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              Tratto da Cascina Macondo www.cascinamacondo.com

 


 

Flavio Massazza - la scossa Stampa
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Lunedì 07 Maggio 2012 17:01

 

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LA SCOSSA

di Flavio Massazza
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 1 aprile 2012

 

 


L’incidente si verificò pochi giorni dopo l’equinozio di primavera.
L’inverno era stato molto rigido ed una spessa coltre di  neve aveva coperto a lungo la campagna.
Per molti mesi Bernardo era rimasto nascosto in una intercapedine che si era formata tra il muro e le perline di legno.
Egli amava farsi chiamare Berny con la ypsilon, all’inglese.
Non sapeva molto degli inglesi, ma una volta rosicchiando un vecchio giornale aveva notato questo diminutivo sotto la foto di un personaggio famoso ed aveva pensato che il primo passo per diventare importante era quello di avere un nome di prestigio, un nome che terminasse con la lettera ypsilon.
La casa in cui viveva era molto malandata, il vecchio contadino che vi abitava non aveva il denaro per curare la manutenzione, ma per un piccolo topo di campagna andava benissimo anche se portava un nome inglese.
Nei lunghi mesi invernali Berny era uscito raramente dal suo nascondiglio.
Uscire all’esterno nella neve e nel gelo non era possibile, o meglio non era piacevole, se decideva di muoversi, preferiva entrare dentro la casa.
Berny conosceva perfettamente ogni passaggio, ogni fessura nei muri o nel legno delle finestre. Però entrare in casa era sempre rischioso.
Il topolino sapeva che il vecchio era sempre informato della sua presenza e lo sopportava, ma doveva essere un rapporto discreto e molto riservato.
La legge non scritta diceva che i topi sono nemici degli uomini e viceversa, quindi la legge diceva che un vecchio contadino deve combattere il topo che gli rosicchia le provviste. A questo scopo sono state create armi letali: trappole, gabbie, ghigliottine per non parlare di terribili veleni.
Ma Berny contava sul fatto che il vecchio, rimasto solo da anni, forse, aveva un certo affetto per lui, e non avrebbe usato quelle armi.
In ogni caso era indispensabile mantenere la forma, quindi non doveva farsi vedere e sopratutto non doveva aggredire la dispensa.
Così Berny quando entrava in casa lo faceva sempre con discrezione, evitava accuratamente di mostrarsi e si nutriva solo delle briciole e degli avanzi che con simulata distrazione il vecchio dimenticava qua e la, forse proprio per lui.
D’altra parte nell’estate precedente il topolino aveva mangiato a sazietà nella campagna ricca di cereali e quindi durante l’inverno gli bastava poco.
Un po’ di dieta non gli avrebbe fatto male, la pancia era fastidiosa per l’estetica, ma soprattutto non gli avrebbe permesso di passare attraverso le fessure più strette nei suoi passaggi segreti.
Ma ora la primavera era arrivata ed era giunto il momento di muoversi.
Appena sveglio il topolino avvertì il calore del sole che scaldava il suo nascondiglio ed uscì all’aperto.
Solo qualche piccola nuvola bianchissima vagava nel cielo di un intenso azzurro, senza mai oscurare il sole.
Berny, quando si trovava all’aperto, era sempre molto attento e proprio questo gli aveva permesso di sopravvivere.
Percorreva brevi tratti correndo velocissimo, poi si fermava immobile e, se era possibile, entrava in un rifugio o si mimetizzava nella vegetazione.
Poi si guardava intorno scrutando con attenzione ed ascoltando ogni rumore prima di ripartire sulle sue zampe velocissime.
Ora però aveva veramente appetito e l’idea di rosicchiare un germoglio od una tenera  radice gli solleticava il palato.
Dopo qualche assaggio qua e là giunse presso la piccola costruzione di cemento.
L’aveva sempre vista e ne aveva notato  il netto contrasto con la vecchia casa.
Si trattava di un cubo di cemento scuro e liscio il cui accesso era impedito da una robusta porta di ferro  con tracce di ruggine.
Guardando in altro si vedevano dei cavi che finivano al centro di tre finestre con il vetro rotondo.
A Berny i cavi sembravano simili a quelli che il vecchio usava per sostenere i rami delle viti, ma su di essi non si arrampicava nulla, stavano là in alto inutili e irraggiungibili.
Il topo li osservò dal basso: righe nere in evidenza contro il cielo azzurro.
Un uccello era appollaiato su di un cavo e per un attimo ebbe un brivido, sapeva quanto i rapaci amavano cibarsi dei topolini, ma subito si riprese, aveva imparato che i rapaci non si posano sui fili, doveva trattarsi di una semplice cornacchia, un concorrente che amava come lui le granaglie, ma nulla di pericoloso.
Berny era molto curioso e più di una volta aveva cercato di entrare nel cubo di cemento, ma non ci era mai riuscito: la porta era di ferro ed il cemento era compatto.
I suoi denti robusti, gli incisivi dei quali era molto orgoglioso, erano efficacissimi nel rosicchiare il legno e a volte riuscivano persino ad aggredire qualche tenero mattone, ma nulla potevano sul ferro e sul cemento.
In ogni caso sempre con grande attenzione fece il giro della costruzione e questa volta scoprì il passaggio.
Tra la porta di ferro ed il muro si era creato un piccolo varco, una piccola fessura dove il ferro arrugginito dalle intemperie aveva sgretolato il cemento.
Berny infilò prima il musetto annusando  l’aria umida e calda che proveniva dall’interno, poi, sempre con la massima circospezione e grazie alla pancia ridotta dalla dieta invernale, riuscì a penetrare all’interno.
Ora si trovava in una stanza quadrata debolmente illuminata da tre piccole finestre rotonde dal centro delle quali tre cavi scendevano in basso verso uno strano cubo di ferro grigio.
Da esso proveniva un grande calore. Il topo ricordò il calore della stufa che il vecchio accendeva nella cucina della casa, ma lì non si poteva vedere alcun bagliore di fiamma.
Inoltre quella cosa emetteva un fastidioso ronzio, una vibrazione che gli entrava nelle orecchie e gli faceva vibrare tutto il corpo.
Pensò che quella piccola stanza avrebbe potuto essere un ottimo posto caldo per trascorrere il prossimo inverno, ma ora nella primavera era meglio uscire fuori nel sole.
Stava per infilarsi nella fessura che portava all’esterno quando il suo occhio attento si posò sui cavi.
Tre cavi grigi di grande diametro erano adagiati sul pavimento dall’altro lato della stanza. Sembravano uscire dal cubo di ferro grigio  per poi infilarsi in un ampio tombino ricavato sul pavimento.
Berny pensò che fossero dei tubi come quelli che il vecchio a volte usava per annaffiare il giardino.
Si ricordò che una volta ne aveva assaggiato uno, il sapore non era un gran che ma gli era sembrato un ottimo esercizio per i suoi denti.
Però quando il contadino aveva aperto l’acqua e questa era zampillata dai buchi del tubo rosicchiato, dalle imprecazione dell’uomo aveva capito di aver fatto una marachella.
Ma qui non c’era acqua, non cerano uomini ed un po’ di esercizio di rosicchiamento era proprio quello che ci voleva per la buona salute dei suoi denti.
Si avvicinò ai cavi, annusò e tastò la gomma morbida e si mise a rosicchiarla con gusto.
Ad un certo punto sentì un fortissimo e doloroso formicolio in bocca e subito fu colpito da una forza misteriosa ed invisibile che lo catapultò lontano mentre un odore di pelo bruciato si spargeva nell’aria.
Per un po’ rimase stordito sul pavimento di cemento, poi si riprese e si rese conto che il pelo bruciato era il suo. I baffi si erano accartocciati ed il naso gli doleva.
Si avvicinò cautamente e vide che nella penombra qualcosa luccicava sul cavo proprio dove lo aveva rosicchiato.
Forse c’era del fuoco dentro quel cavo, come dentro la stufa pensò.
Berny era perplesso, era curioso, voleva capire. Guardandosi intorno lesse un cartello sul quale era scritto:

