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Lucia Gaiotto - ricami PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 15:15

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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RICAMI

di Lucia Gaiotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




Mosca 1990

Era una notte d’inverno, buia e calma. La neve attutiva ogni minimo rumore o suono. Si respirava l’atmosfera del Natale in arrivo e c’era una gioiosa attesa nell’aria. Attesa di doni, addobbi e dolci.
Dal camino di una piccola casa, ricoperta da un soffice manto di neve, usciva un fumo grigio e spesso. Una vecchia signora, con tante rughe sul volto quanti erano i suoi anni, era seduta vicino al caminetto e ricamava le candide lenzuola sorseggiando una tazza di cioccolata fumante. Ascoltava musica di Tchaikovsky e piangeva silenziosamente.
Forse però, perché voi lettori comprendiate la storia che qui ha inizio, dovrei fare un passo indietro.
Elena era russa e amava la sua patria. La neve, il calore del camino, la musica di Tchaikovsky facevano parte della sua vita ormai da troppo tempo per riuscire a farne a meno. Era sempre stata una donna felice e piena di vita, ma un triste ricordo, ogni anno, nello stesso giorno, le tornava alla mente e la faceva piangere, spezzata dai rimorsi.
Il 21 dicembre di trenta anni prima Elena aveva messo al mondo una bimba dolcissima, dai capelli color biondo grano, che sorrideva ogni volta che ascoltava la mamma cantare. Elena amava la sua bimba, Anastasia, più di ogni altra cosa al mondo. Ma amare con tutto il cuore non è sempre una buona idea, perché persone dall’animo duro e freddo potrebbero vedere l’amore come un punto debole. Infatti, quando si ama tanto una persona, si rischia di soffrire per lei. Così accadde a Elena per Anastasia.
In una giornata soleggiata s’infuriò con il marito Igor, con il quale già da tempo non andava più d’accordo, e lo cacciò via da casa sua. Ma Igor negli anni era diventato scaltro e senza cuore, così, per ripicca, prese Anastasia e la portò via con sé, senza dire nulla alla moglie.
Da allora Elena, ogni 21 dicembre, data di nascita della sua piccola, piangeva pensando alla figlia perduta per uno sciocco litigio.
Pianse anche quella sera, anni e anni dopo il fatidico giorno. Voleva rivedere la sua Anastasia, ma non sapeva dove vivesse, né con chi. E mentre rifletteva, ricamava un uccello di fuoco, il protagonista della storia preferita da Ania.


IRLANDA, DUE MESI DOPO

Ania passeggiava vicino ad alte scogliere a picco sul mare burrascoso e dalle onde schiumeggianti. Il vento era freddo e tagliente e i suoi capelli biondi svolazzavano senza tregua. Una pioggia fine inumidiva l’erba e la pelle di Ania, che guardava la natura intorno a lei con gli occhi sgranati. Giocherellava con la sua collana, regalo del padre Igor, e pensava a sua madre.
Ora che la verità nascosta per tanti anni era finalmente venuta a galla, dopo un severo “interrogatorio” al padre, Anastasia non riusciva a non pensare alla madre. Non morta, come aveva sempre creduto, ma nella sua patria di origine, probabilmente pensando a lei.
Ania voleva ritrovare Elena, ma non sapeva dove cercarla e suo padre non le aveva lasciato nessun indizio circa le loro origini. Lei, ovviamente, non ricordava nulla dei suoi primi anni di vita… Come fare?
Lì in Irlanda si era costruita una vita tutta sua, con gli amici, gli amori e le passioni. Ma ora, a trent’anni, voleva rivedere il suo paese e tutto ciò che ormai apparteneva al passato. Le sue riflessioni vennero però interrotte bruscamente da una voce…
“Ania, come stai?”
Era la rossa e lentigginosa Susie, sua migliore amica da tempo.
“Sto bene Susie. Ho solo un po’ di pensieri che mi disturbano, ma…”
“Capisco. Senti, vuoi questo libro? Posso prestartelo.”
“Perché? Di cosa parla?”
“Sono leggende da tutto il mondo. So che t’interessa quest’argomento, così…” “Fantastico Susie. Grazie!”
Quella sera Ania lesse leggende africane, indiane, cinesi e sudamericane, ma quando arrivò a quella russa il suo cuore ebbe un tuffo. Conosceva quella storia. Era sepolta nella sua memoria, ma era ancora viva.
Una leggenda russa…
Un principe, una principessa e un uccello di fuoco…
All’improvviso Ania comprese. Tutto ciò che aveva scordato riaffiorò come per incanto. La neve, la piccola casetta, la musica di Tchaikovsky, la cioccolata fumante, la Russia. Elena, la sua mamma. I suoi lineamenti e la sua voce dolce che tanti anni prima le narrava la storia dell’uccello di fuoco.
Due giorni dopo, a Dublino, Ania prese un aereo diretto a Mosca.
Finalmente avrebbe rivisto sua madre e avrebbe concluso una parte del complesso ricamo che era la sua vita.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:20 )
 

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