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Bruno Burdizzo - la bottiglia blu PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 03 Settembre 2011 11:34

 

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LA BOTTIGLIA BLU

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 14 marzo 2004




Vivere la vita, non sopravvivere. Sembra scritto a inchiostro. Con quelle calligrafie di una volta. Su carta ingiallita. Vivere la vita. Con una V tutta svolazzi e una T importante. Non sopravvivere. Con un’opera d’arte di S che ssi avvolge in sspire come una sserpe: sssopravvivere. Il foglio sembra pergamena. Arrotolato. Ruvido. Non c'è nient'altro: vivere la vita, non sopravvivere. Punto.
L’ho trovato ieri mattina. Mi alzo presto, al mattino. Non è che abbia molto da fare. Però mi alzo presto. Prime luci dell'alba sul mare, schiene di delfini oltre la barriera del corallo, mi piace la sabbia bianca e fresca tra le dita. Passi sulla rena. I miei. Conchiglie. Una bottiglia blu.
Una bottiglia blu, di vetro spesso, sfaccettata, chiusa con un turacciolo di sughero spinto a forza. Mi chino, la raccolgo, quasi distrattamente, poi, dopo un attimo, mi rendo conto. Mi gira quasi un po’ la testa: cazzo, una bottiglia! Lo dico ad alta voce, ma tanto qui a quest’ora non c'è mai nessuno... Si, a quest'ora! qui non c’è nessuno mai. Va beh, tiro su la bottiglia, tolgo il turacciolo. Vivere la vita, non sopravvivere. Mi scappa da ridere. Sono lì come uno scemo sulla spiaggia, con in mano una bottiglia blu, che rido come un cretino, mentre quasi non mi accorgo che una fetta di sole si sporge sul filo dell'orizzonte, un raggio di un chiarore tiepido scivola sulle increspature del calmo oceano, avanza sulle mie impronte umide sulla rena pallida e viene a baciarmi con quella sua carezza consolatrice. E io rido.
Si, perché già c’è da ridere per il fatto che uno come me riceva un messaggio in una bottiglia. Che poi questo anonimo messaggero mandi a dire che bisogna vivere la vita e non sopravvivere proprio a me, Menelao Barbagalli, e proprio qui, in questo luogo, in questo periodo della mia vita, c’è proprio da sbellicarsi.
A volte anche Telemaco, il mio pappagallo ammaestrato, mi dice che sono un po’ strano, ed è vero, ha ragione, lo ammetto. Ma Telemaco che ne sa? è un pappagallo, lui. È sempre vissuto qui, che ne sa, lui? lui dice, ma che ne sa del Barbisonte, il grande veliero mercantile sul quale ho fatto il mozzo per tre quarti della vita? Che ne sa del capitan Caraffa che mi prese su fanciullo al porto di Sinigallia e mi addestrò agli oceani, alle tempeste, alle bonacce, alle sbronze di rum, alle rotte australi, ai bordelli di Singapore, ai quaranta ruggenti, al soffio della balena, ai pirati, alle secche, agli scogli, all’ammiccare notturno del faro, all’incubo del naufragio? Che ne sa, lui? Lui è pappagallo, figlio di pappagalli, nato e vissuto sempre qui, tra questa spiaggia e la foresta e la montagna nera e la scogliera ancor più nera che c’è dall'altra parte.
No Telemaco, non hai nessun diritto di ridere di me. È vero che ho un aspetto strano, lo so, ho un frammento di specchio appeso nella mia capanna. L’ho trovato tra le rovine del relitto. Mi restituisce l’immagine di un uomo barbuto, scapigliato, irsuto, bruno abbronzato anzi quasi bruciacchiato da questo sole tropicale. E i miei vestiti sono cenci, ormai, induriti dalla salsedine, scoloriti dal vento, sbrindellati, fetenti di sudore e pesce marcio. Non ho un bell’aspetto. Niente a che vedere con il tuo piumaggio colorato, Telemaco figlio mio, con il tuo rosseggiante verdeggiare mentre sfrecci veloce nel cielo terso della tua isola! Io non sono fatto per questa vita, Telemaco, per queste solitudini. Io sono fatto per le baldorie, per le taverne, per le sbronze con gli amici, sono fatto per le canzoni fischiettate al chiar di luna, reggendo il timone, mentre scricchiola il legno, geme la gomena, la prora frange l’onda e l’oceano respira la sua quiete infinita. Per questo sono fatto!