ATTENZIONE:  CAVI CON CORRENTE ELETTRICA

Ma cosa era questa corrente elettrica? Doveva scoprirlo, sia per la sua innata curiosità, sia per capire quali erano i rischi  che correva quando rosicchiava un cavo.
Da quel giorno il desiderio di conoscenza cominciò a tormentarlo.
Leggeva tutto ciò che gli capitava a tiro sempre cercando la magica parola “corrente elettrica”.
Il vecchio contadino era solito riporre i giornali letti in un angolo del portico e talvolta Berny si divertiva a rosicchiarli o a strapparne dei lembi per aggiustarsi il giaciglio, ma da quel giorno invece li leggeva tutti dall’inizio alla fine sempre alla ricerca di quella parola.
Dopo molti giorni di continue ricerche lesse un annuncio sul quale era scritto:

Importante scuola professionale tiene
CORSI PER ELETTRICISTI DI AMBO I SESSI
In soli nove mesi conoscerete tutto sulla corrente elettrica e riceverete un diploma che vi darà grandi opportunità per una vita migliore.


Ecco quello che ci vuole per me, pensò Berny, questo è il mio futuro.
Però la frase AMBO I SESSI non gli era chiara.
Lui di sesso non ci capiva molto, forse era quella voglia di strusciarsi contro una topina che gli era venuta quelle rare volte che l’aveva incontrata, o forse si trattava di quell’odore particolare che gli faceva venire un piacevole prurito al basso pancia. Dopo una lunga riflessione decise che in fondo la parola AMBO significava che andava bene per tutti e quindi anche per lui.
Con grande entusiasmo prese nota dell’indirizzo e comincio ad organizzarsi per il viaggio.
Si, questo era finalmente lo scopo della sua vita: avrebbe conosciuto tutto sulla corrente elettrica.
Lui non lo sapeva ancora, ma sarebbe diventato un ottimo elettricista spelacavi professionista.




 
 
 

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
I RACCONTI DI SCRITTURALIA
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 07 Maggio 2012 17:05 )
 

 



 

 

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