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Antonella Filippi - oro Stampa
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Scritto da Tartamella   
Domenica 22 Dicembre 2013 11:20

 

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ORO

                                                     di Antonella Filippi

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 10 novembre 2013

 



L’ottavo shogun Ashikaga Yoshimasa sedeva nel piccolo padiglione per la cerimonia del tè del suo ritiro di Higashiyama, nelle vicinanze di Heian-kyo, pensando alle sue molte colpe come governante, marito e padre.
Le labbra sottili lo distinguevano alquanto dagli altri membri della famiglia e la barba rada contrastava specialmente con i folti favoriti di suo nonno Yoshimitsu, come gli ricordavano i dipinti e le statue e i cortigiani tutti. Di suo padre Yoshinori, assassinato il giorno del quarantasettesimo compleanno, ricordava poco o niente, ma non aveva mai scordato Yoshikatsu, il fratello di due anni maggiore, che a sette anni era diventato shogun per poi morire cadendo da cavallo due anni dopo.
Yoshimasa ricordava ancora quando, a poco più di sette anni, aveva ricevuto la notizia della morte del fratello, il pianto della madre che l’aveva chiamato “Sei-i Taishogun” “Grande generale dell’esercito che sottomette i barbari” e le invocazioni dei preti per evitargli il destino del suo predecessore.
Aveva sentito un brivido che non sapeva se fosse paura o piacere. Da quando era nato verso la fine del sesto anno dell’era Eikyo con il nome di Yoshinari, per quanto suo padre fosse potente tanto da essere chiamato “Re del Giappone” dall’Imperatore della Cina Xuande, era stato preparato per essere un consigliere o un monaco, come il fratello più giovane Yoshimi, nato tre anni dopo di lui. L’improvviso ribaltamento delle sue prospettive, se pure all’inizio gli aveva dato un brivido di inadeguatezza, subito dopo l’aveva riempito del calore del potere.
La sua casata era insigne e forte, e non aveva mai rischiato di essere ucciso, era stato ben protetto e addestrato a diventare davvero un grande guerriero.
Aveva imparato a non tradire alcuna emozione e a controllare il suo spirito, con sacrificio e ore e ore di esercizi. Aveva imparato a comporre poesie waka, le strette regole dell’uta awase e del cooperativo renga, la calligrafia.
Al momento dell’investitura il suo giuramento era stato trascritto su un kishomon, un rotolo che era stato poi bruciato e sciolto in un liquido che lui aveva bevuto, interiorizzando il patto che lo legava al suo clan e all’imperatore Go-Hanazono-tenno. Anche se di fatto quest'ultimo possedeva solamente una carica onorifica, pure era il figlio del cielo e aveva truppe a lui fedeli.
L’imperatore l’aveva onorato negli anni in molti modi: quando aveva dieci anni aveva ricevuto una lettera di approvazione del suo nome, Yoshinari “giusta attitudine”; a tredici gli aveva donato una spada, in occasione della sua investitura a shogun; a diciotto il suo nome era stato cambiato in Yoshimasa, “giusto governo”.
E poi, a quasi vent’anni, il matrimonio con la bellissima Tomiko, scelta all’interno della famiglia Hino come per tutti i precedenti sh?gun, per la quale, qualche anno dopo, aveva costruito il nuovo Palazzo dei Fiori.
Voleva erigere anche una costruzione in cui trovare rifugio dagli affanni della propria responsabilità, come aveva fatto il nonno con il suo Padiglione, coperto di foglie d’oro, e in omaggio al quale avrebbe voluto rivestirla in argento.
