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Pietro Tartamella - di nebbia in nebbia Stampa
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 14:13

 

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DI NEBBIA IN NEBBIA

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 febbraio 2008




Da anni non si vedeva un mese di gennaio così cupo. Torino sembrava introvabile perfino sulla carta geografica, tanto era fitta la nebbia che l’avvolgeva. Una nebbia paludosa che ora stagnava, ora si muoveva lenta e spessa lungo le sue vie, nelle piazze, nei parchi. Gli scienziati, i letterati, perfino i cavalli dei monumenti, gocciolavano e trasudavano silenzio e inquietudine.
Da giorni e giorni il fiume Po scorreva in mezzo alla nebbia senza alcun rumore. Il traffico infernale sembrava non esistesse, tanto era ovattato.
I campanelli dei tram, il loro sferragliare, venivano inghiottiti in un baleno dalle fauci bianche che si richiudevano come una tomba.
La Mole Antonelliana invisibile. Le insegne dei negozi riuscivano a malapena a mostrare un loro alone pallido. I colori dei semafori comparivano all’ultimo momento. Invisibili sui tetti gli effluvi grigi dei comignoli.
Quando, alle quattro del pomeriggio, calava anche il buio, un senso di isolamento avvolgeva ogni essere umano: piemontesi, meridionali, marocchini, gatti randagi, commercianti, cani. La gente non usciva di casa. Era pericoloso avventurarsi in quella nebbia. Scippi, furti, violenze. Quotidiani e telegiornali pescavano in quella nebbia notizie raccapriccianti e all’alba di ogni giorno te le sbattevano in faccia sul tavolo della colazione dentro la tazzina di caffè nero come una notte di delitti.
Anche l’edicola di Via Vanchiglia era avvolta dalla nebbia. La targhetta di marmo invisibile. Il numero civico “25”, pur se era scritto in nero sul bianco del marmo, a guardarlo dalla soglia con la testa alzata era invisibile anche lui.
Quella domenica dovevo ancora impacchettare le rese delle riviste.
Avevo già fatto colazione con un cappuccino e una brioche ordinati al Bar Imperia. Era di fianco all’edicola. Il cappuccino nel breve spazio di marciapiede a portarlo dal bar all’edicola si era già intiepidito.
Nebbia. Un silenzio d’oltretomba.
La clientela la domenica mattina arrivava a ondate. Seguiva il flusso delle messe. A ogni fine messa la gente che usciva dalla chiesa si riversava nell’edicola tutta insieme. Un traffico che durava una trentina di minuti aumentato anche dal fatto che due edicole nel quartiere erano chiuse per il turno di riposo quindicinale. Tutto doveva essere pronto: monete e banconote di piccolo taglio per il resto, le riviste prenotate dai clienti a portata di mano, i pacchi de La Stampa e dei quotidiani aperti e ben disposti sul banco. Dal silenzio totale si passava al trambusto, all’assalto, al vocio confuso di uomini, donne, vecchietti, cani al guinzaglio, bambini.
Era un divertimento. Una sorta di battaglia. Affrontavo il “nemico” un’orda di anime che entravano in negozio come un esercito ammassandosi nello spazio angusto avanzando verso il bancone con le loro decine di mani sventolanti che brandivano giornali e banconote e io pronto e paziente e lucido ad affrontarli a colpi di resto e somme cercando di non sbagliare controllando non con uno ma con cento occhi acuti di aver conteggiato tutte le riviste che tenevano in mano o che infilavano nelle loro borse di plastica.
Dopo mezz’ora di assalto ritornava il silenzio.
Per quarantacinque minuti, sino alla prossima uscita da messa, la nebbia e il silenzio ritornavano ad avvolgere ogni cosa.
Approfittavo di quella tregua per legare velocemente i pacchi resa dei giornali, premurandomi di fare i conti e chiuderli prima del prossimo assalto.
Il Sig. Romualdo Rotundo comprava La Stampa ogni domenica. Solo la domenica.
Anche Sorrisi e Canzoni e Grand Hotel, per la moglie.
Era un uomo rotondo, basso di statura, in pensione, due figlie femmine e due maschi grandi già sposati e sistemati, nonno, pugliese, una settantina d’anni, ex operaio della Fiat, occhietti vispi.
Sbucò sulla soglia all’improvviso come emerso dal mare di nebbia della strada.
Mi salutò con un sorriso cordiale e gli occhi complici.
Disse: “Buon giorno Pietro, tutto bene?”.
Il suo sguardo si posò sul Robot di latta che tenevo sul banco.
