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Flavio Massazza - una stella che cade Stampa
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 30 Novembre 2012 08:06

 

 

 
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UNA STELLA CHE CADE

di Flavio Massazza

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 18 novembre 2012

 

 




Simone osservava la buca appoggiandosi con una mano sulla pala puntata a terra. Dopo molti anni di esperienza, sapeva perfettamente come andava fatta, sapeva definire a occhio le dimensioni giuste e la giusta profondità.
Quando era più giovane scavava personalmente le buche, ma, adesso che era più anziano e era diventato il capo, le lasciava fare a due ragazzi giovani che venivano ingaggiati quando era necessario. Però non li lasciava mai soli e guidava con attenzione ogni loro gesto; era lui, comunque, il responsabile.
Mentre sistemava di traverso i due assi di legno che avrebbero sostenuto i necrofori, gli giunsero i rintocchi di una campana lontana. Un suono sempre eguale ripetuto ad intervalli regolari.
Il corteo funebre stava lasciando la chiesa nel centro del paese.
Simone appoggiò la pala sul retro di una lastra di marmo bianco corrosa dal tempo. Per un attimo osservò la foto sbiadita e la scritta quasi illeggibile e cercò di ricordare chi c’era li sotto, ma nulla gli venne in mente. Aveva seppellito così tante bare e così tanti corpi che non poteva certo ricordarli tutti.
Camminò fino all’ingresso del cimitero e si fermò nel piccolo spiazzo in cui i feretri si ricevevano l’ultima benedizione.
L’inverno stava per finire e una leggera brezza più calda attraversava le lapidi di marmo. Quelle poche che ancora spiccavano qui e là nella piccola zona rimasta libera dalle costruzioni che ospitavano le cappelle.
Dopo poco arrivò un carro funebre grigio metallizzato. Già, pensò, una volta erano neri, ora invece sono grigi; forse per rendere meno lugubre la cerimonia o semplicemente perché la polvere si nota meno sul grigio.
I necrofori, quelli ancora vestiti di nero, deposero la bara sul trespolo ed il parroco officiò una svogliata benedizione.
Attorno c’era pochissima gente. Alcune vecchie del paese muovevano la bocca sussurrando parole di cui avevano dimenticato il significato. Alcuni uomini forestieri stavano in disparte con il viso impassibile. Una giovane ragazza con un vistoso trucco ed un cappotto verde stava accanto alla barra con gli occhi arrossati come se avesse pianto..
A Simone non interessava chi veniva sepolto nel cimitero; quello era il suo lavoro e lo svolgeva con professionalità, precisione e senza nessuna emozione. Così doveva essere; quello era il lavoro che faceva suo padre e che si era trasferito a lui per tradizione. D’altra parte nessuno amava farlo. Se qualcuno gli chiedeva quale lavoro facesse, non era certo piacevole rispondere  “faccio il becchino”.
Quando glielo avevano proposto appena tornato da militare aveva accettato volentieri. Era un lavoro sicuro, vicino a casa, e che gli permetteva di vivere tranquillo.
Si, anche lui da giovane aveva avuto qualche desiderio, qualche sogno, ma le aveva considerate cose inconsistenti, irrealizzabili, da mettere subito da parte.
Nel periodo del servizio militare aveva incontrato qualche donna, ma sempre a pagamento. Quel rapporto freddo, solo per soddisfare una pulsione giovanile lo aveva fatto sentire a disagio, anzi gli aveva tolto ogni desiderio di approfondire il rapporto con una donna. Anche in seguito gli era capitato di incontrare delle prostitute e sempre di più la sua avversione verso le donne ed in generale verso gli altri si era consolidata.
Così da anni, dopo la morte dei genitori, viveva nella sua vecchia casa nel centro al paese da solo e senza rimpianti. La gente lo rispettava, lo considerava una parte dell’arredo urbano: era quello che seppelliva i morti e che curava la manutenzione del cimitero. Non dava fastidio a nessuno e nessuno invidiava il suo lavoro.

Come sempre, qualche giorno prima del funerale, il messo comunale l’aveva chiamato per fornirgli le istruzioni per la preparazione della tomba.
Normalmente Carlo lo informava solamente sulla posizione in cui andava seppellito il feretro e gli comunicava il nome da scrivere in un cartellino provvisorio in attesa che il marmista preparasse la lapide.
Questa volta però aveva fatto dei commenti.
“Povera ragazza, aveva solo venticinque anni e da poco aveva affittato una casa in paese. Pochi la conoscevano, ma si dice che facesse la prostituta in città. In effetti la si vedeva nei negozi solo nel primo pomeriggio e la sua auto rientrava spesso a notte fonda. E’ morta in casa improvvisamente, due giorni fa, si dice a causa di una droga con la quale aveva esagerato”
Sentendo quelle parole Simone ritornò ai suoi ricordi di donne fredde e distaccate che recitavano la loro parte. Donne che si accoppiavano con lui esattamente come lui seppelliva i cadaveri.
Provò un sentimento di liberazione, era come se la morte di una di loro lo liberasse da un risentimento misto ad un senso di colpa che gli si avvoltolava  dentro.