Il nonno era morto quasi trent’anni prima della sua nascita e il Padiglione Dorato era diventato un tempio. Yoshimasa aveva deciso che anche la sua villa sarebbe diventata un tempio buddista dopo la sua morte, ma i disordini della guerra civile ne avevano resa possibile la costruzione solo quando egli aveva ormai quarantasei anni. Nei venti anni trascorsi tra il desiderio e l’attuazione erano successe molte cose: frustrato nei suoi tentativi di mostrare l’autorevolezza del padre e del nonno, aveva deciso di abdicare, per dedicarsi interamente alla ricerca estetica, ma non aveva un erede da designare: dopo il primo figlio, nato morto, Tomiko non ne aveva avuti altri, perciò Yoshimasa aveva richiamato alla vita laica il fratello minore Yoshimi, rassicurandolo che, anche se gli fosse nato un figlio, non ci sarebbero stati cambiamenti nella successione. Ma l’anno dopo era nato Yoshihisa e le cose erano cambiate, almeno per Tomiko, che aveva chiesto appoggio al clan Yamana, mentre Yoshimi aveva richiesto l’aiuto degli Hosokawa.
Nel primo mese del primo anno dell’era Onin, quando Yoshimasa aveva da poco compiuto trentuno anni, questa contesa aveva fomentato l’insofferenza e il desiderio di potere, divampando come un braciere per tutto il paese e portando conflitti e distruzione per un decennio.
Anche il Kinkaku-ji, il tempio dorato del nonno, era bruciato due volte durante la guerra Onin.
Yoshimasa aveva abdicato a favore del figlio di otto anni e si era ritirato.
Aveva continuato a vivere nel suo palazzo, a volte a poche centinaia di metri dalla zona di battaglia, ammirando i suoi giardini e la collezione di dipinti cinesi. Aspirava a diventare non un invincibile generale, ma un secondo Genji.
Sentiva che dalle ceneri la città sarebbe rinata come la fenice. Non è forse necessario tagliare tutti i fiori attorno a quello più adatto, non per forza il più bello, per farlo risaltare?
Non voleva che la sua epoca fosse ricordata solo per le guerre e i disordini. Cosa resta di un’era, se non la cultura, le arti? Era vero, la città era in rovina, la gente moriva di fame, di malattia e veniva assalita dai banditi, mentre la corte viveva tra poesia, pittura, ikebana e cerimonia del tè, ma la bellezza resiste al tempo e può essere lasciata come dono. Per questo Yoshimasa era determinato a ricercarla e a diffonderla in quel periodo di instabilità.
Neppure Tomiko l’aveva compreso e si era separata da lui dopo ventisei anni.
L’anno dopo aveva dato inizio alla costruzione del suo Padiglione Argentato e ora, dopo sette anni, non era ancora finito. Ci sarebbero voluti ancora tre o quattro anni, e Yoshimasa sentiva di non avere più tempo.
Ci sono periodi in cui i governanti non governano o, peggio ancora, governano con il solo fine di arricchirsi, facendo della miseria morale un valore, sottraendo risorse all’arte e alla cultura invece di mostrarsi lungimiranti e promuoverle.
È l’arte che salva dall’abbrutimento, dai periodi difficili, è la poesia. Di questo Yoshimasa era convinto, nonostante l’incomprensione della moglie e dei cortigiani.
E adesso anche suo figlio era morto, durante una campagna militare, e la scia di quella barca, salpata ventiquattro anni prima, si era interrotta. Yoshimasa aveva nominato shogun il figlio di Yoshimi, Yoshitane.
Ora, a cinquantatré anni, si rendeva conto di essere stato sempre uno spettatore, un governante incompetente, un fallimento. I numerosi litigi con la moglie e il figlio gli avevano più volte fatto desiderare di diventare un monaco in un quieto ritiro. L’unico campo su cui aveva riversato le cure e le attenzioni negate agli affari di stato e gli affetti non ricevuti era quello artistico e culturale, l’unico pregio era l’aver incoraggiato l’anima del suo paese verso un’estetica raffinata e precisa.
Il suo ritiro non era stato costruito con pietre o mattoni, ma con legno e carta, per dimostrare la sua consapevolezza che l’impermanenza era un elemento essenziale della bellezza.

amo la mia capanna
ai piedi della montagna
in attesa della luna
e il riflesso
del cielo che affonda