Era un Robot giapponese, alto due spanne, con quattro parallelepipedi tozzi a forma di gambe e braccia. Sulla schiena aveva una chiavetta. Bastava caricarlo e il Robot agitava le braccia mettendosi a camminare con piccoli passi e un rumore di ferraglia che somigliava a quei bramiti d’orso del tiro a bersaglio nelle fiere. Aveva negli occhi due lucette, e in gola un’altra lucetta rossa. Quando lo caricavo camminava sul bancone emettendo scintille dagli occhi e dalla bocca. Un avanzo di Natale. Gli avevo appiccicato un bel cartellino bianco col prezzo. Ma il prezzo originale di 20.000 lire lo avevo sbarrato con una spessa riga rossa obliqua. Sotto, bello grande, avevo scritto 10.000 lire! Se passava di moda mi sarebbe rimasto in archivio come altri giocattoli. Era meglio farlo fuori a metà prezzo e tentare di recuperare almeno il costo. Durante la settimana me ne stavo spesso sulla soglia dell’edicola a guardare la strada. Quando da lontano, nebbia permettendo, vedevo arrivare un bambino con la mamma o col papà rientravo facendo finta di niente. Appena dentro, non visto, correvo a caricarlo. I bambini trovavano il Robot di latta che camminava sul banco con tutti i suoi effetti di luce e suoni negli occhi. Non potevano fare a meno di guardarlo incantati.
Il Sig. Romualdo con un’occhiata veloce aveva salutato anche il Robot tanto era persona cortese e a modo. Lo aveva visto camminare sul bancone nei giorni di Natale. Gli lessi nello sguardo un pensiero fugace “è ancora qui questo giocattolo”. Concludendo che non lo avevo ancora fatto fuori. 
Il prezzo scontato gli gridava “comprami…”.
Era vestito a festa il Sig. Romualdo, con l’abito della domenica, ben pettinato e rasato. Un po’ di brillantina (forse olio di oliva) gli teneva ben bassi e schiacciati i capelli brizzolati non troppo lunghi pettinati all’indietro.
Non andava a messa lui.
Era entrato in edicola in assoluto silenzio, quasi con passo felpato, all’inizio di quel trequartidora prima del prossimo assalto.
Con il braccio avvolgeva un grosso pacco di carta igienica che aveva preso all’ingresso.
L’edicola aveva a quel tempo una sorta di anticamera tra il gradino dove poggiava la serranda e la vera porta a vetri, quella d’ingresso, che dava nel locale.
In quell’anticamera c’erano grandi ripiani orizzontali. I primi tempi ci mettevo sopra i giornali. Dopo, visto che avevamo anche la licenza di cartoleria, studiammo con Anna una politica diversa: prezzi speciali sui pacchi di carta igienica! C’era una vera montagna di carta igienica a buon prezzo, messa lì, in bella vista, proprio all’ingresso. Una sorta di biglietto da visita, prima di entrare nello spazio chiuso dell’ edicola.
Scegliemmo quella politica di vendita per coerenza, dopo che avevo distribuito nel quartiere diecimila copie di un volantino con il mio saggio-racconto intitolato “La Scorreggia”. E’ una storia lunga. Appena arrivato in Vanchiglia avevo notato che la gente mi guardava in modo “strano”. La mia lunga barba rossiccia, i capelli lunghi, l’orecchino… Leggevo nei loro sguardi pensieri poco lusinghieri: “chi è questo barbone…”  -  “sembra un drogato…”  -   “che sopracciglia lunghe…”  -  “quell’orecchino da pirata uncinato…”. 
Reagii a quei pensieri mettendo nelle buche delle lettere diecimila copie della mia scorreggia. La gente si divertì. Quasi tutti apprezzarono il mio testo, tutti, tranne due persone. Ricevetti infatti una lettera anonima e una telefonata, anch’essa anonima, con cui mi davano del “porco” per essermi permesso di mettere nella loro buca delle lettere un testo così “scurrile e volgare”, e minacciavano di bruciarmi l’edicola se continuavo ancora.
Io ho continuato.
Da quel momento ho continuato a fare cose strane, pazze. A divertirmi insomma. La grande montagna di carta igienica, che in modo intenzionalmente esagerato avevo eretto in bella vista all’ingresso, andava in quella direzione e, anche se spesso era piena di polvere e smog, andava a ruba per il suo prezzo stracciatissimo.
Il Sig. Romualdo Rotundo era uno dei tanti pensionati che si era divertito a leggere la mia Scorreggia. Aveva apprezzato tutte le cose pazze che avevo fatto successivamente. Pur non essendo un fumatore si era dato da fare per raccogliere le scatole vuote di tabacco per pipa. Avevo emesso un bando sulle bacheche esterne dell’edicola: “cerco scatole vuote di tabacco per pipa per una nuova protesta”. Il Sig. Romualdo si era dato da fare e ne aveva portate d’ogni tipo trovate presso gli amici degli amici e presso i parenti dei parenti.
