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Antonella Filippi - lettera notturna Stampa
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 02 Giugno 2011 17:26

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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LETTERA NOTTURNA

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia 2 maggio 2010





Eccolo lì che parla di nuovo con i suoi amici.
Non fanno altro che gettare verbi e sostantivi in ogni direzione, con una voce comodamente stanca, come di donne in un bagno turco.
Possibile che non possa sbrigarsi un po’, non farsi coinvolgere in tutte quelle parole che sperperano la sua energia?
Se venisse qui un po’ prima, la sera, se facessimo l’amore un po’ più spesso, se mi desse una mano a lavare, a guardare i bambini...
Se fosse più vicino alla realtà, a quella che quando ci sbatti contro ti graffia, non quella delle parole che si seccano in fondo alla gola nell’impossibilità di dire “ti amo”, di ridere con tutto il corpo, senza i “ti ricordi?” ma con i “facciamo”.

Anche per me il tempo è stato una belva, un gorgo che ha ingurgitato le mie illusioni, gli ideali di quando ci siamo conosciuti, ma mi ha dato altro, mentre a te pare abbia tolto anche i ricordi più belli.
Può sembrare banale, e forse banale per te, ma io sono riuscita a non smettere di far brillare queste piccole luci dentro di me, questi fari nel mio mare, che quando mi prende la disperazione di vivere (si, anche a me, pure se ciò che devo fare è talmente tanto che me la devo dimenticare e così ritrovo una tremula gioia nell’essere qui, con tutto quello che mi succede), quando mi coglie questa disperazione che a volte esulta dentro di me, barcollano e soffiano il loro tiepido bagliore fino ai miei occhi stanchi, che ritrovano la forza di sorridervi.

Ho lavato i piatti e messo a letto i bambini. È una di quelle sere in cui si trovano per organizzare le battute invernali al cinghiale o per vedere la partita. Dopo averli riforniti di birra e patatine, me ne vado a letto, ma non stasera.
Lo sento parlare di me, della nostra vita.
Non sono così spenta, non sei la mia stampella.

Ma come fai a dire questo?
Io sono felice, dentro di me so che sono felice e niente può davvero farmi male.
Ho affrontato senza di te tutto quello che mi è successo, la nascita dei bambini, la loro crescita, le malattie, e anche quando mi hai abbandonata a decidere se abortire o no.
Adesso so che posso affrontare tutto da sola, anche il tuo tradimento un ieri non troppo lontano, e il tuo ritorno pentito.

Negli anni hai modellato un’immagine di me che contrasta con quello che sono, è come se mi mostrassi il presente in uno specchio deformante, leggendo le domande come sterile curiosità, i silenzi come distacco, le attenzioni come oppressione.
Ma questo non lo racconti.
Perché ora, con quel tono, stai dicendo loro che sono “così normale”?

Cosa significa la normalità in un rapporto, in una persona? Quando ciò che è normale diventa positivo o negativo?
Ma io sono un essere umano normale, e voglio vivere da “normale”.
È qui, nella vita banale, come la chiami tu, che mi vedo in azione a inventarvi ogni giorno una ricetta diversa o almeno dimenticata, a lavare i piatti ricamando nella mente storie nelle quali le stoviglie sono protagonista, a mettere a bagno i vostri abiti, e in più a lavorare in ufficio come se non esisteste, a seguire, finalmente, il corso di disegno che mi permette di esprimere su un foglio i miei disagi e la mia bellezza.
Non ho né il coraggio né l’avventatezza di essere me stessa, solo la necessità.
Io voglio essere normale, voglio darvi il mio amore senza trattenermi, stringervi senza parlare e sperare che capiate quanto questa tenerezza mi muove contemporaneamente a lacrime e riso.

Sono seduta al tavolo della cucina e le loro voci filtrano piano da sotto la porta, come la nebbia insidiosa che distorce prospettive e distanze.
Una distanza di pochi metri, la distanza tra il fare e l’attendere. Dove tutto va avanti, chi si ferma può diventare invisibile. Ma, come scriveva Hesse, anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno.

E quando mai abbiamo fatto tutto insieme?
Non lo avrei neanche voluto.
Ma la libertà di cui parli non vuole dire che tu possa andare a caccia tutti i fine settimana, mentre io e i bambini riempiamo l’attesa con lunghe epopee di giochi o di spettacoli televisivi.
Mi chiedo quali siano state le considerazioni reali che ti hanno spinto a volerli.
Non mi hai mai risposto: la continuità, l’egoismo, la solitudine, la morte?

Le loro voci quasi assonnate, piedi che strascicano, il sottofondo della televisione. Non so come puoi confondere il lasciarsi “prendere” dall’amore con i pregiudizi, gli schemi e i condizionamenti sull’amore. Questi provocano sofferenza, non la tenerezza, la voglia di portarla in profondità, dove la complicità diventa amicizia, dove l’interessamento diventa comprensione, dove l’attrazione diventa voglia di stare insieme, dove la fame e la sete diventano capacità di sfamare e dissetare.
E invece no, no, nell’amore è anche il vivere quotidiano, è il ripetere ogni momento una sequenza dalla quale non c’è modo di uscire, perché la sequenza non è mai imprevista, è dettata dalla mente, dal carattere, dall’attitudine, perciò mai nuova, mai sorprendente, e in definitiva mai nostra.
Probabilmente le facoltà più utili dell’homo sapiens sono a un tempo la memoria e la mancanza di memoria, la capacità di rivivere ogni giorno con nuova energia le stesse cose, forse sempre in attesa che accada davvero “qualcosa”.
Ma siamo qui, congelati dentro noi stessi, nel tempo senza senso di una vita che, per dirla con Shakespeare, “è una favola, raccontata da un idiota, piena di rumore e di furia, che non significa niente”; è un mondo di superfici a specchio, di scavi orizzontali, di allegrie esposte alla vista e raggelate nel cuore.

Sedie spostate, odore di grappa e caffè.
E ho quasi finito.

Il mio amore per voi è trovare le parole che riescano, con quella grammatica imperfetta che è la frase rispetto a un’emozione, a rendere quella che in me è un’armonia globale.
È il ricordo della tua tenerezza improvvisa e struggente, quel senso di potermici abbandonare.
È la musica segreta che abbiamo condiviso, nata da chissà quali fonti di comprensione, emozioni, paure, aspettative, traumi, ricordi, somiglianze, destini.
È per tutto questo che continuerò a tenere duro, perché so che la resa è più difficile.
E ora ti scrivo un biglietto, e te lo lascerò sul cuscino.
“Se potessi ancora darti qualcosa ti ridarei te stesso. Lo farei. Lo farò”.
Perché è un sogno e solo chi sogna può volare.




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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
I RACCONTI DI SCRITTURALIA

 

5001 ODISSEA NELLO SPAZIO...
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 10:00 )
 

 



 

 

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