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Chiara Bonanno Maldussi - piovve piovve piovve PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 13:59

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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PIOVVE PIOVVE PIOVVE

di Chiara Bonanno Maldussi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




Sono passati anni dall’ultima volta che mi recai a M.
Spesso ho ripensato al sentiero polveroso che raggiunge le prime case, bianche apparizioni, tra la terra rossa e secca dei brucianti pomeriggi estivi.
Mia moglie mi accompagnava sempre, in quelle gite che ci permettevano d’interrompere l’affannosa corsa dell’esistenza. Era strana con i suoi cappellini giocosi, messi sulla cortissima capigliatura per schermare, con indifferenza, alcune chiazze vuote.
Il paese è piccolo e dalla pianta quadra, la piazza centrale è rigorosamente situata al centro, su una piccola altura circondata da ime palazzine.
Dietro le persiane abbassate per celare l’irruenza della luce, Anna sedeva su una vecchia poltrona a dondolo, le ciglia abbassate sulle gote paffute e chiare. Dalla piazza arrivavano distinte le voci dei vecchi; parlavano di raccolti e di bestiame.
Quel chiacchierio roco e smorzato la cullava a mo’ di nenia rurale.
Un pomeriggio ero intento nella lettura di un noioso incartamento, quando sentii il mio nome. Avvertii subito l’urgenza nel tono quasi sussurrato, e il respiro si arrestò davanti agli occhi risoluti e brillanti di mia moglie. “L’egoismo della terra” sussurrò.
Non capii.
“Ne parlava prima Nevio, con il compare…”
Così descriveva i racconti che sentiva arrivare dalla piazza, proprio come se anche lei fosse stata là, sotto il sole, seduta su una sedia di paglia, confusa tra il fumo delle sigarette, i bicchieri di vino e le carte da gioco.
“La terra secca diventa egoista. Immagazzina anche la più piccola particella d’acqua per permettersi di sopravvivere e… Vive attraverso le piante.”
“Non capisco.”
“Sono stanca, stanca di vivere così”
Era la prima volta che lo diceva. Non si lamentava mai!
La tenni stretta a me tutto il pomeriggio, solo verso sera scivolammo nel sonno.
Ci risvegliò d’improvviso l’aria fredda che sibilava tra le persiane.
Un rombo lontano avvisava dell’imminente scroscio d’acqua che avrebbe finalmente dissetato il paese.
E piovve, piovve, piovve…
Quella notte diventammo egoisti.
Non ho nessun senso di colpa per quello che successe, non la biasimo né mi accuso per l’atto di prepotenza contro un destino che riuscimmo a gabbare.
Lei non c’è più… ma c’è ancora, ci sono i suoi occhi scuri e le paffute guance chiare. C’è il suo sorriso rosa e sbarazzino, c’è la voce ferma e decisa che proclama l’egoismo della vita con un’unica parola: “papà”.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:29 )
 

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