Il saluto sorridente e lo sguardo complice che mi aveva rivolto entrando in edicola avevano un significato. Intendeva dirmi che mi stimava, che apprezzava le cose che avevo fatto e, tra le rughe, leggevo anche che potevo contare su di lui, che era disposto ancora a darsi da fare se mi veniva in mente un’altra protesta, anzi non vedeva l’ora, sembrava che mi chiedesse “a quando la prossima mobilitazione?”.
Il Sig. Romualdo aveva un’altra edicola vicino a casa sua, eppure affrontava nella nebbia una passeggiata di cinquecento metri per venire a comprare da me, tanto era la stima che mi portava.
“Buon giorno Pietro, tutto bene?”.
Risposi al suo saluto con un calore discreto, guardandolo anch’io con un sorriso complice. Ma il mio sguardo deve essere stato una sorta di fulmine, velocissimo, perché quando era entrato stavo facendo il nodo allo spago con cui ero intento a chiudere un grosso pacco di riviste. Il pacco, a causa delle dimensioni irregolari delle riviste e della loro carta lucida e scivolosa, era in bilico. Dovevo stringere e chiudere in fretta prima che mi scivolassero via, prima che il pacco si sfaldasse sul bancone e rovesciasse a terra il Robot di latta.
“Buon giorno a lei Sig. Romualdo” e riabbassai gli occhi concentrandomi sul nodo.
Il Sig. Romualdo posò sul bancone la sua stampa, il Grand Hotel, il Sorrisi e Canzoni, il paccone di carta igienica.
Sciorinò un altro sorriso quando disse: “così anche la mogliera è contenta”.
C’era una sorta di compiacimento nella sua voce. Intendeva dire che quelle riviste erano sciocchezze, che sua moglie amava i pettegolezzi, cosa che lui non condivideva, ma, per amore, accettava di spendere per lei quei soldi, dimostrandole di essere un buon marito comprensivo e accomodante. Era vero.
Il Sig. Romualdo era una persona comprensiva e accomodante. Una brava persona, anche generosa.
Io continuavo a girare il pacco per fare altri nodi e stringevo sempre più forte.
Quando terminai gettai il pacco ai miei piedi, vicino agli altri pacchi. Il pacco era grosso e pesante. Battendo sulla pedana di legno produsse un rumore sordo. 
Il Sig. Romualdo quasi trasalì a quel rumore.
Impiegò qualche secondo a capire che era stato il pacco di giornali che avevo appena gettato sulla pedana a fare quel rumore. Alla luce fioca della lampada al neon vidi nei suoi occhi un guizzo di inquietudine a quel rumore. I vecchi, si sa, spesso non sopportano nemmeno le voci dei bambini e le grida, e sono infastiditi dai rumori improvvisi.
Presi matita e foglio per fargli il conto.
Il Sig. Romualdo era pistino e puntiglioso. Rifaceva sempre ad alta voce il conto. Gli davo sempre un biglietto scritto, con la somma e i singoli addendi, in modo che potesse controllare ad alta voce. Era una somma facile: un quotidiano, due riviste, un pacco di carta igienica, nulla di che. Ma se gli avessi fatto il conto a memoria mi avrebbe intrattenuto con il suo controllo e le sue chiacchiere per dieci minuti almeno.
Mi girò le spalle mentre gli porgevo il biglietto.
Si allontanò dal banco per dare un’occhiata alle riviste esposte sugli scaffali che lo circondavano. C’erano centinaia di riviste. A guardarle tutte girava la testa.
Il Sig. Romualdo fece infatti un giro lento su se stesso, quasi a guadagnare un po’ di tempo per decidere da dove cominciare a guardarle.
Dalla fessura della porta giungeva uno spiffero gelido. Il movimento lento e rotatorio del Sig. Romualdo aveva dirottato verso di me lo spiffero. Il gran mare di nebbia restava fuori della porta; addossato ai vetri pareva premere minaccioso.
Percepivo che aveva voglia di chiacchierare.
Avevo in mente di fare un altro pacco-resa prima che arrivasse l’altra ondata di clienti. Non volevo fermarmi oltre la chiusura per terminare quell’incombenza. Avevo fretta, e mi ero imposto di non dargli troppo corda se cercava di intrattenermi. Ma dovevo farlo con discrezione, dopo tutto era un bravo pensionato che appoggiava le mie proteste. 
“Quante riviste! Ce n’è per tutti i gusti!” esclamò.
Il Sig. Romualdo guardava il reparto delle fiabe per bambini. Le fauci aperte del lupo cattivo con i denti aguzzi nell’atto di ingoiare Cappuccetto Rosso. Il gigante Polifemo tutto peloso con un occhio solo in fronte. La strega malvagia che offre una mela lucente alla povera Biancaneve.
Sorvolò le riviste di informatica.