Yoshimasa guardava le quattro stagioni nel loro andare e venire riflettersi nello stagno davanti al suo ritiro, la luna incostante, le piante, gli uccelli e gli insetti, le curiose rocce.
Negli anni aveva richiamato artisti da ogni dove, senza considerarne l’estrazione sociale, Sessho Toyo e Oguri Sotan per i loro sumi-e, Kano Masanobu, che aveva dipinto nel Padiglione le Otto Vedute dei Fiumi, Zen’ami, grande creatore di giardini e quell’Ameya che aveva portato la tecnica sancai, quella della porcellana a tre colori, dalla Cina e che ora gli stava davanti, inginocchiato, vicino al tosuimon di fianco al padiglione per la cerimonia del tè.
Nel cha-no-yu Yoshimasa aveva trovato un’arte che le comprendeva tutte: mescolare gli incensi e profumi, scrivere poesie, dipingere e disporre fiori, usare ciotole fatte a mano, adatte a raccogliersi nel palmo e a cedere lentamente il calore del tè al calore della compagnia umana. La cerimonia del tè era un pratica trasformativa, in cui il wabi, l’aspetto interiore, e il sabi, il lato materiale della vita, si fondevano e si intersecavano nell’accettazione della transitorietà e dell’imperfezione, nella contemplazione del vuoto e nell’esperienza del non-attaccamento, suggerendo serena malinconia e anelito spirituale.
Ma l’incanto sottile della sua preziosa ciotola “Aki no Kure”, sera d’autunno, si era rotto e Yoshimasa l’aveva mandata in Cina perché fosse riparata. Gli avevano restituito integra la sua severa semplicità, ma sconciata da punti metallici. Allora aveva chiamato Ameya, sfidandolo a porre riparo a quello che i suoi conterranei avevano fatto.
Ameya aveva già plasmato per lui diversi tosuimon dal suono differente: le giare forate, smaltate o grezze, interrate capovolte, avevano un suono limpido e remoto per le gocce d’acqua che scendevano, un suono rilassante e incantevole. Erano uno strumento che rimaneva nascosto, segreto, come celato era il disegno della vita.
Erano sparsi nei giardini e all’ingresso della sua casa e il loro suono sorprendeva i visitatori, chi con un brivido chi con un sorriso. In quell’arpa sottile ognuno sentiva echeggiare parole diverse.

come si alzano i pivieri
quando vedono l’ombra
della luna indugiare
all’alba
sulle onde al largo


E ora Ameya era tornato. In ginocchio, con la testa bassa, aveva teso in alto le mani e porto la ciotola a Yoshimasa.
La sera autunnale conteneva adesso dell’oro nei suoi recessi. I frammenti erano stati rimessi insieme con il prezioso metallo, in modo da non nascondere la rottura, ma da evidenziare la riparazione.
Come la letteratura raccoglie l’insensatezza del mondo e la trasforma in senso, così quell’arte era in grado di raccogliere i pezzi sparsi che si possono considerare rifiuti e conferire loro un senso più alto.
Yoshimasa poteva quasi dare un nome a ogni pezzo e vedere come questo si adattasse agli altri, come si intersecasse con le vicende delle sue ferite. Il segno lasciato dal dolore lo rendeva unico, tutto avrebbe potuto succedere in diecimila altri modi, ma era così che era andata. Anche la bellezza incrinata della ciotola adesso era unica. La sera aveva ora non l’uniforme bellezza di un cielo senza nubi, ma la ventosa varietà di un tramonto, di un temporale dai fulmini dorati, di foglie rugginose sotto il sole, di un incendio fulmineo e corrusco, di un fuoco risplendente nella notte.
Aveva ritrovato la grazia dove c’era vergogna, il suo strazio era diventato un luogo di insegnamento e dono.
La ciotola era più bella proprio grazie alla sua ferita, mostrandola era diventata meno vulnerabile, aveva trasformato la sua fragilità in forza. Dalle sue crepe poteva uscire la luce.



                                       

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
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Ultimo aggiornamento ( Domenica 22 Dicembre 2013 11:47 )
 

 



 

 

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