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Ugo Benvenuto - Melle PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Martedì 04 Ottobre 2011 07:21

 

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MELLE

di Ugo Benvenuto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 luglio 2004




Cara Melle, ti scrivo per dirti che tu sarai sempre nei miei pensieri, finché poserò la pianta dei piedi sulle strade di questo mondo.
Mi ricorderò di te, comprandoti dei fiori, non ti scordar di me, se poi non sarai accordata non importa, ti suonerò lo stesso, come se fossi la prima porta.
Certo tu non potrai dire di me la stessa cosa, essendo io uomo. Al limite, per te, potrei essere il primo porto. Adesso però sto partendo, ma non per il Portogallo come tu pensavi, cara Melle, chiocciolina mia, piuttosto parto per quel che cerco, ma non per quel che trovo, e, si sa, “chi cerca l’antico trova un pandoro”, dolce mitica Melle.
Chi è più cara di te? Per me non hai prezzo. L’ho capito subito, quando ti ho conosciuta. Eri lì, in mezzo a una strada, pedone o pedina, non capivo, fino a quando non mi hai offerto i tuoi baci di dama. Ma era solo una metafora per dirti che, da quel giorno, ti ho indicato la direzione giusta per proseguire in quella valle di lacrime dove ti stavi prosciugando, con quel senso di colpa madornale, di cui solo tu facevi parte, e non volevi farmene parte.
Ricordo che tenevi il copione tutto per te. Non volevi partire e tanto meno partorire, mamma Melle. Se almeno avessi voluto allattare, avresti cambiato lo scorrere di quelle lacrime. E invece, da quel momento, ti sei appiccicata al mio sedile. Se non sbaglio, sbadigliavi, e, come davanti a ogni film che si rispetti, ti sei addormentata, sognando la tata, nel senso melodico del termine: Ta...ta, ta, ta...ta., ta... ta... cantavi, con quella voce così sognante, ammesso che si possa sognare con la voce. Forse si può solo sognare di avere una bella voce, the voice, ugoladoro... ed è proprio lì che mi sono presentato, quando, nell’acuto del sonno, hai detto il tuo nome: Melle. E io avevo già voglia di cose dolci, quindi di te e di me ammalloppati in un te-merario abbraccio, anticipando quello che può essere, per un camionista (ultimo dopo sette fratelli, ma non per questo settimino), il rapporto con il suo volante, mentre sogna di essere su un ottovolante.
Ma torniamo a noi, cara Melle, anzi, se non ti dispiace, storniamo a noi, perché dobbiamo distoglierci dalla testa la possibilità di ricominciare dal traguardo che abbiamo raggiunto insieme, dopo tanta fatica. Anche perché, dall’ultima volta che abbiamo corso insieme, tu sei finita voluttuosamente addosso allo starter, con una scusa e per tutti è stata una falsa partenza.
Allora abbiamo proseguito “invalidati”, senza offesa, per carità! È solo una metafora; come al solito, ci caschi sempre. Con te non si può mai partire. Lo so cosa pensi, mentre leggi questa mia, mia Melle. E qui casca l’asino, perché ciò che è tuo è mio e ciò che è Mio è un formaggino spalmato sui ricordi e, come tu sai, il mio punto debole è una virgola fuori posto.
È vero: non sopporto le contraddizioni. Come quella abusata tra “casca l’asino” e “...guarda c’è un asino che vola!”.
Non puoi continuare a ferirmi con queste sfer-ragliate di lava che mi getti dall’alto del tuo vulcano di donna quale sei... ma quale sei? Sono ormai diciotto anni che cerco di scriverti per avere una tua risposta immediata, ma, appena stacco la penna dal foglio tu non dici niente, cara Melle. Chissà dove sei, come stai, nella tua confezioncina di “bumbunin” di donna quale sei. Non parli, non canti, non servi. Ti chiedo un caffè: niente! Da quell’orecchio non ci senti. Mento, sapendo di mentina, cara Melle, lo diceva mia nonna. Lo so che non ti conosceva ancora, perché lo diceva quand’era piccola, ma non chiedermi perché. Fa parte di un segreto di famiglia, come quelle ricette custodite gelosamente nei cassetti delle vecchie pasticcerie. E come potrebbe essere altrimenti? Mio nonno faceva il falegname, era geloso, non mandava mai in giro sua moglie scollata. Tanto meno aveva la casa senza gelosie, cara Melle! Altro che te... altro che tette al vento come dici di avere, quando voli non si sa dove, non si sa come, non si sa perché. Lo sai solo tu, non si sa mai: “potrebbe accadere un giorno”. Questo invece lo diceva mio nonno. Cara Melle, oggi è il giorno giusto, quello in cui ho deciso di scriverti ma non di imbucarti, perché, finché si scrive su una donna, va bene, ma quando la si imbuca, si sa dove incomincia, ma non dov’è la buca. E io non so neanche giocare a golf, nonostante a te piacesse canzonarmi per l’eccesso di telo che mettevo addosso le notti d’estate.
Ora non è più così: sono cambiato Melle, non sono più quello di una svolta, non faccio più paura sull’autostrada. Prendo la mia direzione e proseguo dritto fino alla prossima pattuglia di polizia, che mi dice di avere imboccato, ma non imbucato, la corsia sbagliata.
Ecco perché, da quel giorno, scrivo e rifletto molto, tra queste sbarre lucidate a specchio, insieme a dei compagni di sventura, che come me stavano vendendo cara la pelle... cara Melle! Per di più senza emettere una fattura o un suono che potesse assomigliare a quello di un registratore di cassa, ubriacato da un intruglio di bigliettoni verde bottiglia, in mano a brutti ceffi con i baffi, ammaliati dalla cassiera. Perché, si sa, quando facevamo i conti io e te, era sempre un delirio: di onnipotenza il tuo, di nulla tenente il mio. In effetti le divise non mi sono mai piaciute, lo sai: da quando hanno cambiato moneta io non batto più cassa. Non fraintendermi, anima Melle cara, la vita la faccio sempre, naturalmente sempre in bilico tra il dire e il fare, praticamente un tram-mestio, uno sferragliare di pensieri che mi fanno viaggiare su due binari, parallelamente convergenti.
Quindi, cara Melle, luce dei miei occhi e, neanche a dirlo, dolore per i miei denti, mi mordo ancora le dita a pensare che sia andata così la nostra storia. O forse al contrario, Melle cara, non c’è dato di saperlo, tuttavia mi piace pensare che il nostro rapporto, da qualche parte, in qualche porto, sia realmente ac-caduto, magari facendosi la barba a terra, radendosi al suolo.
Un bacio tuo Lino Globu, appassionato globulino.




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 05 Ottobre 2011 15:28 )
 

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