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Franco Augelli - giardiniere PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Martedì 25 Ottobre 2011 12:41

 

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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GIARDINIERE

di Franco Augelli
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 14 marzo 2004




I giardini sono il mio mondo e le mie parole, perché io sono il giardiniere. Il giorno della creazione non mi fu dato nessun altro linguaggio che questo e la mia legge è rimasta quella dei segni e dei colori. Ogni albero, ogni pianta, ogni fiore è un segno e questi sono i segni di cui io mi servo per comporre il mondo.
Come le note su un pentagramma, o come le tracce che uniscono le stelle nei disegni delle costellazioni. Io scrivo e ogni giardino poi racconta la mia storia, che è anche la sua.
Giardini disegnati, composti, con le loro vie dritte, le siepi squadrate, le fontane coi tritoni e i delfini di pietra. Giardini selvatici, solitari, abbandonati, odorosi di foglie marce e umidità. Giardini dove perdersi, con cespugli e anfratti rocciosi dove nascondersi, dove incontrarsi a fare l’amore, o comporre poesie solitarie. Piccoli giardini davanti a piccole case dove trovarsi con gli amici, nelle sere estive, a bere, mangiare e pensare che il mondo sia eterno.
Che cos’è per te un giardino? La casa dove passerai i tuoi giorni e le tue notti, dove vivrai, piangerai e sognerai? O un episodio casuale, un muro alto e lungo, rasente il quale passi per andare verso altrove, oltre cui vedi sporgere le vette degli alberi, senza sapere quali, dove e perché, e soprattutto chi?
Io non ho un perché. Io non vado oltre, resto nel mio mondo, che è qui. Lascio che a farmi compagnia siano gli uccelli, gli insetti, i piccoli animali sfuggenti. Ma non cerco la solitudine, non sono un mistico né un santone. A me piace sorridere, pensare agli uomini e al loro mondo, camminare con gli occhi lungo i sentieri delle mie creazioni, immergere quasi per caso la mano nella vasca, sotto gli occhi del Nettuno ricoperto di muschio che mi rimprovera in silenzio il mio disinteresse (e infatti non m’interessa, e quindi gli lascerò il suo muschio) e guardare le carpe che fuggono o che vengono, aspettando e sperando qualche boccone di pane. Mi piace, nei giorni della neve, camminare nel giardino trasformato, ascoltando i miei passi, leggendo nel silenzio i rumori attutiti dei blocchi bianchi che cadono dagli alberi.
Mi piace anche nascondermi a guardare. E vedere i passi delle ragazze, che camminano tenendosi per mano, che ridono e si parlano del loro mondo, delle loro poesie, dei loro incontri delicati, o deliziosi (anch’esse sono deliziose). Spiare le loro storie e i loro racconti, pedinare non visto il loro cammino, seguire il corso delle loro fantasie più intime. Io, in queste fughe verdi, posso scoprire di loro cose che nessuno dei loro genitori immaginerà mai, e se lo farà non vorrà credere che sia vero. Eppure è vero, ed è bello. Malgrado.
E fu lungo uno di questi cammini che incontrai i tuoi passi, e li seguii. Non volli vederti, mi piacque di più ascoltarti mentre ti pensavi dal di dentro, ascoltare la tua vita che raccontavi a te stessa e a me. Mi piacque la tua storia, fatta di silenzio e di dolore. Era in silenzio e in solitudine che percorrevi i viali più lontani e più selvatici del più grande dei miei giardini, e stavi cercando qualcosa. Qualcuno direbbe che cercavi te stessa. O che cercavi qualcuno. Ma forse non ha nessuna importanza ciò che cercavi, eri soltanto bella, lì sola, mentre cercavi.
Mi avvicinai a te piano quando ti sedesti in riva allo stagno, sovrastato dai salici e disertato dalle anatre. Ti accarezzai leggermente i capelli castani, tu non ti accorgesti di me, scuotesti la testa, come per allontanare il volo di un insetto molesto, ma poi mi lasciasti fare. Sospirasti e chiudesti gli occhi. E allora ti baciai le palpebre chiuse, continuando ad accarezzarti i capelli e assaporando il tuo odore di profumo e di sudore. Forse avevi corso, forse stavi scappando, poco prima, ma ora stavi bene, nel mio giardino. Ti spaventò, forse, il fruscio in un cespuglio, avrebbe potuto essere un cinghiale, ma era solo un gatto, tu gli sorridesti, lui si avvicinò a te, si strofinò contro le tue gambe. Io mi allontanai da te, per guardarti meglio, e mi piacque la tua gentilezza. Forse fu quello il momento in cui, quasi senza rendertene conto, cominciasti a sedurmi. Io, il creatore di giardini, sedotto dalla carezza di un gatto.
E fu lì, in quel momento, che capii che dovevo rimettermi al lavoro, selezionare le piante più pregiate, cercare i fiori più belli, pensare ai momenti più felici. Seppi che il mio lavoro non era finito. Ancora. Perché tu li trovassi lungo il tuo cammino quando ti saresti alzata, sul far della sera, e avresti ripreso ad andare lungo i viali, sotto gli alberi secolari, allontanandoti dallo stagno e ascoltando il richiamo della civetta.
La mia ricerca cominciò in quel momento e ancora continua. Non passa giorno o momento che tu non trovi, sotto i tuoi passi, un mio dono. Che io non costruisca davanti ai tuoi occhi un segno, uno schizzo, un suono, e nessuno di essi ti sfugge. Quando ti addormenti, mi avvicino a te e guardo e accarezzo, ancora, i tuoi capelli. A volte mi senti e nel sonno mi sorridi. Altre volte, semplicemente, mi piace accompagnarti nei tuoi sogni.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 26 Ottobre 2011 09:44 )
 

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