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Bruno Burdizzo - inseguimento PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Martedì 04 Ottobre 2011 13:56

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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INSEGUIMENTO

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




Bang. Finito. Cioè, per la verità la storia inizia qui. Dovendo raccontare un assassinio mi sembrava giusto partire dallo sparo. Bang. Finito. Si, per lui è finita davvero. Per lui: la vittima. Un dolore caldo nella schiena, come uno spintone, un frastuono assordante, e nient’altro. Per noi, invece, inizia adesso.
E allora incominciamo ad analizzare gli eventi con metodo scientifico: dove e quando avviene il fatto? chi è l’assassinato? chi, e perché, l’ha assassinato? Domande alle quali cercheremo di dare una risposta.
Beh, dove e quando avviene il fatto è la cosa più semplice, quello si sa: nove novembre. La primavera è alle porte. Il bosco comincia a pitturarsi di minuscole foglioline verdi. Il calafate è in piena fioritura. L’oceano infuriato tuona contro le scogliere nere della Isla Ultima Esperança. Il faro soccombe sotto un cielo grigio, ma all’orizzonte, dove il Canal Beagle si apre e diventa Oceano Pacifico, una striscia opalescente d’azzurro si sdraia tra cielo e mare. La baracca di Tomàs è addossata alla scogliera. Spruzzi salmastri arrivano fin lassù quando il mare, la corrente e il vento ce la mettono tutta. È quasi sera e in quella luce grigia, che filtra ancora dalla finestrella, il lume a olio che Tomàs ha appeso già incomincia a rischiarare illuminando d’oro le stoviglie di rame, d’argento le posate di stagno, di ghiaccio un bicchiere sul tavolo, di pietra la ghisa della stufa spenta, di seta il lago di sangue sotto il corpo di Tomàs. Tomàs è sdraiato sulla schiena, le braccia aperte, le gambe scomposte e lo sguardo spalancato verso l’alto, verso le lamiere del soffitto, verso le ragnatele, verso il Cielo. Con la C maiuscola.
Alla prima domanda abbiamo risposto: dove e quando avviene il fatto. Ma era anche la più facile. Ora viene il bello: chi è l’assassinato? Va beh, è Tomàs, d’accordo, ma chi è Tomàs? A prima vista un vecchio: un bel vecchio: barba più bianca che grigia, un volto tutto rughe riarso dal sole dal vento e dal mare, un fisico secco, asciutto, magro, ma forte: un fascio di nervi. È vestito come un marinaio: camicia spessa, felpata, a scacchi, calzoni di tela, stivali e un berretto di lana che, cadendo e picchiando la testa contro uno sgabello, gli è scivolato via, lasciandogli i lunghi capelli biondi spettinati. Ma a questo punto altre domande s’impongono: è chiaro che Tomàs vive solo in quel posto sperduto, lontano dal mondo, e allora qual è la sua storia? Frugando nel suo portafoglio (ho fatto una certa fatica a tirarlo fuori dalla tasca dei calzoni intrisi di sangue, senza spostare troppo il corpo), frugando nel suo portafoglio ho trovato un vecchio documento, con una fotografia irriconoscibile, scritto in una lingua strana: sembra turco.
Ho fatto le mie ricerche e alla fine ho scoperto che Tomàs non si chiama affatto Tomàs e qui in Cile è straniero. Viene nientemeno che dall’Armenia, pensate un po’! E’ originario di un villaggio con un nome impossibile che si trova nella regione armena della Turchia orientale, alle pendici del monte Ararat (quello dell’arca di Noè) quasi al confine con l’Azerbaijan. Il suo vero nome è Igor, con un cognome tutto acca cappa e ipsilon che me lo sono segnato da qualche parte, ma non me lo ricordo più. E allora che ci fa qui, dall’altra parte del mondo? E chi gliel’ha fatto fare di venire a crepare in questo posto dimenticato da Dio e dagli uomini che si chiama Isla Ultima Esperança?
