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Patrizia Ferraris - lo schiaccianoci PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 13:14

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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LO SCHIACCIANOCI

di Patrizia Ferraris
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 14 marzo 2004




“Buon compleanno!!!”
Rebecca prese il pacchetto che Markus le tendeva orgoglioso e si avventò sulla carta, stracciandola senza ritegno, impaziente di scoprire cosa celasse…
Forse la raccolta di poesie di Friede, con cui gli aveva fatto due orecchie così? …o quella collana etnica del negozio di via Milano, davanti al quale lo aveva fatto fermare trecentottantacinque volte nelle ultime due settimane?
O…
Ma non c’era più tempo per gli “o”.
L’oggetto, liberato dal suo bozzolo colorato, stava lì, tra le sue mani, nudo e orgoglioso.
Ligneo.
Finemente intagliato.
O, come le sembrava più calzante, pericolosamente simile a un Teomondo Scrofalo.
Rebecca chiuse gli occhi un istante.
Quando li riaprì, speranzosa, quel coso agghiacciante era ancora lì.
Concreto, troppo concreto.
“Hai capito che cos’è? …Non li avete in Italia?!?” Markus era giulivo.
Un’oca, pensò lei. Una grossa oca pelata. Rebecca contemplò l’ipotesi di fracassare il regalo sul cranio di quell’essere starnazzante, per poi vagliare rapidamente almeno altri dieci modi più raffinati (in fondo quel giorno era il suo compleanno, che diamine!) per porre fine a quell’inutile esistenza.
Però, si disse poi, un po’ era anche colpa sua…

Rebecca aveva sempre avuto un debole per gli ingegneri. O meglio, ne era calamitata. Una sorta di dono naturale.
Poteva entrare in una stanza piena di sconosciuti che infallibilmente - zac!- quello con cui iniziava a parlare era uno di loro.
Avrebbe dovuto pensare a come sfruttare la cosa, forse.
Magari proponendosi a un circo.
REBECCA, LA RABDOMANTE DEL POLITECNICO.
Però, niente male! …nemmeno la più remota possibilità di sbagliare. Era matematico.
Rebecca attirava gli ingegneri come il miele le api e, nel corso degli anni, aveva già accumulato una discreta esperienza…
Però, si vide costretta ad ammettere, l’abbinamento ingegneria-Baviera era proprio un po’ azzardato. Virtuosismo allo stato puro.
Ne aveva avuto sentore già la prima sera, quando lui l’aveva presa fra le braccia e baciata (finalmente!) di fronte ai fornelli, mentre l’acqua per la pasta incominciava a bollire.
“Potrei avere un altro bacio?” aveva cinguettato Rebecca (…o almeno ci aveva provato! Non era molto competente in fatto di cinguettii…).
“No”, aveva sorriso lui.
“Nooo? E perché?” aveva gorgheggiato garrula, ancora convinta che Markus stesse scherzando.
“Perché dobbiamo guardare la pasta. Ci sono delle priorità”.
Eccheera, la pubblicità del cornetto Algida? Ma no, lui era in Italia da troppo poco tempo per poterla conoscere… Era proprio la sua personalità! Rebecca, sebbene un po’ perplessa, la giudicò “assennata e affidabile”.
Le cose non erano molto migliorate quando, due ore più tardi, dopo averlo attirato sul letto con subdoli mezzucci, lei aveva spento la lampada con la scusa di osservare i giochi di luce che la candela proiettava sul soffitto.
“Beh, adesso la situazione si fa pericolosa - l’aveva illusa Markus, inducendola a fantasticare di torride scene di sesso sfrenato- …potremmo anche addormentarci”.
“Aaaah, che cose romantiche sai dire!” aveva esalato Rebecca, mentre un orrendo sospetto si faceva strada nella sua mente: che quel test di Cosmopolitan per misurare il sex appeal, fatto quindici anni prima al liceo, test che aveva decretato la netta superiorità, in fatto di charme, del suo compagno di classe più insulso e foruncoloso, avesse avuto ragione? AAAAARGH!
Rebecca scacciò quel pensiero molesto.
Guardando incredula il suo regalo di compleanno, cercò di rivivere i bei momenti passati insieme a Markus, come quel sabato che lei gli aveva proposto di andare alla mostra di Klimt e lui l’aveva trascinata a divertirsi all’Ikea, dove si poteva sempre incontrare gente…
O come quella volta che lei gli aveva proposto una gita in montagna e poi avevano optato per il Valentino, perché, come aveva argomentato Markus, “anche lì c’era il verde e ci si poteva arrivare senza fare tanti chilometri in macchina!”.
Beh, forse la saggezza non è cosa immediatamente comprensibile a tutti, si era detta lei…
I ricordi si affollavano nella mente di Rebecca.
Rivisse la sera in cui Markus le aveva sussurrato suadente: “Beh, adesso potremmo toglierci i vestiti!” e quando lei si era sfilata la maglia e i jeans lui li aveva presi, amorevolmente piegati e appoggiati con cura sulla sedia, per poi tornare da lei.
Al che Rebecca, ebbra di entusiasmo, aveva cominciato rapidamente a calcolare quanto avrebbe potuto risparmiare sul bilancio domestico alla voce “signora delle pulizie” se solo gli avesse fatto strategicamente trovare un ferro da stiro in un angolo della stanza….

“Rebecca?!? Hai capito che cos’è? …non li avete in Italia?!?”
La voce di Markus la riportò al presente, e al regalo che ancora stringeva fra le mani.
Lo posò.
Pretenzioso e incongruo, lo schiaccianoci torreggiava sul tavolo e sui frantumi della loro relazione.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:31 )
 

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