scomparire nel nulla. Con lo specchio prese allora a frugare nell’ombra oscura alle sue spalle dalla quale provenivano rumori soffocati come sospiri o rantoli e vide molti volti comparire improvvisi ed improvvisi perdersi. 
Pensò di trovarsi nello spazio rarefatto dell’alba quando i sogni sono come nebbia che svanisce e assomigliano a una favola intima e inafferrabile come l’ombra, ma non ne era affatto sicuro.
“Forse, pensava, sto per svegliarmi…” e il pensiero di trovarsi tra poco nella certezza del quotidiano lo rincuorava. “Forse”, pensava… è soltanto uno specchio che riflette false immagini… forse dovrei soltanto guardare in avanti e lasciare nella penombra del passato tutte quelle occasioni mancate o perdute, sogni o desideri dimenticati, paure e silenzi colpevoli che sono rimorso di vita… e non ritornare a essi, fosse pur tramite il riflesso bugiardo di uno specchio...”. Aveva la sensazione di trovarsi sospeso su di uno spazio senza fine… come stesse cadendo in un vuoto immenso e gli parve di essere circondato da molti specchi che cadevano con lui che rimandavano bagliori luci e volti di altre persone che tutte insieme cadevano in quello spazio abissale… mentre il suo timore cresceva incontrollabile.
A quel punto si ritrovò consapevolmente sveglio e con gli occhi sbarrati, in una stanza buia nella “casa dei vecchi” dove da tempo ormai viveva… senza parole… e quel buio imperscrutabile gli ricordò la solitudine vera, non quella ricercata da chi sa che presto tornerà tra coloro che lo amano, ma la solitudine di chi non ha chi pensi a lui o per lui tema o soffra…
Da troppo tempo ormai le sue notti trascorrevano in una specie di veglia dolorosa, nel corso della quale si accavallavano ricordi che erano ben diversi dai sogni e si infrangevano il desiderio di parlare e l’incapacità di chiedere, e restava la certezza di essere senza parole. Quando non sognava era sempre un rumore esterno alla casa a svegliarlo e quel rumore nella notte, che non sapeva spiegare, si caricava di significati inquietanti; a volte era l’abbaiare lontano di un cane, ma quei rumori non facevano altro che accentuare la sua solitudine.
Sveglio, se ne stava a guardare nell’oscurità della sua stanza finché dalla finestra trapelava una luce più chiara, la luce di un’alba indifferente che si apprestava a svegliare il paese. Ogni volta, quella scialba luce bianca pareva capace di dare vita alle cose finché la campagna prendeva forma, i monti lontani si scrollavano di dosso il torpore della notte e il mare, oltre le colline, pareva emergere dal nero della notte che andava sempre più tingendosi di grigio.






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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
I RACCONTI DI SCRITTURALIA
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:33 )
 

 



 

 

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