E invece, e invece eccomi qui, barbuto e sporco, a parlare con un pappagallo (che tra parentesi non parla neanche la mia lingua, ma un dialetto maori che capisce solo lui, quando si dice la sfiga!). Eccomi qui a ridere da solo, sulla spiaggia, con in mano una bottiglia blu. Con dentro un messaggio che dice: vivere la vita, non sopravvivere!
Ma chi cavolo sei, tu, ignoto messaggero? Perché non hai firmato la tua missiva? Magari un giorno, se sapessi chi sei, magari un giorno, se uscissi vivo o morto da questo isolamento, magari un giorno potrei trovarti, presentarmi, mostrarti la tua bottiglia blu, il tuo messaggio, con quella tua calligrafia che sa di antico, con quelle S e quelle V tutte a svolazzi, e chiederti: ma che ne sai, tu, di che vuol dire vivere? di che vuol dire sopravvivere? Che ne sai di quando il cielo si capovolge, scosso dalla mano pesante di un dio incazzato, di quando il mare di piombo si spalanca come un baratro, di quando i fulmini esplodono spari tra le nuvole dense, di quando le mani nude si spaccano, strette alla cima, bagnata di sale, che scivola e scotta? Che ne sai del timone imbizzarrito, dell’ondata che spazza il ponte, che porta via tutto, uomini, oggetti, tutto? Che ne sai dello schiaffo dell'onda, del sapore del mare che ti riempie la gola, che t’invade, che strazia? Che ne sai del tepore del sole che ti viene a svegliare buttato giù su una spiaggia deserta? Se sapessi chi sei, messaggero misterioso, ti troverei e ti spiegherei cosa vuol dire vivere e cosa vuol dire sopravvivere in questo paradiso tropicale. Ti spiegherei cosa vuol dire passare dodici anni in una capanna di frasche, solo come un cane, anzi più solo del più solo dei cani, con unico amico un pappagallo che parla maori! E ti spiegherei anche cosa vuol dire ricevere un messaggio in bottiglia, boia d’un mondo!
Sopravvivere, va beh, si sopravvive. C’è una palma da cocco, vicina alla capanna, che ho chiamato Maddalena. Il nome me l'ha ispirato quel "porca puttana" che mi è scappato quando mi ha lasciato cadere uno dei suoi frutti legnosi prendendomi in pieno nel bel mezzo di un sonnellino. Ho ripreso i sensi due giorni dopo, con una fame da lupo. La montagna, poi, che io chiamo monte Polifemo perché è un vulcano addormentato che speriamo non si svegli, la montagna mi offre una pozza d'acqua fresca, sorgiva, che sgorga al fondo di un sentierino che mi sono aperto in mezzo alla foresta. No, va beh, sopravvivere si sopravvive, il pesce fresco abbonda, mi son fatto una canna e una fiocina, e il tempo per pescare non mi manca.
Si, per sopravvivere si sopravvive, ma vivere, mio caro messaggero lontano, vivere è un’altra cosa. Vivere significa coltivare interessi, amici, attività, fare delle cose, procedere, inventarsi un futuro. Io qui che m’invento? Ogni tanto di notte sogno il miraggio di un veliero che scivola all'orizzonte. Mi sbraccio. Grido. Ma non mi sentono. Una volta, in uno di quei sogni, ho acceso anche un fuoco per segnalare la mia presenza al brigantino di quello stronzo di capitan Pirillo, che si trovava a passare per di là. Non l'ho mai potuto sopportare, io, capitan Pirillo, e nemmeno lui me, e proprio da lui dovevo sognare di farmi venire a prendere! Comunque il mio fuoco non l'ha visto, e poi quando mi sono svegliato ho pensato che è proprio una gran cagata l’idea di accendere un fuoco sulla cima di un vulcano!
