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Roberta Isastia - frustrazione PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 03 Settembre 2011 13:23

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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FRUSTRAZIONE

di Roberta Isastia
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 14 marzo 2004




Tom, alla fine, era uscito anche quella mattina. Non aveva chiuso occhio per tutta la notte. Fermo nel letto, per non svegliare lei, aveva riflettuto sulla sua vita, sulla loro vita. Aveva sempre vissuto in città polverose, maleodoranti, sporche, chiuse, grigie, tristi, abitate dai volti anonimi, da occhi semichiusi, da labbra serrate.
Invano, quando saliva sull’autobus, sorrideva a qualcuno, che, imbarazzato, volgeva lo sguardo altrove, pensando che fosse matto.
Invano, cercava le stelle di notte, dal balconcino di casa.
In strada, nonostante fosse notte, c’erano diversi rumori. Rumori meccanici, fastidiosi, striduli, disturbanti.
Di giorno, un cantiere sotto casa, moltiplicava il rumore al punto che spesso Tom non sentiva il suono del telefono. Doveva decidersi a trasferirsi altrove.
Lei dormiva accanto a lui. Non avrebbe dovuto sposarla, così diversa, così paga di quella vita noiosa, buia. No, paga no, perché era sempre insoddisfatta e arrabbiata con il mondo, ma rassegnata sì, spenta, senza fantasia, senza luce, castrata e castrante. La sua vita era costellata di no, che diceva a se stessa e a lui.
Pareva che non conoscesse altra parola che dovere. Era la classica persona che non sorrideva mai, che vedeva il bicchiere mezzo vuoto, che tutto ciò che capitava era un problema insormontabile, trovava la loro casa brutta, disordinata, inadeguata e le persone avevano sempre qualche difetto e quasi mai pregi.
Lui no, non era così, il bicchiere lo vedeva sempre mezzo pieno, non era schiavo di regole imposte da altri, mangiava quando aveva fame, ascoltava per ore i racconti degli altri e accoglieva in casa gli amici per parlare e cantare, godeva del tempo lentamente e odiava la fretta, quella inutile e dannosa.
Che cos’è la vita se non il tempo che ci separa inesorabilmente dalla nostra morte e perché non viverla nel modo migliore, pienamente, intensamente, non scappando dalla vita stessa, unica certezza del presente?
Tom, si ricordò di quella volta che la convinse ad andare in montagna a camminare. Durante il viaggio le descrisse accuratamente il sentiero che aveva scelto per lei, adatto a lei, poco abituata allo sforzo fisico. Il cielo era terso, come raramente si godeva in quelle zone montuose, sempre ricche di perturbazioni. L’aria era piacevolmente fresca, non fredda, nonostante l’altitudine, adatta allo sforzo di una camminata. Il giorno prima avevano fatto acquisti per lei e le aveva regalato delle splendide e costosissime scarpe da trekking. Una volta giunti, scesero dalla macchina, si diresse verso il baule, lo aprì e lì non trovò le scarpe appena acquistate. Lei era partita con mocassini sfoderati, buoni per salire sul traghetto. Qualcuno può immaginare che fosse una persona distratta, ma si sbaglia, perché era la persona più precisa del mondo.
Quella donna aveva paura della vita e lo stava trascinando giù.
Lui lottava per risalire: amava la vita in lui e intorno a lui. Gli piaceva riempirsi gli occhi di colori, il naso di odori, le orecchie di melodie. Gli piaceva sentire la pelle bruciare per il freddo o per il sole. Poteva contemplare per ore, senza stancarsi, spazi infiniti e deserti, assaporare la bellezza del mondo che è lì, per tutti, a portata di mano.
Voleva avere gambe da cerbiatto per camminare in montagna e braccia come pinne per nuotare nei mari. Invece aveva una macchina, una tv, un computer. Le sue gambe, dopo qualche rampa di scale, dolevano; le braccia, dopo qualche bracciata, erano deboli.
Lei non capiva l’inquietudine di suo marito, anzi l’irritava ancora di più. Tom avrebbe voluta lasciarla, così, di notte, poche parole su un foglio, che non avrebbe letto, per liberarsi di lei, che gli vietava di vivere.
Partire zaino in spalla con la bici, qualche soldo, e finalmente girare il mondo.   Per vivere, raccontare storie o cantare, nelle piazze dei paesi che avrebbe incontrato, per guadagnare il giusto, il necessario, per dormire al coperto, al caldo, per mangiare una zuppa calda.
Non avere un luogo caldo lo spaventava. Sin da piccolo, guardando fuori dai vetri della sua cameretta durante l’inverno, pensava a chi dormiva sotto i ponti, al freddo e si sentiva fortunato perché nella sua casa non aveva freddo, almeno non quel freddo. Con quella vita si sarebbe ammalato per la paura e per il freddo.
Lei si girò nel letto, si avvicinò a lui. Tom, immobile, continuava a rincorrere i suoi pensieri. Gli venne in mente Forrest Gump che, deluso dalla sua lei, corre per un lunghissimo tempo. Correre, saltare, dare voce al corpo. Tutti fin da piccolo gli dicevano di tenerlo fermo, composto. Durante gli anni della scuola quante volte avevano ripetuto “seduto composto!” Per tanti anni aveva invidiato Cosimo, il barone rampante, immaginandolo sull’olmo a dormire, mangiare, amare. Poi, da vecchio, dove sarebbe andato?