Uno sguardo veloce al reparto del macramè, del tombolo, dei ricami a punto croce che gli ricordavano la moglie.
Facendo finta di niente si era soffermato nel reparto pornografico.
Con un pizzico di rossore, girato verso di me, commentò:
“Ma comprano anche quelle?
“Lo ha appena detto lei, Sig. Romualdo: ce ne sono per tutti i gusti”.
Devo averlo guardato fulmineamente, come prima, perché si affrettò a dire gettando un occhio fuori della porta e sfregandosi le grosse mani “che nebbia stamattina!”. Come se avesse intuito che io avevo capito il suo lieve imbarazzo per essersi soffermato davanti alle riviste pornografiche.
Guardai anch’io fuori “ che buio” aggiunsi per solidarietà di conversazione.
La nebbia si muoveva lenta e impenetrabile oltre il vetro della porta. Riuscii a intravedere, al di là della strada, la grande ragnatela che una grossa pietra aveva prodotto sulla vetrina della pizzeria Vesuvio. Forse un ladro, o lo sfregio di un balordo. Il cristallo aveva al centro una grossa ammaccatura da cui si dipanavano a raggiera tante fessure. Altre vetrine in Via Vanchiglia erano spaccate allo stesso modo. Un balordo con la sua pietra, o il suo martellaccio, si aggirava di notte nella via divertendosi a spaccare le vetrine senza essere visto né sentito.
“Quanto fa?” chiese.
“Qui c’è il biglietto Sig. Romualdo”.
Rifece il conto ad alta voce.
Pagò. Si accingeva a uscire… mi sarei messo a fare un altro pacco resa.
Scomparve inghiottito dalla nebbia con il grosso pacco di carta igienica sotto il braccio e le riviste in un sacchetto di plastica.
Avevo mezz’ora di tempo per finire un’altra resa. Con un po’ di musica forse riuscivo a essere più veloce. Misi la cassetta dei Carmina Burana che alla fine ha un gran crescendo eccitante e coinvolgente.
Avevo appena cominciato ad ammucchiare le riviste per affrontare il nuovo pacco-resa quando vidi rientrare in negozio, trafelato, il Sig. Romualdo.
Stava balbettando. Un ciuffo di capelli brizzolati tenuti insieme dalla brillantina o dall’olio di oliva si era scomposto cadendogli di sbieco sul folto sopracciglio destro: “Ha visto… ha visto… Fra-Fra-ncesco?”.
Il pacco di carta igienica gli tremolava sotto il braccio. Il nodo della cravatta era spostato leggermente dal centro del colletto. Non era più ordinato come prima, col vestito nuovo della domenica e la cravatta a puntino. Persino le sue scarpe scricchiolavano sulle vecchie mattonelle del negozio fessurate e scheggiate.
Un giorno speravo di poterla ristrutturare questa vecchia edicola con gli scaffali arrugginiti e i vetri rotti, e quando lo avrei fatto avrei impiantato una tal batteria di luci, così tante candele… che avrebbe dovuto sembrare giorno anche la notte.
Aveva gli occhi che roteavano.
Si muoveva avanti e in dietro accavallando le parole.
“Cosa è successo? - domandai vedendolo così agitato
“Dov’è? non c’è più!” continuava a ripetere.
“Si calmi Sig. Romualdo, cosa è successo? Chi è Francesco?”
“Era con me, non c’è più!” .
Adesso ansimava.
“Ma chi?” domandai ancora.
Avevo notato che mi guardava con aria sospettosa.
 “Mio nipote! Francesco! Mio nipote, era qui, con me! Non c’è più!” - riuscì a proferire balbettando.
Compresi la sua disperazione.
Molti anni prima, quando avevo l’edicola in Via Cravero nel quartiere Barca-Bertolla mia figlia Nagi, che aveva allora tre anni, si era allontanata dall’edicola. La cercammo disperati per mezz’ora io e Anna in tutte le vie. E non c’era la nebbia fitta e oscura di questa domenica di gennaio! Nagi si era persa su un marciapiede nei pressi di Via Bologna, vicino alla VI Circoscrizione. Ce la riportò una signora anziana che l’aveva trovata piangente.
Capivo la disperazione del povero Sig. Romualdo.
Ma era così agitato che, pur proponendomi di restare calmo, per un attimo mi sentii infastidito da tutta quella agitazione incontrollata che mi riversava addosso.
Mi dicevo però che non dovevo nemmeno restare troppo calmo. Alla luce della sua angoscia la mia calma gli sarebbe sembrata inopportuna e sospetta.
“Sig. Romualdo, mi faccia pensare… quando è entrato… no, non c’era nessuno con lei… non ho visto nessun bambino”.
“Non è vero - si affrettò a rispondere - era con me, Francesco, mio nipote, ha quattro anni, è figlio di mia figlia…”.