Le autorità cilene non hanno trovato niente, qui. Hanno aperto l’inchiesta e poi l’hanno richiusa: Tomàs, alias Igor Accakappaipsilon, vive in Cile da vent’anni, solo, praticamente nessuno lo conosce, e un giorno, il nove novembre, qualcuno si arrampica fin quassù e gli spara una fucilata nella schiena. Poi sparisce per sempre. Caso Chiuso.
Se io fossi uno degli inquirenti che lavorano al caso di Igor-Tomàs, un poliziotto qualunque, potrei fermarmi qui: mi verserei un po’ d’acqua calda nella mia zucchetta piena di yerba màte, mi chupperei l'infuso con calma dalla bombilla, come con calma sanno chupàr el màte solo i cileni, poi me ne tornerei a casa dove mi aspetta Maria Dolòres con i bambini: Hòla, Manuèl, que pàsa? Nada, Maria Dolòres, solo un morto ammazzato alla Isla Ultima Esperança... è pronta la comìda?
Ma io, ahimè, non sono Manuèl. Ho una responsabilità ben più grande. Io devo assolutamente risolvere il mistero. Assolutamente. Questa storia l’ho inventata io e quindi ora mi tocca andare avanti.
E allora? E allora si parte per l’Armenia.
All’aeroporto di Dyarbakyr ho trovato Ibrahim ad aspettarmi con la jeep. Ibrahim è un ebreo turco di origine araba figlio di madre armena e padre afghano. Insomma un miscuglio impossibile. Però ha il pregio di conoscere bene lingue e culture di questa terra. Gli ho mandato un fax con i dati di Igor-Tomàs e lui ha fatto alcune ricerche per me. Ora attraversiamo a tutto gas l’altopiano anatolico battuto dal vento. Fa un freddo porco. Qui a novembre non è primavera. Il cielo, però, è lo stesso cielo del Cile: grigio e basso con una striscia di azzurro all’orizzonte. Solo che al posto dell’oceano ora c’è un mare d’erba gialla, al posto delle scogliere ci sono i monti del Tauro Armeno, e là di fronte si staglia la piramide bianca turchina del monte Ararat.
Il villaggio dal nome impossibile sono quattro case di pietra e merda secca, muretti, cortili, qualche cane scheletrico, più capre che abitanti. Addossate alle case ci sono ordinate cataste di mattonelle di merda secca. La merda secca, infatti, oltre a essere un buon cemento per le case, è anche l’unico combustibile disponibile su quell’altopiano spazzato da un vento bastardo dove non c’è neanche un albero che abbia il coraggio di crescere. Irina abita lì. Lasciamo la macchina davanti a casa sua e la troviamo sulla soglia ad attenderci: già da mezz’ora ha visto la polvere della nostra jeep sollevarsi all’orizzonte.