Si girò nel letto per vedere l’ora: doveva decidere prima del suono della sveglia, prima di un’altra giornata uguale alle altre. Aveva qualche soldo da parte, pochi per la verità, con quelli doveva realizzare qualcosa che lo portasse via da lì, avrebbe potuto prendere la macchina e andare a cercare qualche cascina abbandonata e lì piantare…. Fiori, di tutti i colori, profumati. Non lo aveva mai fatto prima. Avrebbe imparato e avrebbe vissuto vendendo fiori al mercato. La sua cascina l’avrebbe chiamata “la casa dei fiori”, sarebbe diventato un giardiniere. Ecco, si sarebbe alzato, avrebbe salutato sua moglie, come sempre, come tutte le mattine, si sarebbe lavato e vestito e si sarebbe recato al lavoro. La sera però, invece di tornare a casa, avrebbe iniziato la ricerca, anzi no, avrebbe messo un annuncio sui maggiori quotidiani “cercasi vecchia e piccola cascina per terreno adatto alla coltivazione dei fiori” E così al mattino non si sarebbe più recato in ufficio, ma nelle sue serre, non avrebbe più toccato carta, ma terra, non avrebbe più visto grigio, ma blu, giallo…
Sporco di terra e saturo di odori, avrebbe preso le sue piantine e le avrebbe portate al mercato. Signore annoiate e ben vestite le avrebbero comprate, badando al prezzo. Le avrebbero amate come lui? Curate? O le avrebbero dimenticate per poi buttarle agonizzanti? No, non avrebbe venduto a tutti i suoi fiori. Avrebbe prima parlato con quella gente, per capire chi erano, perché i fiori hanno bisogno di amore, sono vivi e non possono vivere dove si muore. Parlo dei morti veri, quelli che camminano, degli uomini in grigio di Momo, quelli che non vedono, non sentono, consumano e buttano, comprano tutto, anche se stessi.
Lui avrebbe scelto con cura i semi, come il vecchio di Jono, l’uomo che piantava alberi, li avrebbe coperti di terra, marrone, umida, viva avrebbe assistito con stupore alla nascita del primo stelo, della prima gemma e allo schiudersi del fiore. Alti, bassi, magri, grassi, svettanti verso il cielo o ricadenti verso terra, volti verso gli altri o chiusi in sé stessi, storti o dritti, tutti li avrebbe coltivati perché ogni fiore è un balsamo per il cuore dell’uomo.
Li avrebbe curati e assistiti, avrebbe creato un percorso, perché tutti potessero godere nel vederli e nel sentire il loro profumo. Accanto ad ogni fiore avrebbe trascritto una poesia, “Il gelsomino notturno”, “La ginestra”. Come avrebbe fatto a venderli? A estirparli?

Non si accorse che era ora e la sveglia implacabile suonò.
Era stanchissimo e una lunga giornata di lavoro l’aspettava. Lei si alzò di scatto, come sempre, senza salutarlo e andò a svegliare i figli e a preparare la colazione. Aveva fretta, come sempre. Lui avrebbe voluto raccontarle i suoi sogni, ma sapeva che lei non li avrebbe intesi: adesso voleva dormire.
Dormire e sognare i suoi fiori, le sue piante, la sua cascina. Il corpo era pesante. Lei arrivò e, invece che alzare la serranda per fare entrare la luce del mattino, accese come sempre la luce centrale, che offese i suoi occhi. Fuori i rumori del cantiere. I suoi fiori stavano morendo e con loro i suoi  sogni.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 05 Settembre 2011 17:25 )
 

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