Il rituale si era svolto normalmente e senza intoppi. La bara era stata calata con le funi, gli assi di legno rimossi, la terra aveva ricoperto la bara e gli addetti avevano sistemato le zolle in rilievo per permettere loro di assestarsi senza creare un avvallamento.
Simone aveva poi appoggiato la targhetta con il nome al ceppo squadrato di granito che indicava il luogo di sepoltura.
Quando oramai tutti se ne erano andati vide un uomo di mezza età avvicinarsi alla tomba e posare con delicatezza un cartoncino accanto alla targhetta.
Simone si accorse subito che si trattava di una foto e meccanicamente si avvicinò. Sentiva dentro di se il desiderio di vedere chi era quella ragazza, una ragazza come una di quelle che lui aveva abbracciato senza sentimento, quasi con ribrezzo, a volte con paura, a volte con quel senso di colpa trasmesso da quel comune giudizio morale che aleggia in ogni comunità.
Si guardo intorno, ormai non c’era più nessuno, raccolse la foto e la guardò.
Un viso di donna lo guardava con un sorriso. I lineamenti delicati e armoniosi risaltavano sul viso circondato da corti capelli biondo oro. Gli occhi di un intenso azzurro sembravano penetrare all’interno di chi li stava osservando.
Simone sentì una mazzata sul petto, il cuore fece un salto, un formicolio gli arrivò nelle mani e nei piedi come se un turbine improvviso fosse entrato dentro di lui.
Mai aveva visto quel viso, mai aveva incontrato quella donna, ma era come se un’immagine racchiusa nella sua anima, come se il sogno nascosto nel profondo del suo spirito si fosse improvvisamente materializzato.
Rimase con la foto stretta tra le dita per lunghissimo tempo sino a quando avvertì una mano che gli toccava una spalla.
Come colpito da un getto di acqua fredda ebbe un brivido, rimise frettolosamente la foto dove l’aveva presa e si voltò verso una vecchia del paese che stava ferma accanto a lui con la mano rugosa ad indicare la tomba.
“E si, io l’ho vista un paio di volte nei negozi, aveva proprio un bel visino, chi l’avrebbe detto che faceva una vita schifosa, ma sicuramente si è ritrovata quello che era il suo destino”
Simone si allontanò senza rispondere mentre sentiva il suo corpo muoversi come se non gli appartenesse.
Da quel giorno vedeva ogni cosa in modo diverso, si sentiva come un estraneo, come un temporaneo ospite della sua vita. Era come se gli oggetti, i luoghi, le persone appartenessero ad un altro, facessero parte di un altro mondo.
Ogni giorno una spinta incontrollabile lo portava accanto alla tomba della ragazza. Si accostava a quella collinetta di terra mentre il cuore accelerava i battiti ed osservava da lontano una foto che non aveva bisogno di portare vicino ai suoi occhi perché ormai ne conosceva ogni dettaglio.
Poi cominciò a mettere ogni giorno un fiore sulla tomba. Le vecchie del paese se ne accorsero, e Simone raccontò loro di un misterioso sconosciuto che le faceva visita regolarmente.
Passò la primavera, arrivò l’estate, cambiarono i fiori, il caldo sempre più umido annebbiava l’aria.
Una sera d’Agosto Simone si era fermato nel cimitero dopo aver chiuso al pubblico il cancello in ferro battuto. Voleva finire un piccolo lavoro di manutenzione in una cappella; il proprietario gli aveva chiesto il favore di sistemare una lapide prima del giorno seguente.
Mentre scendeva dalla scala appoggiata al muro vide la stanza girare come se qualcuno l’avesse rivoltata, sentì le gambe che cedevano e dovette fermarsi a lungo coi piedi a terra appoggiandosi al muro prima di potersi riprendere.
Quando uscì all’aperto non poté fare a meno di osservare il cielo.
Quel giorno c’era stato il vento e nel cielo senza luna tutte le stelle brillavano con un luce intensissima che riusciva a illuminare la spianata del cimitero.
L’uomo si avvicinò alla tomba della ragazza. Ora una piccola lapide di pietra fornita dal comune riportava il suo nome. Accanto risaltava la foto che Simone, a sue spese, aveva  fatto stampare sulla ceramica.
Si sedette a terra sull’erba umida appena tagliata.
Con la coda dell’occhio percepì un movimento nel cielo. Un ricordo d’infanzia si materializzò nella sua mente: sentì la voce dimenticata di una madre che ricordava appena.
“Oggi è il giorno delle stelle cadenti, se esprimerai un desiderio nel preciso momento in cui ne vedrai una cadere, questo si avvererà.”
Simone si coricò sull’erba accanto alla tomba della ragazza e allungò un braccio fino a toccare con le dita la lista di marmo che contornava la piccola zona di terreno di fronte alla lapide.
Tutta la volta celeste era sopra di lui. Un infinito numero di stelle lo circondavano come l’interno di una cupola piena di luci e di colori.
In mezzo alle stelle improvvisamente una luce più intensa si accese e percorse un lungo arco luminoso prima di spegnersi.
Gli occhi dell’uomo la seguirono mentre dal profondo del suo animo usciva, come da una sorgente di montagna, il suo desiderio.
Il marmo si dissolse sotto le dita ed una piccola mano morbida e delicata si appoggiò sul suo palmo.
Simone strinse quella mano e sentì che attraverso di essa una sensazione profonda di serenità e di felicità si trasmetteva in tutto il suo corpo.
Vide tutte le stelle del cielo cominciare a muoversi, a roteare, per poi cadere fino a fondersi creando una luce infinita che avvolse il suo corpo disteso accanto ad una tomba in un piccolo cimitero di paese nella grande pianura.





                                     

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
I RACCONTI DI SCRITTURALIA
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 30 Novembre 2012 08:10 )
 

 



 

 

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