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Laura Biason - io e la fede PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 15:01

 

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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IO E LA FEDE

di Laura Biason
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




Qui a Roma, aspettavo la e-mail di Cascina Macondo per scoprire l’argomento su cui scrivere in questa giornata nove novembre di Scritturalia.
Lo aspettavo incuriosita, con una lieve ansia, quasi.
Lo apro, e mi stupisco. “Io e la fede”, dice.
Delusione. Il primo sentimento che provo è quello. Delusione.
Passano pochi istanti, e poi si fa strada in me la rabbia. Una rabbia che monta, forte, incontrollata, nei confronti di quello che ho appena letto.
Non è un “argomento”, penso. Un argomento, senza troppi sforzi di fantasia, sarebbe stato “La fede”.
Ma è diverso. “Io e la fede” non è un argomento.
È, per dargli una scappatoia, al più un titolo per un tema di seconda media, uno di quelli che nessun professore darebbe, se non in una scuola cattolica, per evitarsi problemi con i genitori. E se io avessi un figlio, e se gli venisse dato da svolgere un tema così, si che ne creerei, di problemi, al professore. No, non gliela voglio dare, questa scappatoia.
Ma questo non è titolo di un tema. Chiedevate un “argomento”.
E allora mi trovo a immaginare chi può averlo proposto. Sono distante, non vedo chi è lì con voi. E poi, può darsi che sia stato mandato da qualcuno che, come me, è lontano.
Allora me lo immagino, questo voyeur dell’anima, alla ricerca di non so che.
Me lo immagino, combattuto tra la speranza di leggere parole pie, bigotte, scritte in una forzata vena creativa, e da aggiungere al proprio repertorio, e quella, forse più subdola ed eccitante, di incocciare in un derelitto da redimere.
La rabbia aumentava. No, non è un argomento. Non è un gioco ad armi pari.
Non mi metto a scrutarmi dentro perché mi viene chiesto così, da non so chi.
Non mi metto a scrivere un trattato dei poveri, né, così su due piedi, a comporre il pensierino per la maestra.
Se fossi con voi, potrei vedere il biglietto, carpire, dalla calligrafia, qualcosa in più di chi ha scritto “Io e la fede”. E allora si che giocherei ad armi pari. Mi dica, vuole perversione? Pronti, solo da chiedere. Vuole bigotteria? Nel mio campionario non c’è, signore, mi dispiace, ma la posso accontentare con quest’altro articolo, si chiama cinismo. Va molto, sa ? Lo provi, sembra scomodo, ma è come le scarpe, le indossa per un po’ e poi vedrà che soddisfazioni. Vuole la verità ? No, quella non te la posso dare. Mi spiace.
Non te la posso e non te la voglio dare. Non così, non a te, che manco so chi sei, che manco capisco perché vuoi saperla. Non per gioco. Ma che gioco, poi ?
Cosa te ne fai, delle mie parole ? Cosa ti ha spinto a scrivere “Io e la fede”? Volevi forse parlarne tu ? Prego, accomodati. Racconta tutto, dimmi ! Sono brava, a far finta di ascoltare.
So anche ascoltare, ma sai qual è il punto ? Che tu non ne hai bisogno, di essere ascoltato. Tu vuoi parlarne. E basta. Perché a quella “domanda” sai meglio di me che non si può dare risposta con le parole.

Ed ecco allora che, in uno sprazzo di magnanimità (si, sto ancora cercando di trovarti un alibi), ti immagino appena arrivato a una consapevolezza spirituale. “Una”, hai sentito bene. Perché, non t’illudere, passato lo stato di grazia (e passerà), scoprirai che non era l’ultima, la definitiva, quella “vera”. E sarai di nuovo sulla strada, a cercare, più perso di prima, come un assetato nel deserto che scopre che l’oasi è solo un miraggio.
Per un istante, un instante, non di più, mi è balenata l’idea che tu che hai scritto quel biglietto, potessi essere un sacerdote. Un istante. E poi il no, assoluto.
Un sacerdote non lo scriverebbe, “Io e la fede”. O meglio, un sacerdote “vero” non lo farebbe. E quelli che si ammantano del titolo per permettersi curiosità, fantasie e libertà che non permettono agli altri, quelli no, per me non sono sacerdoti. E allora non lo sei, tu che hai scritto quel biglietto.
Non scriverò di “Io e la fede”. Non ci sto. Dovrei scrivere mille pagine, o forse nessuna. Potrei dire che ho mille fedi, o nessuna, o potrei inventarmi la mia fede, come forse è per tutti quelli che “vivono” e non si lasciano vivere dagli altri.
Non farò un temino, non soddisferò la curiosità morbosa di nessuno. Non annoierò gli equilibrati che non possono che provare indifferenza di fronte al mio accorato svolgimento di “Io e la fede”. Non giocherò con le parole, e non cercherò un escamotage per scrivere per forza, sviando la domanda.
Spiacente.




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:26 )
 

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