E si guardava intorno.
La sua frase era ambigua.
Soprattutto la prima parte, quel “non è vero”.
Anche il tono con cui l’aveva pronunciata era ambiguo.
Un filo di rasoio. Un’anfibologia sottilissima.
Se affermo che qualcosa “non è vero” sto dicendo che è “falso”.
Ma cosa era “falso”? Cosa “non era vero”?
L’espressione poteva riferirsi a quello che il Sig. Romualdo stava pensando.
Lui pensava di essere entrato in edicola col nipote, io gli dicevo che con lui non c‘era nessuno. “Non è vero” significava che era vero che lui fosse entrato col nipotino? In questo caso il Sig. Romualdo faceva riferimento a se stesso, alla sua convinzione, al suo pensiero.
Oppure intendeva dire che non era vero quello che io asserivo?
In questo caso stava dicendo che io mentivo. E se mentivo voleva dire che conoscevo la verità, cioè che lui era entrato col bambino! Ma se io lo negavo voleva dire non solo che ero un bugiardo, ma che avevo qualcosa da nascondere! Che cosa?
Suo nipote?
In questo caso il Sig. Romualdo si riferiva a me, mettendo in dubbio quello che io dicevo, non quello che lui pensava.
Anche il Sig. Romualdo aveva intuito che la sua frase poteva prendere o una o l’altra direzione.
Una qualche remora lo tratteneva dal decidere quale china far prendere al suo pensiero. Mi sembrava di intuire quale fosse la remora.
Il Sig. Romualdo mi stimava da molti mesi, sempre mi aveva espresso solidarietà e simpatia, e aveva appoggiato con ammirazione ogni mia protesta. Ma adesso… di fronte all’angoscia di aver perduto il nipote nella nebbia… un dubbio… un sottile venefico dubbio… si intrufolava nella sua mente agitata.
Si era forse sbagliato nel giudicarmi?
Era stato ingannato dalle mie apparenze?
Ero un uomo malvagio, forse?
Gli costava fatica cambiare opinione, avrebbe dovuto riconoscere che si era sbagliato! Per questo motivo restava ancora sospeso, indeciso sul da frasi, ma la sua agitazione era davvero grande e un tono di voce inappropriato da parte mia sarebbe stato sufficiente a stravolgere la sua mente in bilico.
Per un secondo il suo sguardo si posò sulle riviste pornografiche che aveva osservato prima. Ora quei corpi nudi e quelle penetrazioni dovevano apparirgli come cose diaboliche. Mi sembrò più confuso. Forse il senso di colpa per aver pensato cose oscene diventava insopportabile ora che si mescolava con la voce di rimprovero della moglie e della figlia che gli martellavano le tempie … hai perso tuo nipote mentre ti distraevi andando appresso a quelle porcherie… un’ eco che gli rimbalzava in testa e lo percuoteva.
Non poteva sopportare l’idea.
La musica dei Carmina Burana inondava l’edicola. La nebbia premeva sui vetri della porta. Non c’era anima viva intorno: solo silenzio, e il muoversi lento di quella nebbia oscura.
“Forse suo nipote è rimasto fuori ad aspettare mentre lei entrava in edicola”.
Si calmò per un secondo. Lasciò sul banco la carta igienica e il sacchetto con le riviste. Si precipitò fuori nella nebbia a controllare.
Pensai di seguirlo. Dapprima restai sulla soglia. Poi scesi il gradino e gli andai dietro per qualche passo. Era bene che capisse che lo stavo aiutando, che anch’io mi facevo carico della sua preoccupazione. Mi aveva guardato in modo così strano… dovevo rassicurarlo.

Si accorse che anch’io ero sceso in strada.
Lo vidi sparire dietro l’angolo dell’isolato inghiottito dalla nebbia.
Il tram comparve all’improvviso con uno scampanellio macabro. Feci in tempo a saltare sul marciapiede con negli occhi l’immagine della vetrina-ragno del Vesuvio. Rientrai in edicola con la barba, i baffi, le sopracciglia già umide e imperlinate. Chiusi in fretta la porta lasciando fuori la nebbia che premeva..
Dopo pochi secondi il Sig. Romualdo rientrò in edicola gridando e sbracciando: “NON C’È, FRANCESCO NON C’È PIÙ, MIO DIO…” .
La voce era rotta da una sorta di singhiozzo disperato.
Alcuni avventori del Bar Imperia uscirono sentendo le grida.
Il Sig. Romualdo osò sbirciare dietro il banco dove stavo lavorando.
Era da dietro il mio banco, dall’assito di tavole, che aveva sentito provenire il rumore sordo del pacco-resa che avevo gettato a terra. Quel suono era troppo sinistro. Il Sig. Romualdo era trasalito a quel suono.