Nella piccola cucina, non poi tanto diversa da quella della baracca di Igor-Tomàs, la stufa è rovente. C’è una lampadina debole, velata di ragnatele, che pende dal soffitto. Irina ci offre una scodella fumante di chorba, squisita, un tè caldo, sempre pronto nel gigantesco samovar, e un bicchierone freschissimo di ayran, lo squisitissimo yogurt liquido fatto in casa con il latte fermentato. Poi si parla. Con l’aiuto di Ibrahim, naturalmente. Irina è l’unica parente in vita del nostro Igor-Tomàs. È sua sorella. Una bella vecchietta grassottella, in grembiule e foulard, che ti vien voglia di svitarla per vedere se dentro ce n’è un’altra uguale. Tanto magro lui quanto grassa lei, tanto marinaio lui quanto montanara lei. Non sa nulla della morte di suo fratello e quando Ibrahim glielo dice scorgo appena un’ombra nel suo sguardo imperscrutabile: lo sapeva che prima o poi sarebbe successo! Igor, dice Irina, è sempre stato un cercaguài, sin da giovane, uno spirito irrequieto. La storia armena, si sa, è una storia triste, di guerra e di deportazione, di fuga. E Igor e Irina, con la loro famiglia, arrivarono profughi in Turchia, come molti altri, e in quel villaggio sperduto trovarono rifugio. Ma Igor, dice Irina, cercava qualcos’altro, era un animo irrequieto, lui, non gli bastava lo scampato pericolo, la sicurezza di quel villaggio, no, lui cercava altro. Aveva grandi sogni, non di ricchezza, no, non gliene poteva fregar di meno della ricchezza, abituato com’era a sopravvivere a stento; non di gloria, perché Igor la gloria manco sapeva cosa fosse e non gli interessava. No, Igor aveva questo assillo, dice Irina: voleva conoscere gli altri. Voleva capire chi erano, dove vivevano, cosa facevano, per curiosità, per cultura, gli altri. Tutti gli altri. Tutti coloro che vivono al di là di quell’orizzonte di prati gialli, al di là della striscia opalescente d’azzurro che si sdraia tra terra e cielo. Questa è l’idea che mi sono fatto di Igor ascoltando la cantilena turco-armena di Irina, osservandone lo sguardo, i gesti, più ancora che ascoltando la traduzione di Ibrahim. E questo è tutto quello che sa Irina di suo fratello: che un giorno qualunque, vent’anni prima, Igor prende la sua mula e se ne va. Oltre il confine dei prati. Oltre la striscia d’azzurro. E io credo che non si sia voltato indietro prima di essere ben sicuro che fosse ormai invisibile alle sue spalle la piramide bianca turchina del monte Ararat.
Ora io vi chiedo comprensione. Forse come investigatore non sono un granché, comincio ad avere dei dubbi sulle mie qualità, o forse semplicemente la fortuna non mi ha aiutato. Insomma: ho seguito una pista che mi ha portato nel mezzo del deserto anatolico a inseguire un uomo e una mula. Diretti verso chissà dove. A vent’anni di distanza. Cercando di capire il perché e il percome un giorno di novembre qualcuno, dall’altra parte del mondo, ha pensato di mettere la parola fine alla storia di Igor-Tomàs, con una schioppettata. Come farò a risolvere il mistero? Come potrò ritrovare la pista perduta? Sono giunto alla conclusione che solo un miracolo potrebbe aiutarmi. Solo una incredibile, romantica, romanzesca coincidenza.
Ciondolando sconsolato per una Istanbul gelida e tetra (tra parentesi: i turchi la chiamano Istànbul, sono gli americani che la chiamano Ìstanbul) ciondolando sconsolato per una Istanbul gelida e tetra, pensavo a queste cose, nell’attesa che si facesse tardi, nell’attesa che arrivasse l’ora per prendere un taxi, farmi portare all’aeroporto e di lì volare a casa, sconfitto, quand’ecco il miracolo!
C’era un pescatore sul ponte di Galata, uno solo, che sfidava il freddo per lanciare la sua lenza nel Corno d’Oro, che d’oro aveva solo il nome visto che le sue acque erano talmente plumbee che nessun alchimista avrebbe mai saputo trasfigurarle. Io mi affaccio alla balaustra e lo guardo pescare, lui mi guarda di sbieco.
