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Agrippino Musso - viaggio in autobus PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 13:47

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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VIAGGIO IN AUTOBUS

di Agrippino Musso
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 novembre 2003




Appoggio la testa sul vetro umido. Quasi un piacere, il freddo e il sibilo di aria calda che appiccica la mia tempia al finestrino. Sonnolenza nell’alba. Pensieri dipanati, lenti, un po’ vischiosi. Quando arriverò saranno lucidi.
Il mio vicino russa, presenza animalesca di orso in letargo, odore stantio, l’umidità cerca spazio nelle trame dei maglioni. Dai vetri appannati non si vede se c’è nebbia e quanta, gocce di sudore del mattino sull’autobus che stride sulla strada e le ultime case si sono nascoste dietro le curve grigie. Anche l’erba è grigia sfiorata di biancastro.
Siamo in tanti e tanti zaini, borse. Siamo tanti. Uomini. Poche donne, quasi nessuna. Noi come scatole chiuse ammassati in un uovo lamierato che oscilla, goffo albero di prua, sulla scia d’asfalto. Macchie bianche intermittenti nel cammino.
La nostra guida è un Ulisse stempiato che mastica continuamente borbottii. Persegue la strada con ottusa fluidità, frena al momento giusto stridendo i denti come le ganasce sul ferodo. Si ferma.
Ne sale un altro. Ingoffito da cappuccio e piumino. Cerca un posto. L’unico. Vedo improvvise teste che si scuotono, guardano nella stessa direzione. L’ultimo arrivato si sfila il piumino e sotto il maglione striato di colori tenui indovino un movimento flessuoso come l’onda di capelli morbida che si espande sulle spalle. Brevi riflessi di luce. E la mano che passa tra quei riflessi ha dita sottili, per un attimo.
Scollo la tempia dal vetro. La vedo solo di spalle, seduta. Resta immobile come un respiro sospeso, fissando avanti oltre il parabrezza maculato di gocce.
Non è dei soliti. Quelli intorno guardano, la guardano, di sottecchi o apertamente. Uno sorride, non riceve risposta. Uno si sporge verso di lei e dice, ma lei non dice. L’onda di teste sussulta, oscilla, si ferma.
Il motore continua lo stesso discorso. Lo stesso i miei pensieri. Rotolano avvinghiati si espandono contraggono rigurgitano, si fermano col respiro corto. Quando arriverò saranno lucidi.

Eppure era agosto, un sole che spaccava i pensieri accarezzava bruciante. Me. Lei. Avevamo respirato insieme quelle notti.
Eppure sembrava. Mi sembrava.
A lei no. Non così chiaramente, profondamente, non così convinta, soddisfatta, appagata, non così...
Non così. 
Cirri di vita assemblati nel vento. Variabile incostante. Un sentimento si apre protende le dita si espande, afferra senza chiedere, ottiene risposta, si esalta, si appaga. Ritorna. Si ferma, finisce. Come le parole in un percorso che ti avvincono pagina dopo pagina e poi d’improvviso ansima, chiede tempo, si ferma prima dell’intenzione, del desiderio. Si ferma e ti guarda come uno specchio che guarda.
E allora ti chiede - dove cosa quando - e poi la parola definitiva - perché. Senza interrogazione, senza voler sapere. Perché: una pietra sulla strada, una roccia fossile impassibile, lì sulla linea discontinua criptata sull’asfalto, prima di una curva che intravedi; e intraspèri oltre la curva un paesaggio che accoglie, brumoso o sbiancato di luce non importa. È di là che voglio andare lo so, di là c’è quel che cerco. Parole dette, scritte, evocate, sottintese, parole come ali o spighe di piombo. Le parole che dicono e mi dicono. Con lei, con te, con ognuno, ciascuno e tutti. Tutti i miei atti e le opere e i giorni. E anche tutti i miei pensieri desideri, vestiti per un giorno di nozze.
Quando arriverò saranno lucidi.

E l’autobus arranca per la salita, ansimante ciclope con due occhi. L’orso russante si prepara per scendere. Con lui si sono alzati in tanti. La grotta di Circe li aspetta: grigia e ottusa come una parentesi chiusa oltre cancelli neri.
Li vedo sparire in una foschia blindata. Nessuno si volta indietro per paura che tutto si trasformi in magma di sale. Quel che c’è davanti dopotutto ha sembianza di vita e da minuti lunghi come decenni è l’unica realtà possibile.
Possibile discutibile, improbabile prossima, avviata devastata, giustificata e inutile. Realtà perturbata, oscena di silenzio, realtà appannata come sentieri spioventi di gocce sui vetri.
Allungo l’indice e lo scrivo sul vapore acquoso. Una goccia aggrappata al finestrino sfila via per la tangente. Sospendo l’ultima parola sul vetro. L’autobus fermato e ripartito ci ha lasciati soli.
Io e lei.
Lei di nuca, capelli ramati sulla spalla. Immobile quieta. Forse assente.
Un pezzo di strada scassata, l’autobus cigola e salta rendendomi i passi incerti. Mi aggrappo al suo sedile. La guardo. Lei volta appena il viso, ma lo sguardo si lancia nel mio, poi scappa. Mi siedo, sorrido.
Guardo fisso la nuca dell’Ulisse stempiato, le sue spalle tozze. Nessuna sirena potrebbe ammaliarlo. Non come me.
Che mi volto e lascio cadere come un filo di perle disteso ciò che dico guardandola.
- Lo sapevo che saresti tornata.
Silenzio.
- Lo sapevo. In qualche modo, tornata.
Di nuovo silenzio.
- Mi sono mancate le tue parole. Le tue mani.
Ora mi guarda, occhi di gatto sornione.
- Scendi con me? – dico.
Ancora silenzio. Lungo come passi cercati nel buio, ansimi disperati, mani protese a tastare d’improvviso, l’improvviso velluto contro le dita. E un sospiro che di nuovo si emana perfino dagli occhi.
Lei ha annuito.
E io annuisco dopo di lei.

Un pezzo di luce devasta le nuvole come un napalm discreto. Si affaccia qualcosa che corrisponde a palpiti d’attesa tenuti a bada.
Appoggio la testa sul vetro. Quasi un piacere la mia tempia appiccicata al finestrino. Sonnolenza d’alba. Pensieri dipanati, un po’ vischiosi.
Quando arriverò saranno





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:30 )
 

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