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              Tratto da Cascina Macondo www.cascinamacondo.com

 


 

Gabriella Biglia - incontrarsi Stampa
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 16:47

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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INCONTRARSI

di Gabriella Biglia
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 febbraio 2010




Mi ricordo che mi hai scritto: “All’angolo fra la piazza e la via Tal dei Tali gira a destra, a 50 metri c’è un bar che è sempre chiuso e mi fa venire una tristezza infinita.”
Chissà perché, poi, ti rende triste. Forse perché ti pare che abbia perso la speranza, che sia un po’ com’eri tu fino a che non ci siamo conosciuti, questo volevi dire? Quindi hai deciso di aspettarmi proprio lì davanti, come se il nostro primo appuntamento avesse bisogno di avvenire in un posto simbolico. Sento che me lo ricorderai tutte le volte che ci vedremo, lì o da altre parti, nei mesi o negli anni in cui ci servirà avere qualcosa da ricordare.
“Ho i capelli rossi -hai scritto- come si vede dalla foto, anche se in foto sembro più magra di quanto sia in realtà, ti avviso, ma insomma per il resto sono io, 38 anni, 1 e 60 di altezza, un cappotto verde smeraldo e una sciarpa color ruggine, come i miei capelli quando non c’è il sole.”

Poi mi hai scritto altre cose sulla tua paura di sbagliare a volerci conoscere finalmente dal vero, mi hai parlato ancora della solitudine delle tue sere che solo le mie mail, da un po’, riuscivano a riempire, di quella volta che sei finita a cena con uno sconosciuto che voleva pagarti e non capivi per cosa, santa pace, per cosa? E quando lo hai capito ti sei giurata che “Mai più, mai più appuntamenti al buio, mai più!”
Però stavolta è diverso, te l’ho detto che sono diverso, di me ti puoi fidare, sono il classico bravo ragazzo, lo sai?… Ma sì che lo sai e infatti dopo cento: “Forse, magari, però, d’altronde e insomma” hai deciso: “Ricordati di girare a destra che tutti alla fin fine vanno a sinistra perché la strada sembra portarti naturalmente più di là che di qua, ma tu non farti depistare dall’ovvio, vai a destra, verso il bar che non apre più, io sarò lì eccetera, eccetera.”

E io sono qua adesso all’angolo della piazza con la via Tal dei Tali in anticipo mostruoso e guardo a destra, e la vedo l’insegna del bar che non apre più, ma non si direbbe che sia così, chissà se è poi vero, magari è solo un locale notturno e tu con la tua paura, le tue paure, non hai mai osato entrarci e io dovrei forse darti il coraggio di scoprire che il bar non è chiuso, che la realtà non è così terribile o almeno non lo è sempre, non per tutti, non per te e me, insomma, anche se da quando ci conosciamo, cos’è che hai scritto? Che “Si rischia di non saper più distinguere la realtà dal sogno” o una cosa del genere, insomma. “Ma i sogni si avverano”, ti ho risposto io un po’ incautamente, mi perdonerai, ma non è facile nemmeno sostenere la parte del principe azzurro che voi vi aspettate sempre chissà quale meraviglia e noi ci mettiamo a disposizione delle vostre fantasie per farvi contente, per salvarvi dai vostri incubi come dei maghi che risolvono vite altrui anche se non sanno risolvere le proprie e sentirci importanti, “migliori”, a volte.

Solo che io “migliore” non mi ci sento per niente, ora, e non me la sento di salvarti dalle tue paure e dal tuo presunto sovrappeso e dal bar chiuso e nemmeno di essere diverso dagli altri perciò, mi scuserai, mi dispiace, ma non ce la faccio, giro a sinistra.

……………….        ……………….

Mi ricordo che mi hai scritto: “Allora vediamoci da qualche parte.” e sarà stata almeno la dodicesima volta che me lo proponevi e quindi ti ho detto: “Sì, ok vediamoci lì, la via a destra della piazza, dove c’è quel bar chiuso da secoli che a me fa venire una tristezza infinita”. Perché, non te l’ho detto, conosco il proprietario e so che non è stata sua, la colpa dell’incendio, ma quelli dell’assicurazione non volevano sentire ragioni e lui è finito senza un soldo e non può nemmeno vendere, pover’uomo.

Ti ho scritto che temevo fosse uno sbaglio incontrarci dal vero perché, in fondo, non ne vedo il bisogno. Ci scriviamo tutte le sere, mentre sto qua a tenere d’occhio le flebo dei pazienti e mi annoio da matti e, a meno che ne muoia qualcuno, non succede mai niente e tu mi fai compagnia, va bene così. Perché dovremmo mescolare la vita con questa specie di gioco notturno? È come quando i miei vecchietti qua delirano e non sanno più distinguere la realtà dal sogno, è una cosa triste, non mi andrebbe di finire così.
E poi da quella volta che sono uscita con l’amico di mio cugino e mi sarò pure truccata troppo, ma non mi aspettavo che quello mi prendesse per una “massaggiatrice” (e si è pure lamentato con mio cugino che voleva una brava ragazza mica “una così”, però intanto ci ha provato, il maiale), mi sono anche resa conto che di appuntamenti al buio non ne voglio più sapere. Ed è anche meglio se mi faccio castana scura, che ‘sti capelli rossi chissà perchè fanno venire strane idee, ma tu non me ne hai dato il tempo, accidenti a te, e quindi ti avrei voluto avvisare: rossi sì, ma ancora per poco! E comunque preferisco dire che sono color ruggine. Ho messo anche la sciarpa di quel colore così noti la somiglianza. Il cappotto è nuovo. Comprato in saldo, ma mi tira un po’ sui fianchi (magra va bene, ma non sono mica anoressica! Uomo avvisato, mezzo salvato), ma almeno sono sicura che non mi puoi confondere con un’altra, con questo verde smeraldo addosso.

Perché alla fin fine, insomma, d’altronde, magari, forse sì, va bene, ti ho scritto: “Vediamoci là”.
E tu: “Là dove i sogni si avverano” mi hai risposto, e mi è sembrato che recitassi un copione, chissà poi perché volete per forza spacciarvi per maghi o salvatori, quando nessuno ve lo ha chiesto, me lo domando spesso. Date per scontato che Biancaneve aspetti il Principe Azzurro per riprendersi una vita, vi fate depistare da ciò che per voi è ovvio. Volete forse sentirvi migliori, chissà.
Non è un problema mio, in fondo.

Però, a pensarci bene, non credo di avere bisogno di essere salvata se non dai turni di notte e anzi, a essere sincera, non mi va davvero di cambiare colore dei capelli e se è vero, come hai scritto, che tu sei diverso e sei un bravo ragazzo, allora mi scuserai ma io, arrivata in piazza, mi sa che faccio finta di niente e giro a sinistra.





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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
I RACCONTI DI SCRITTURALIA

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:48 )
 

 



 

 

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