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Elena Vesnaver - la fine di mun PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Martedì 04 Ottobre 2011 14:04

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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LA FINE DI MUN

di Elena Vesnaver
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




Si scottò con la caffettiera e bestemmiò.
Va bene, la sera prima si era ubriacato. Va bene, l’aveva picchiata, ma non le aveva fatto troppo male. E poi lei gli aveva sputato in faccia e gli aveva detto basta soldi.
Doveva pagare così tanto per questo da non riuscire a farsi un caffè?
Non le aveva fatto male, porco dio, non si può far male a un serpente di centosessanta chili.
Cominciò a piangere.
La odiava. Odiava la sua pelle bianca e i capelli neri da zingara. Odiava gli occhietti maligni naufragati in un mare di grasso. Le mani da bambina piene di anelli. I seni grandi e flaccidi. La pancia enorme che lei portava in giro con il suo passo di donna eternamente incinta.
Bestemmiò di nuovo.
Mun non voleva che si bestemmiasse.
Se fosse stata lì avrebbe baciato uno per uno i sette crocifissi che portava al collo e poi gli avrebbe versato nel lavandino la bottiglia di Slivoviz.
Colpì il tavolo con un pugno. Perché l'aveva sposata?
Forse perché era stata lei a raccattarlo nell'angolo di strada dove suonava la fisarmonica.
Invece di farlo per nessuno, saresti capace di farlo per me? aveva chiesto la cicciona vestita di bianco.
Sì, aveva risposto, perché quella era Mun, che mandava in estasi i teatri con le sue canzoni e un’occasione simile non se la sarebbe fatta scappare neanche cristo in croce.
Vediamo cosa sai fare, sospirò la notte stessa, piombandogli nel letto e mettendogli una mano fra le gambe. Ma quella era Mun, e un’occasione del genere neanche cristo in croce.
Per questo l'aveva sposata. Ma anche per quella voce di angelo e di demonio che usciva perfetta da un corpo rivoltante e innamorava uomini e donne.
Lanciò uno sguardo schifato alla cucina piccola e in disordine. Quante volte le aveva detto che, con quello che guadagnava, avrebbero potuto comprare un appartamento da principi o anche una villa?
Ma Mun era tirchia e non spendeva un centesimo più del necessario. Si accontentava di vivere là, nella vecchia casa dei suoi genitori, due stanze squallide in un quartiere popolare.
Gli pareva di vederla vicino al fornello tutto rovinato che girava la minestra o rammendare il copriletto seduta alla finestra.
I soldi sono per i miei figli, ripeteva sempre. Due ne aveva, un maschio timido e frocio e una ragazza brutta e astiosa che avrebbe volentieri ammazzato sua madre.
Una volta aveva abbandonato Mun per strada.
Sì, lo sapeva, era stato sciocco e infantile, ma quando lei lo aveva fatto fermare a una piazzola dell’autostrada perché le facevano male le gambe ed era scesa dalla macchina per camminare un po’, non si era potuto trattenere, aveva sbattuto la portiera e se ne era andato sgommando.
A casa aveva cucinato una frittata con le cipolle e guardato una partita di calcio alla televisione. Tutto era così incredibilmente tranquillo che si era messo a singhiozzare dalla gioia.
La mattina dopo se l'era trovata ai piedi del letto, stanca, sporca e sorridente.
Vedi? Sono qua. Puoi farmi sparire per un po’, ma poi ritorno.
La delusione era stata talmente cocente che non ci aveva più riprovato.
Si alzò stancamente e si passò una mano fra i capelli.
Mun lo stava aspettando in teatro.

Quella sera si era strizzata in un enorme vestito rosso, gli occhi truccati da puttana e la bocca piccola che grondava rossetto.
Non importava a nessuno, però. Tutti ascoltavano imprigionati la voce di Mun che raccontava di morte, amore, coltelli e sottane.
In quei momenti anche a lui sembrava di amarla e gli pareva semplice sopportare quello che veniva da lei, le sue stanze squallide e le sue mani ingorde.
Appena calato il sipario, Mun lo guardò appena.
Sei il solito idiota. Hai stonato tre volte.
E lo disse davanti a tutti, anche ai musicisti nuovi, ragazzini viziati che cominciarono a ridacchiare come serve.
Le andò dietro e la raggiunse sui gradini dell'uscita di servizio.
Non mi devi dire queste cose in pubblico.
La voce gli tremava e Mun si mise a ridere.
Cosa cambia se te lo dico in privato? Tanto resti un idiota.
La prese per il collo.
Era così semplice stringere forte e spingerla nell'angolo.
Lei si dibatteva, agitava le gambe e le braccia, ma non riusciva a liberarsi.
Era lui il più forte, adesso.
Improvvisamente non si mosse più.
Deve essere morta, rifletté, e la lasciò andare.
Mentre Mun scivolava in terra, lui guardò il cielo notturno e pensò che era proprio scuro.
Come aveva detto quella volta?
Puoi farmi sparire per un po’, ma poi ritorno.
Questa volta non ce l'avrebbe fatta.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 05 Ottobre 2011 15:23 )
 

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