Sopravvivere si sopravvive. Vivere, no. Che poi a pensarci bene sono anche ricco sfondato. Quando l’ho trovato ho fatto i salti, ho ballato tutta la notte attorno al fuoco, ho ululato alla luna come un selvaggio, ho corso nudo tutto intorno all'isola gridando a squarciagola per sfidare tutto quel mare mare mare mare mare! e poi mi son fermato col fiatone e mi sono messo a piangere come un bambino. Che cosa me ne faccio di un’isola con dentro una montagna con dentro una grotta con dentro un forziere con dentro quindicimilioni settecentonovantacinquemila ottocentoquattordici dobloni d'oro zecchino, con intorno tutto questo mare? Che ci compro? E quando penso che magari qualcuno con tutti quei soldi si comprerebbe una villa su un'isola deserta, se lo trovo lo impicco!
Vivere, qui, non si vive. Nel forziere, oltre al tesoro, c’era il diario di bordo del pirata Barbariccia, un librone spesso, scritto per metà. E c’era anche una penna buona, col pennino d'oro, e inchiostro a volontà. Da leggere ce n’è, e neanche male: storie di corsari e bucanieri, di arrembaggi e di velieri, le storie di mare che piacciono a me. L'ho letto già ventotto volte, dall'inizio alla fine. E ventisette volte all'indietro, parola per parola, per vedere se cambia il senso. Ho pensato che siccome è una di quelle storie che cominciano bene e finiscono male, magari leggendola all'incontrario hai visto mai che comincia male e poi va a finire bene? Ho provato poi anche, con l'aiuto di Telemaco, a tradurla in maori. È venuta bene. Telemaco è entusiasta, dice che una storia di pirati mancava, nella letteratura maori. È tutto eccitato, l'ha imparata a memoria e non fa che svolazzare qua e là gridando a squarciagola la storia a lieto fine del pirata Barbariccia! E poi dice che quello strano sono io!
Ma ora, ora tutto cambia. Ora che ho trovato una bottiglia blu, con dentro il messaggio di un tale che dice che bisogna vivere la vita e non sopravvivere, ho preso una decisione. Mi son messo comodo sulla spiaggia, all’ombra della palma Maddalena, ho aperto il diario del pirata Barbariccia sul coperchio del forziere, su una bella pagina bianca, ho aperto il bottiglino dell'inchiostro, ho bagnato il mio pennino d’oro, e ho incominciato a scrivere questa storia. Che è la mia storia. E da quando ho incominciato, il tempo passa! le ore volano! si fa notte, si fa giorno! scrivo, scrivo... che tanto, di tempo ne ho! scrivo, scrivo, scrivo quasi a ruota libera, scrivo, e le parole vengono, parole, parole... parole scritte in piccolo, perché non finisca la carta... e se finirà l’inchiostro pescherò un calamaro, ne strizzerò l’umore nero, e avrò di che scrivere per tutto il resto della vita.
Scrivere. Vivere. Scrivere. Questo è il senso, sì, questa è la morale, sopravvivere per scrivere, scrivere per vivere, vivere per scrivere.
Negli ultimi tempi quindici navi sono passate al largo della mia isola. Qualcuna anche vicina alla barriera corallina, a portata di voce. Quello stronzo del capitan Pirillo, di ritorno forse da quel sogno, mi ha visto col cannocchiale, che scrivevo sulla spiaggia mentre un tramonto d'oro illuminava il monte Polifemo in tutto il suo splendore. Col megafono mi ha chiesto se doveva mandarmi una scialuppa, ho risposto: non rompermi le balle, sto scrivendo! e se n’è andato via.
Vivere. Scrivere. Scriverò finché avrò vita. E quando l’avrò finita, o la vita o la scrittura, allora ricomincerò da capo, all'incontrario, parola per parola, per vedere se cambia il senso. Senso il cambia se vedere per parola per parola incontrario al capo da ricomincerò...





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 05 Settembre 2011 17:27 )
 

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