Forse il bambino si era avventurato dietro il banco.
Spesso i bambini si avventurano dietro i banchi dei negozi, potrebbe averlo fatto anche Francesco.
“Venga a controllare Sig. Romualdo”. 
Lo invitai a fare il giro del bancone per tranquillizzarlo. 
Il sig. Romualdo, ansimando, venne a guardare dietro il bancone.
Forse sotto le tavole della pedana c’era un passaggio segreto…
Batteva i piedi sulle tavole per sentire se un vuoto inconsueto risuonasse.
Guardò perfino in un cassetto!
Era davvero disperato.
Un pensiero lo assillava: era sicuro che il bambino fosse entrato con lui, e ora era sparito. Fuori aveva già controllato.
Mi guardò supplicante. Uno sguardo arrossato che mai mi era capitato di vedere. Avevo sulla barba e sulle sopracciglia le perline di nebbia. Forse un improvviso riflesso della luce fioca che c’era in edicola era andato a posarsi, proprio in quel momento, sulla mia barba.
Al Sig. Romualdo la mia barba dovette sembrargli di un altro colore. Uno di quei colori che si incontrano in certi vecchi racconti. Forse blu! Mi guardava con aria interrogativa, con aria supplichevole, con aria minacciosa pronta a esplodere quando avesse raggiunto il confine di ogni razionalità e di ogni remora, quando la paura gli avrebbe annebbiato del tutto la mente. Lo guardavo fisso negli occhi, consapevole che tutto si reggeva su un filo di rasoio.
Deve avermi letto nella mente.
Probabilmente anche il Sig. Romualdo pensò a quell’immagine “sul filo di un rasoio”. Ma nella sua mente il rasoio si concretizzò: oggetto affilato, usato dai barbieri, che taglia, ferisce, uccide.
Perché io avevo i capelli lunghi?
Perché non andavo mai dal barbiere?
La mia barba divenne blu nella sua immaginazione blu come la barba di un orco barbablu. Non sapevo come guardarlo.
Se fossi rimasto troppo immobile e impassibile avrebbe potuto interpretare il mio sguardo come “colpevole”, come se volessi “nascondere” la verità. Se lo avessi guardato con disinvoltura avrebbe pensato “ecco fa il normale, sta mentendo, è un orco capace di fingere”.
Per distoglierlo da quei pensieri che correvano sulla lama di un rasoio mi spostai lungo il banco, là dove c’era più luce, in modo che potesse guardarmi senza effetti d’ombra che potevano darmi un aspetto sinistro.
Dissi nel modo più persuasivo possibile: “Venga a vedere anche qui Sig. Romualdo”. Mi abbassai. Portai la testa sotto il banco per essere più veritiero e più credibile. Inchinandomi ero scomparso per un secondo alla sua vista.
Per un secondo il Sig. Romualdo restò completamente solo. Solo con la sua paura, solo con il terribile pensiero di aver perso il nipote, solo in quella luce al neon che gettava ombre sulle facce delle riviste che lo guardavano come mummie in silenzio. Solo nella nebbia.
Quella mia scomparsa divenne nella sua mente un atto di colpevolezza.
Il silenzio in edicola si fece più terrificante, tanto più che quando riemersi e tornai a guardarlo, avevo appoggiato le mani sul bancone con le braccia divaricate.
Il fatto è che alle mie spalle, dallo scaffale a vetri, facevano capolino alcuni numeri dell’enciclopedia a fascicoli settimanali della Divina Commedia con canti dell’inferno che mostravano diavoli rossi e lingue di fuoco. 
Le mie sopracciglia lunghe dovettero sembrargli corna di diavolo.
Il Sig. Romualdo era senza fiato, tratteneva il respiro, il viso sempre più rosso e gonfio, gli occhi gonfi e dilatati, sembrava dovesse esplodere.
Girò la testa a trecentosessanta gradi con l’ultima speranza di poter scorgere in un anfratto di quella panoramica suo nipote, da qualche parte, in carne ed ossa.
Perse l’equilibrio, sbandò. Finì col muso rivolto verso il reparto delle riviste di viaggio. Gente Viaggi aveva in copertina una splendida foto panoramica di Parigi. Parigi vista dall’alto della Torre Eiffel. La foto era stata scattata dall’ultimo piano della Torre. Si vedevano i tralicci in prospettiva e la piazza laggiù laggiù in fondo L’immagine dovette procurare al Sig. Romualdo una sorta di vertigine. Sbandò in modo ancora più squilibrato, gli girava la testa. In quella vertigine ebbe l’impressione di cadere, e il cielo blu di Parigi roteandogli nella mente dovette colorargli ancora di più blu la mia barba già blu. 
