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              Tratto da Cascina Macondo www.cascinamacondo.com

 


 

Anna Di Paola - la bambina vestita di rosso Stampa
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Scritto da Tartamella   
Martedì 19 Luglio 2011 16:07

 

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LA BAMBINA VESTITA DI ROSSO

di Anna Di Paola
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2008




La mantellina impermeabile rosso fuoco dotata di un cappuccio coi lacci, gli stivaletti di gomma che adoravo e la mia piccola mano stretta nella tua lungo il viale ammantato di foglie dai mille colori. Erano i giorni di festa d’autunno, i giorni dal profumo di muschio e di caldarroste comprate dall’omino coi baffi sempre più bianchi e dalle mani sempre più nere che sapevano un po’ di petrolio. Le ghiande della grande quercia erano le mie biglie e i rami spezzati le mazze da golf. Dentro lo zaino che ti costringevo a portare c’era di tutto: il servizio da cucina che mi aveva regalato la nonna, la palla, il tovagliolo strappato che avevo sottratto alla mamma e…
Chiusi in una borsetta i miei preziosi: la pigna e i pinoli, il sasso ruvido e quello liscio che aveva trovato Luca e che mi aveva regalato ricambiato da un bacio, il mio primo bacio da innamorata.
Tutto il mio mondo di sogni era racchiuso in quel piccolo spazio.
Appena arrivati al parco giochi tu compivi il tuo solito gesto di asciugare la panchina con il rotolone di scottex che ti portavi dietro e prima di sederti tiravi fuori il giornale e il tuo amato cruciverba e io radunavo tutti i bimbi per iniziare il nostro gioco.
Ogni volta una storia nuova. Una volta ti ho persino costretto ad accendere una candelina sulla nostra splendida torta di fango e ti abbiamo cantato tanti auguri mentre tu in ginocchio davanti al tavolino eri pronto a soffiare tutta l’aria che ti scoppiava in bocca. E poi i mille capricci quando avevi deciso che era ora di andare e spesso vincevo riuscivo a trattenerti ancora lì inchiodato mentre salutavo i miei amici.
Alla fontanella lavavamo le vettovaglie e con quei fazzoletti inumiditi provavi a togliere il grosso del fango che si depositava sul mio viso, sui miei capelli, sui vestiti e sugli stivali e dicevi sempre: “sentirai la mamma quante me ne dirà”. E poi a casa dentro alla vasca piena di schiuma era ancora un gioco tutto da vivere.
Ora son qui da sola al tuo posto, leggo il tuo stesso giornale e mi diletto a cercare le giuste parole per gli incroci del mio schema.
Sembra ieri, Chiara la mia piccola fa le stesse mie torte di fango e Francesco continua a pensare di essere Indiana Jones, è il capo di una banda e difficilmente si riesce a trovarlo con i piedi per terra fermo in uno stesso posto per più di cinque minuti.
Il viale è coperto da foglie di mille colori e il profumo di funghi e di muschio è lo stesso di allora.
Raccolgo una pigna, un sasso liscio, uno ruvido e li adagio sulla panchina prima di dire: “è ora di andare ragazzi” .
Pronta è la riposta di sempre “Ancora un po’, mamma, ti prego”
Sorrido, mi accendo una sigaretta e mi ritrovo a essere te mentre il mio sguardo si perde lontano, a quando Chiara e Francesco saranno al mio posto.





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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
I RACCONTI DI SCRITTURALIA
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:36 )
 

 



 

 

Tratto da Cascina Macondo www.cascinamacondo.com