E’ anziano. Non so perché, ma mi sembra abbia una faccia armena: un naso armeno, zigomi armeni. Lui guarda la sua lenza, il galleggiante, e io guardo il vento giocare coi gabbiani tra le cupole e i minareti aguzzi di Santa Sofia e della moschea Blu. Dietro di noi un fracasso di macchine, a sinistra la torre di Gàlata è un’ombra minacciosa e con la sua guglia sembra voler ferire la grigia pelle delle nuvole. In fondo, sull’orizzonte, una striscia azzurra si sdraia sul mar di Marmara. Non so perché, ma tiro fuori da una tasca quella foto ingrandita di Igor-Tomàs, duplicata dal suo documento, irriconoscibile, stropicciata, nell’originale, e parzialmente corrosa da una ruggine grigia che io so essere sangue rappreso. La tengo in modo che il pescatore la possa vedere. Non so il perché. Così. E lui la vede. E, miracolo, la riconosce. Lo so, ho barato: queste cose non capitano nella realtà, ma questa qui non è la realtà: questa è la mia storia e qui le regole le invento io. Mi parla in inglese, il pescatore, un inglese migliore del mio. Quello è Igor, mi dice. Io barcollo per l’emozione. Mi racconta di una nave mercantile, salpata quasi vent’anni fa da Istanbul, con un carico di lana. Balle di lana. Lui ci lavorava, su quella nave, e mi dice che fu contento quando scoprì che un altro armeno, come lui, era stato ingaggiato nel porto di Istanbul. Erano diventati molto amici, lui e Igor, in quegli anni passati sul mare. Non solo su quella nave, anche su altre, con altri carichi, con altre balle, in altri porti, in altri mari, ovunque in giro per quella grande palla di mare e di porti che è il mondo. Gli dico che Igor è morto ammazzato. Vedo una lacrima gonfiarsi tra le rughe, ma subito il vento salmastro la strappa e la porta via. Non è possibile, dice: Igor era un tipo tranquillo, solitario, non aveva nemici, e nemmeno amici, a dir la verità, a parte lui. Penso che questo è un ritratto un po’ diverso da quello che mi ha fatto Irina. Che sia poi un’altra persona? Ma scarto subito l’idea: coincide la fotografia, coincide il nome, coincide il periodo, no, se fosse un’altra persona la coincidenza sarebbe ancor più grossa. Se mai mi avete perdonato l’altra, non mi perdonereste questa. No, è lui, non c’è dubbio, ma è un Igor cambiato, senza più quella frenesia di vedere, di conoscere, di scoprire… Un uomo taciturno, dedito al lavoro e nient’altro. Senza nemici e senza amici. A questo punto gli faccio la domanda che da un po’ mi brucia sulle labbra: dove e quando l’hai visto l’ultima volta?
Lui ci pensa, si gratta la barba ispida, poi risponde: vediamo, saranno sette o otto anni fa, si, perché mia nipote Lijuba oggi ha sei anni e quando è nata lei io ho smesso di navigare e mi sono ritirato qui a Istanbul… Dunque l'hai lasciato sulla nave? dico io, e mi viene un brivido freddo: dovrò inseguire una nave che chissà quali rotte ha tracciato in tanti anni e quanti mari ha solcato e inseguire un marinaio che chissà in quanti porti può essere sbarcato prima di andare a crepare in Cile? No, dice lui, non l’ho lasciato sulla nave, è sceso prima. E dove è sceso? E’ sceso a Skageway. Dove? Skageway. Alaska. Oh, mio Dio!
Skageway. Alaska. Qui in un’altra epoca approdavano i cercatori d’oro. C’erano baracche, una gigantesca tendopoli. Poi si mettevano per strada, a piedi, in lunghe file, e salivano il Chilkoot Pass. Salivano d’inverno, nella neve, nella tormenta, nel gelo, per arrivare in Canada in primavera, dopo il disgelo, sulle rive dello Yukon, e risalire il fiume sul battello che portava a Dawson City, alla confluenza del Bonanza e del Klondike, dove il duro permafrost si era già scongelato ed era facile setacciare la ghiaia, scavare, trovare il filone, arricchirsi a dismisura. Quanti ne sono morti! No, non temete, Igor non c’entra con l’oro, questa è un’altra storia, un’altra epoca. E allora? Che ci fa Igor in Alaska? Domande, sempre domande! Mai una risposta.