Le pupille gli si dilatarono a dismisura e finalmente gli sentii urlare:
“DOVE LO HAI MESSO? SEI STATO TU!” .
Alzando il pugno in segno di minaccia col gomito urtò uno scaffale da cui caddero molte riviste. Il numero di gennaio di Mani di Fata cadde aperto per terra.
Avrebbe voluto chiedere scusa. L’antica abitudine di persona per bene gli addolcì lo sguardo per una frazione di secondo. In una situazione normale avrebbe chiesto, mortificato, mille e mille volte scusa. Ma ora non poteva chiedermi “scusa Pietro”, perché nel suo pensiero io non ero più quel Pietro che conosceva. Nella sua mente avevo già cambiato sembianze.
Ma quel luccichio negli occhi, quella piccola parolina che vidi aggirarsi incerta tra le sue labbra potevano ancora far rientrare l’angoscia, era uno spiraglio. Se solo qualcosa di importante fosse accaduto ora! Se il nipote per esempio fosse comparso proprio ora tutto sarebbe rientrato.
Il caso volle che proprio in quel momento il Robot di latta si muovesse sul bancone. Forse il colpo di gomito sullo scaffale aveva trasmesso una vibrazione al bancone. Forse la polvere, il fumo, i fili sottili del tabacco finiti negli ingranaggi… Era rimasta una piccola carica, meno di mezzo giro di chiavetta. Il Robot emise il suo bramito metallico e gli si accesero gli occhi e la bocca di luce rossa. Fece un piccolo passo, uno solo, ma sufficiente per poter assomigliare a un mostro e, nello stesso tempo, a un bambino di quattro anni che facevo fuori per diecimila lire.
Il Robot si era fermato subito, ma aveva fatto in tempo ad agitare le braccia terrorizzato gridando aiuto. Il Sig. Romualdo trasalì.
Era stata così fulminea l’entrata in scena del Robot con i suoi occhi infuocati che io stesso ne rimasi sconcertato. Per un attimo mi sfiorò il pensiero che forse avevo fatto davvero qualcosa di terribile… di cui più non serbavo memoria… che avevo rimosso…

Il Sig. Romualdo lo pensò di sicuro. Pensò che fossi stato io a muovere il Robot con la telepatia o con i miei poteri di fattucchiere.
Perse di nuovo l’equilibrio.
Il numero di gennaio di Mani di Fata, aperto a centottanta gradi per terra, mostrava su due pagine la grande fotografia di due lunghi ferri appuntiti che incrociandosi fuoriuscivano da un gomitolo di lana rossa.
Quei ferri dovettero sembrargli coltelli.
Sbandò ancora rischiando quasi di cadere con gli occhi che roteavano.
“RIDAMMI MIO NIPOTE, DOVE LO HAI MESSO, SEI STATO TU, COSA NE HAI FATTO”. Un delirio.
Fuori dell’edicola il gruppetto di avventori del Bar Imperia ascoltava interdetto. La nebbia li avvolgeva. Dicevano parole, ma il suono non riuscivamo a sentirlo. Avvolti dalla nebbia sembravano fantasmi.
“DOVE LO HAI MESSO? RIDAMMI FRANCESCO! RIDAMMI MIO NIPOTE, L’HAI PRESO TU!”. E sollevava il pugno per colpirmi.
Ma aveva paura di avvicinarsi ancora.
Allungava il collo gettando occhiate verso la porta che dava sul retro del negozio. Stava pensando che avevo nascosto Francesco nel retro. Glielo leggevo negli occhi. Ero incerto se farlo entrare nel retro, perché, in verità, nel retro… avevo…
Sì, era meglio che non entrasse nel retro…
Dovette intuire che non volevo farlo entrare nel retro.
Si avvicinò di un passo, più minaccioso, salendo sulla pedana dietro il bancone. Allora mi decisi. Lo invitai a guardare anche nel retro del negozio, tanto ormai…
Si calmò per un attimo avvicinandosi allo stipite.
Gettò tremolante un’occhiata nel retro del negozio.
C’era la brandina su cui facevo ogni giorno un pisolino.
C’erano pacchi di riviste vecchie.
Il lavandino che gocciolava.
Grossi gomitoli di corda.
La stufa a gas col suo sfregolio e quel suono cupo e lontano del tiraggio nel tubo. Scaffali pieni di maschere, enormi topi e pipistrelli di gomma, denti di Dracula arrossati di sangue che Anna aveva già cominciato a prezzare per il carnevale. Tutti oggetti che un orco poteva usare benissimo per sequestrare un bambino, legarlo, ucciderlo, bruciarlo nella stufa, farlo sparire.
I Carmina Burana erano giunti al massimo del loro apice e la musica ben si adattava a ciò che di drammatico e diabolico stava accadendo.
