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Antonella Filippi - termine Stampa
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Scritto da Tartamella   
Mercoledì 29 Giugno 2011 13:01

 

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TERMINE

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 13 giugno 2010




Sulle mura del palazzo reale di Sparta, notte, l’ultimo colloquio tra il re Leonida I e la moglie, la regina Gorgo.

       Leonida: Moglie mia, figlia di mio fratello, quali pensieri ti turbano?
Gorgo: Figlio del leone, il tuo regno dura da dieci anni e la parola “regno” non è mai stata un termine vuoto a Sparta Lacedemone, già da quando il tuo fratellastro Cleomene, mio padre, riuscì a nominare efori i suoi parenti e a far dichiarare illegittimo il re euripontide Demarato, che con lui governava.
Se regnare significa consolidare l’influenza dello Stato e tessere alleanze, per provocare la caduta delle tirannidi in molte città greche, sostituendole con governi vicini a Sparta, mio padre non fu secondo a nessuno. Ma, arrivando a manipolare l’oracolo di Delfi per i suoi scopi, fu certo il volere divino a renderlo pazzo e suicida.
Il savio lacedemone Chilone disse che lo Stato migliore è quello in cui si ascoltano le leggi e non gli oratori e il saggio Pittarco da Mitilene, invece, quello in cui non sia possibile che i disonesti governino e gli onesti non governino: tu, marito mio, li hai ascoltati entrambi.
      Leonida: Perché proprio questa notte hai tali pensieri, madre di mio figlio?
Gorgo: Hai quasi sessant’anni, amico mio, e questo caldo mese di metagitnione è prossimo al termine. Benché non dubiti del tuo braccio e del tuo scudo, temo che Apollo Carneio non ti sia propizio.
      Leonida: Perché dici questo?
Gorgo: Dieci anni fa, proprio in questi giorni, il messaggero mandato da Atene per chiamarci alla battaglia giungeva durante le festività Carnee e, fermati dagli efori, giungemmo a Maratona quando già Atene aveva vinto.
E in questi giorni, ancora durante le feste sacre, che sospendono tutte le attività belliche, gli efori non lasciano partire l’esercito, dimostrando in questo modo reverenza per gli dei, ma cecità per gli uomini. E tu domani devi muovere da solo, con soli 300 scudi. Io so che non tornerai.
      Leonida: Per Apollo Oiketes, divinità della casa, quando Serse scrisse: “Hai la possibilità di regnare su tutta la Grecia, se smetti di opporti agli dei e ti schieri con me” gli mandammo questa risposta: “Se tu sapessi che cosa è una condotta di vita onorevole, rinunceresti a desiderare i beni altrui: per me è preferibile morire per la Grecia piuttosto che regnare sui miei compatrioti”. E quando chiese l’offerta di terra e di acqua, sia a Sparta sia ad Atene i messaggeri ne ebbero in abbondanza, nei nostri baratri e nei pozzi.
E adesso un valico angusto e impervio, le “porte calde”dove le sorgenti naturali creano una palude, vedrà non solo i trecento opliti di Sparta, ma i mille di Tegea e Mantinea, i mille e cento dell’Arcadia, i quattrocento di Corinto, i duecento di Flunte e gli ottanta di Micene; e i settecento Tespiesi e i quattrocento Tebani dalla Beozia, i Locri Opunzi con tutte le loro forze e i mille Focesi. Questi sono gli stolti che si azzardano dove gli audaci fuggirebbero.
Gorgo: È la guerra che è stolta. Gli spartiati sarebbero tali ovunque, la terra è terra, il mare è mare, e così sarebbero anche i persiani. Ma questo è ciò che pensano le donne, gli uomini impongono il loro pensiero alla terra e al mare, ma non si fermano al termine della loro terra e del loro mare. Il respiro è la marea che portiamo dentro e il corpo e la mente le terre da coltivare. Mi chiedo di quali paure vi nutriamo nel nostro seno, se nessuna generazione se ne può liberare.
       Leonida: Avrei preferito che mi avessero esposto sul Taigeto piuttosto che vedere questo giorno di guerra un’altra volta. Ma Tyche, divinità tutelare della fortuna, della prosperità e del destino di uno Stato ci sarà propizia ancora una volta e so che questa battaglia raccoglie in sé i prodromi del nostro diventare qualcosa di più grande, una Grecia unita. Lo sento come il cane sente la traccia del cervo nei boschi, come la rana sente l’odore delle fonti. Uno Stato è grande quanto lo fa grande chi lo governa e domani non ci saranno Attica e Tessaglia, nord e sud, est e ovest, ma solo Grecia. Perciò trattieni i dubbi, regina di Sparta, ancora stanotte sii la mia forza.
Gorgo: La notte è fatta per i dubbi, quando la triplice Ecate ci fa sentire il termine delle nostre vite e che il confine è labile tra il respiro e la pausa.
Discendente degli Agiadi, ricorda che il punto in cui ti trovi in ogni istante è il termine della vita. La scadenza che ci aspetta è un moneta che va pagata, ma non è una fine, se davanti a noi c’è qualcosa mai visto prima. Ogni termine è una trasformazione e l’unione di tutti per l’umiliazione del persiano può infine dare vita al governo di molti. Solo temo che questo non sarà mai reale, solo un’illusione con cui i pochi continueranno a ingannare, mentire, piegare al loro volere, nascondere i loro misfatti e punire chi ne parla. E mandare in battaglia i loro figli migliori.
       Leonida: Il tuo acume e la tua saggezza siano al fianco di nostro figlio Plistarco, che è ancora troppo giovane per regnare, insegnandogli queste parole. Sarà mio fratello Cleombroto il reggente, e suo figlio Pausania dopo di lui. E vendicheranno la mia morte, fermando i persiani e la loro insolenza, un’ultima battaglia che unirà le genti, ma che ci cambierà per sempre.

Il canto dei grilli negli uliveti si arresta per un momento. Leonida e Gorgo si allontanano.






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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:54 )
 

 



 

 

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