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Marco Morello - io e il gioco PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Martedì 04 Ottobre 2011 15:19

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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IO E IL GIOCO

di Marco Morello
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




Fin dalla più tenera età ricordo di aver giocato a carte con parenti o amici, e mi sono sempre incazzato da bestia quando perdevo… ma ancora adesso!…
Procedendo con ordine: m’è capitato di giocare a Ramino, Scopa, Scala 40, Tarocchi e Mitigatti, Misère, Dernière (che adesso si chiama Uno), Machiavelli, Poker (strip e non), Canasta, Briscola, King e alla mitica Cirùla (in 2, 3, 4 o 6); ma recentemente mi capita più spesso di giocare a Pinnacola con regole ogni volta cangianti, a seconda dei compari con cui ci si trova.
Mi restano per ora due rimpianti: nessuno m’ha mai insegnato il Bridge e se qualcuno ha provato a mostrarmi Tresette non ce l’ho fatta io a memorizzarlo; e pensare che mio nonno materno ci giocava accanitamente fino a tarda età…
Tralasciando la Dama e la ‘Griscia’, poco frequentate, a Scacchi m’insegnò a giocare da bambino mio cugino Saverio, il filosofo valdese comunista, quello morto di ictus a cinquant’anni poco tempo fa.
Ma la grande stagione del rilancio scacchistico si ebbe con la sfida Spasski-Fischer, tanto pubblicizzata come guerra fredda distensiva: col mio amico Celestino organizzammo pure noi un torneo al meglio dei dodici punti e alla lunga prevalsi io (ricordo ancora il matto decisivo, col suo re ridotto in un angolo e la mia regina e il mio re in diagonale serrata: premio di bellezza!).
Per qualche anno fui iscritto alla Società Scacchistica Torinese, ma l’atmosfera dei tornei ufficiali m’è sempre risultata deleteria, con esiti al di sotto delle velleità; insomma: se qualcuno prova a sfidarmi è abbastanza probabile che la partita finisca in parità, primo perché vendo cara la pelle, ma anche in quanto è psicologicamente spiacevole sia perdere, ovvio, ma anche vincere, poiché equivale a minimizzare la personalità dell’antagonista…
Tra i giochi da tavolo citerò l’Oca, la Tombola, la Battaglia navale, il Monopoli (che noia dopo un po’!), il Master Mind e finalmente il Trivial Pursuit, dove i maschi eccellono, mentre alle femmine non basta coalizzarsi per ovviare a quelle lacune nelle informazioni di base che nessuno s’è curato di colmare durante lo sviluppo…
M’è toccato anche di giocare al Bartezzaghi, vale a dire tre mariti contro le rispettive mogli a vedere chi finiva prima il mitico cruciverba a schema libero della Settimana Enigmistica; ma anche qui l’esito è sempre scontato, per le ragioni esposte prima…
Tornando all’infanzia pioniera, ci fu una netta distinzione tra i giochi praticati in città con pochissimi amici e quelli in montagna, con un gruppo più esteso. Coi primi era quasi sempre il pallone ad aggregarci su un prato di periferia anni ’60, ormai diventato un agglomerato di officine (tipo via Gluck); mentre al paesino dell’alto Biellese c’era modo di inscenare Guardie-e-ladri o almeno Nascondini che duravano ore, oltre a più banali Rialzo, Settimane-Campane, Corse dei sacchi e giri in bici a rotta di collo.
Alla Caccia al tesoro partecipai un paio di volte, sempre organizzate da certi amici di Vercelli con la propensione a far muovere gruppetti di disperati raminghi per le vie della città; ma resterà memorabile l’ammassarsi in sei o sette in una cabina per le foto automatiche alla stazione, con una malcapitata vecchietta che incautamente aveva dato il suo assenso a farsi immortalare in un’istantanea dal titolo ‘Gruppo di mentecatti e vecchia signora’…
Il Ping-pong e il Bowling sono un’altra storia, semisportiva, sebbene molto saltuaria; ebbene, anche qui, come negli Scacchi, soffro la competizione ufficiale: se c’è qualcosa in palio sono una frana, mentre se si gioca in scioltezza riesco ad esaltarmi, con risultati apprezzabili nel Ping-pong e un record personale di 180 a Bowling, con anche serie di tre strikes successivi, quelle che ti consegnano il tacchino imbandito !
Le Bocce e la Pétanque sono quasi un feudo di famiglia, con un altro cugino più volte campione del mondo e un genitore alquanto apprezzato negli anni ’40 e ’50 sui campi regionali. Io però le pratico molto poco, alternando prestazioni maiuscole a giornate no.
Ma veniamo ai giochi che, assodata la mia solerte pigrizia, pratico più frequentemente: i giochi di parole! La mia creazione più celebrata, da Bartezzaghi figlio e altri ludologi fin da quando la escogitai 15 anni fa, è ACCAVALLAVACCA, palindromo monovocalico di 14 lettere tuttora ineguagliato, che indica un aggeggio o un personaggio capaci di accatastare una mucca sull’altra per risparmiare spazio nel trasporto !
Qui termino e mi firmo, con pseudonimo anagrammatico, L’ALCE MORMORÒ.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 05 Ottobre 2011 15:22 )
 

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