Anche le campane della chiesa si misero a suonare, ma il loro suono, ovattato dalla nebbia, sembravano a morto.
Anche le centinaia di scatole vuote di tabacco per pipa ora avevano un altro significato alla luce della sua mente stravolta.
Le scatole avevano coperchi, come i coperchi che hanno le bare.
Forse in quella lettera anonima che avevo ricevuto… c’era  qualcosa di vero. Forse chi me l’aveva spedita aveva capito la verità. Forse, appunto, invece di essere un “porco” ero davvero un “orco”?
“Guardiamo ancora fuori, Sig. Romualdo. Le ripeto che quando è entrato qui, suo nipote non era con lei. Si calmi, Sig. Romualdo, provi a guardare nel Bar Imperia”. Avrei voluto con le mani prendergli un braccio per sostenerlo. Ma non lo feci.
Ebbe un attimo di tregua nella sua convulsione.
Nel Bar Imperia non aveva ancora guardato! Forse c’era una speranza.
Uscì di corsa, passò in mezzo agli avventori che stavano davanti alla soglia chiedendo se avevano visto un bambino.
Entrò come una furia nel Bar chiamando “Francescoooo! Francescooooo!”. Nessuna risposta.
Uscì dal Bar e corse sul marciapiede in mezzo alla nebbia gridando Francescooo, Francescooo….
La strada era deserta. Si sentiva la sua voce lamentosa e tremolante perdersi sempre più imbavagliata dalla nebbia. Sembrava stesse scendendo agli inferi.
Si fermò per qualche istante a guardare in dietro, verso di me.
Sullo scalino d’ingresso vidi che era indeciso.
Cercare in quella nebbia sembrava più difficile e pericoloso, come cercare un ago-bambino in una nebbia-pagliaio. Forse cercare in edicola e pensare che fossi stato io a far sparire suo nipote, chissà, forse gli sembrava, tutto sommato, più rassicurante.
Si inabissò nella nebbia gridando il nome di Francesco.
In quel momento entrarono i primi clienti. La messa era finita.
Una fiumana di gente si riversò in negozio. Non avevo finito il pacco resa.
I clienti mi sorpresero con le riviste sul banco ancora da legare. Lasciai tutto com’era per spostarmi alla cassa con la mitraglieria di monete pronta per il resto. Fu un attacco furibondo. Il nome di Francesco, la voce balbettante del Sig. Romualdo, i suoi occhi lacrimanti, il suo pugno alzato, il suo credere che avessi fatto scomparire il bambino, si mescolavano con i mille nomi delle riviste, con i mille resti, con le somme, con le voci e le mani dei clienti che si accalcavano e spingevano. Mezz’ora di battaglia furibonda.
Per fortuna alla fine i banchi delle riviste erano decimati: la stampa finita, grand hotel esaurito, di sorrisi e canzoni nemmeno più una copia, tutto finito.
Anche il Robot di latta venduto.
Sul banco c’erano ancora il pacco di carta igienica e il sacchetto di plastica del Sig. Romualdo con dentro le riviste per la mogliera.
Era quasi ora di chiudere serranda.
Il tempo di impacchettare l’ultima resa.
Stavo finendo di legare il pacco quando entrò il Sig. Romualdo.
Per mano teneva Francesco.
Eccolo lì, Francesco, col moccio al naso, quattro anni, soldo di cacio, occhi di carbone, tarchiatino come un robot. Si era avventurato nel salone del Bar Imperia, quello in fondo in fondo pieno di fumo, dove c’erano i giocatori col gilet, le lunghe stecche di legno, il sigaro in bocca, il gessetto bianco e il pallottoliere.
Prese la sua carta igienica, il sacchetto di plastica con le riviste dimenticate.
Era imbarazzato. Con gli occhi bassi riuscì a dire:
“Mi scusi Pietro, mi scusi”.
Pur se mescolato con l’imbarazzo e il disagio c’era un lieve sorriso sulle sue labbra. Francesco era nella sua mano.
Lo vidi di nuovo allontanarsi nella nebbia sorreggendo sotto il braccio il gran pacco di carta igienica. Francesco quattro anni era legato con la sua manina alla grossa mano del nonno e sgambettava per star dietro a quel passo ritrovato e lungo e sicuro del nonno. Mi sembra di ricordare che il nodo della cravatta fosse di nuovo al centro del colletto. Cinquecento metri di passeggiata e sarebbe rientrato a casa, da sua moglie e da sua figlia che lo aspettavano per il pranzo.
Anche Anna, nella nostra casa di Piazza Carrara, mi aspettava per il pranzo.
Alla luce lontana del sole la nebbia sembrava diradarsi un poco.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
I RACCONTI DI SCRITTURALIA

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:51 )
 

 



 

 

Tratto da Cascina Macondo www.cascinamacondo.com