Si fa tardi e non ho tempo di raccontarvi tutto per filo e per segno. Ma sappiate che le tracce di Igor le ho ritrovate, a Skageway, e lo ho seguite, e mi hanno portato fino a Dawson city. Niente a che vedere con la corsa all’oro, no, oggi Dawson City è il fantasma di quello che era allora: è rimasta intatta, ma vuota: casette di legno, abbandonate, le stesse di allora, vetri rotti, porte scardinate, persiane divelte, case vuote. Gli stessi saloon, gli stessi stallaggi, gli stessi empori, qualche souvenir per turisti in più. Le stesse pozzanghere per le strade. Davanti alle case più niente cavalli, più niente slitte sovraccariche di vanghe e picconi, più niente mute di cani: automobili. Gigantesche automobili infangate, fuoristrada dalle ruote enormi. Il sole tramonta tardissimo a Dawson City d’estate. Perché è estate, oramai. Qui a Dawson City l’orizzonte non c’è, ma tra le montagne rocciose, sotto il basso cielo grigio, c’è ancora una striscia d’azzurro che si sdraia a ponente. C’è un’aria tagliente, non gelida: fredda. Mi affretto verso il Red Dog Saloon. Dentro fa caldo, il pavimento è coperto da un morbido spesso strato di gusci d’arachide, i tavolini sono rotondi, come nei film western, e c’è un soppalco con la balaustra dalla quale chissà quanti sono caduti nelle scazzottate di quei tempi. Aggrappata a un pilastro di legno c’è la pelle di un Grizzly che sembra arrampicarsi con le fauci spalancate e l’occhio di vetro assassino. Una ragazza prorompente e bionda mi pulisce un tavolo con la manica buttando per terra una montagna di gusci d’arachide, poi mi serve una birra spumeggiante.
Ho un appuntamento. Si, perché alla fine l’ho trovato, l’assassino di Igor-Tomàs. Non ho più tempo per raccontarvi tutto per filo e per segno, comunque ho scoperto che c’era dietro una storia di donne e di soldi. La pista canadese mi ha disegnato un ritratto di Igor-Tomàs ancora diverso sia da quello ansioso e frenetico della sorella Irina che da quello mite e solitario del pescatore di Istanbul. La pista canadese mi ha portato a un Igor-Tomàs più reale, meno idealizzato dall’affetto dei suoi: un uomo qualunque, con i suoi pregi, i suoi difetti, le sue difficoltà, la sua ignoranza, la sua astuzia… Un uomo che si è fatto dei nemici, che si è fatto un nemico in particolare che lo ha seguito per tutto il continente, da Dawson a Vancouver a Monterey a Città del Messico a Bogotà a La Paz a Puerto Alegre a Buenos Aires a Rio Gallegos, fino a trovarlo in Cile alla Isla Ultima Esperança, fino a saldare il suo conto aperto con una schioppettata.
L’ho scovato, quel tale. Abita qui, a Dawson City. Gli ho telefonato ieri sera: una voce roca, di cento sigarette. Sicuramente è un uomo grosso, butterato, masticatore di chewing-gum. Gli ho detto tutto. Mi ha ascoltato in silenzio. Non ha negato, non poteva negare, i fatti ci sono e parlano chiaro. Per non allarmarlo troppo gli ho spiegato che io non c’entro niente con la polizia eccetera, gli ho detto che si tratta solo di concludere questo racconto, di dare una spiegazione, di dire la verità. Anche senza far nomi. Lui ci ha pensato su e poi mi ha dato appuntamento qui, questa sera, al Red Dog Saloon.
È in ritardo.
Sorseggiando la mia birra ho riletto quello che ho scritto fin qui: è venuta fuori una storia persino un po’ troppo lunga. Entra qualcuno: che sia lui? È un indiano gigantesco, capelli lunghi, grosso e grasso, si siede al banco, ordina una coca e ci versa dentro mezzo chilo di ghiaccio e mezzo litro di whisky. No, non è lui.
Verrà?
Non verrà?
In ogni caso mi viene da pensare che ormai questa storia è finita comunque e che lui venga o non venga, in fondo, me ne importa poco.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 26 Ottobre 2011 09:41 )
 

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