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Nagi Tartamella - la serenata Stampa
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 16:59

 

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LA SERENATA

di Nagi Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010




Mia nonna raccontava, riempiendo il secchio nel lavandino della montagna per innaffiare l’orto curato con zelo contadino e oggetti di recupero all’occorrenza riadattati: le aste del calcetto con ancora i calciatori colorati a tener su i pomodori più rossi e più gustosi di tutti gli altri e anche di quelli del vicino.
Raccontava mia nonna, che c’era uno al paese suo, nella Basilicata tra terra dura di montagne e poca d’acqua.
Figuratevi che quando ci andai, l’unica volta, nei bagni avevano le vasche piene, le bacinelle i catini le bottiglie tutti colmi per fare la riserva, visto che il gusto di bere al rubinetto era concesso per  poche ore  al giorno.
C’era uno al suo paese che da un po’ di tempo, nelle sere d’estate calde e profumate, andava, con due compari un fiasco di vino e un organetto, cantando a squarciagola poesie innamorate.
Si dirigeva sullo sterrato, un poco il passo incerto e il verbo incespicato dal liquido rubino, alla conquista della sempre medesima finestra. Quella di Maria Incoronata.
Già un po’ vecchiotta, ma assai desiderata, la donna si nascondeva dietro le tende ad ascoltare le cantate degli uomini venuti da vicino a sostenere la causa dell’amico.
Tutta lusingata si divertiva a fare sospirare il pretendente.
Zi’ Rocc padroneggiava un vasto repertorio di parole e note conoscendo i gusti dell’animo sofisticato della femmina amata, ma pure in generale.
Nutriti orecchie e sentimento Incoronata spegneva la luce e si ritirava secondo come vuole tradizione che dice:
Uomo e donna non si possono parlare, ma se da entrambi c’è l’intenzione lei può lasciarsi serenare: che questo il rito lo consente.
(Allora poi ci si marita e coi figli, il grano, lo ciuccio e le galline è sempiterno il patto).
Sera dopo sera l’avvenimento si ripeteva ormai da qualche settimana e il paese chiacchierava.
Quel sabato c’era una luna imponente e il trio come d'abitudine si preparava, s’incamminava, s’incespicava, salterellava, giungeva sotto la finestra e attaccava la musica che sembrava un’orchestra.
Incoronata sostava dietro la tenda.
Gli strumenti ben accordati, le ugole lubrificate, era un piacere sentire note, falsetti, rime e lamenti.
Incoronata non si muoveva.
Il tempo passava, le voci calde libravano nell’aria ritornelli improvvisati, nuovi componimenti.
Incoronata ascoltava.
I musicanti ormai tutti innamorati danzavano inebriati.
Il repertorio, seppure variegato, era esaurito
allora riattaccavano da capo
Incoronata attendeva
gli uomini non sapevano più cosa inventare e cominciarono a camminare
su e giù, di qua e di là
non era più una serenata,
ma una ronda
di note a piantonare il luogo avanti e indietro
Il vino era finito
La femmina  non ne voleva sapere di ritirarsi
Non dava un segnale
Non spegneva luce
Le bocche asciutte presero a stonare
Quei poveri uaglioni ubriachi, le dita stanche a battere sui tasti degli organetti, le voci rotte
non riuscivano più a cavare un suono decente.
Starnazzavano, squittivano, sempre più disperati alle parole d’amore intercalavano madonne e imprecazioni.
Incoronata niente, non se ne andava.
La banda infine non ricordava nemmeno cchiù perché era venuta
ruppe le righe e si ritirò disordinata
Gli uomini presero la via del ritorno, ma a casa non ci arrivarono
caddero addormentati con le bocche vermiglie colme d'amore di vino e di nenie.
Diceva mia nonna con le mani sotto l'acqua, il fango sotto le scarpe e il fazzoletto in testa
che Zi’ Rocc quel poveretto si prese per scemo
il giorno dopo quando si ritrovò sotto la finestra di Incoronata
così per caso a dorso de lu ciuccio perché, guarda un po’, per andare a zappare la terra sua di lì doveva passare e sbirciando con aria indifferente
maronna chi te mmuort!
Vide una bella zucca gialla sul davanzale
ancora tutta lusingata ferma immobile
ad aspettare canzoni d’amore!





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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:47 )
 

 



 

 

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