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Pietro Tartamella - il sogno PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Sabato 03 Settembre 2011 07:17

 

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IL SOGNO

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 luglio 2004




In ogni piazza le grandi folle multicolori in maniche di camicia e scollature formavano cerchi immensi. Il cuore di tutta quella gente, dai bambini ai vecchi, rosso, come il sole che cominciava a sparire dietro i tetti, andava su e giù nei loro petti con escursioni e palpiti che toccavano ora la gola ora l’ombelico. Gli occhi spalancatamente muti. Le labbra serrate, a trattenere il fiato della meraviglia e il cuore rosso che premeva, e sembrava volesse uscire. La calura estiva li avvolgeva col suo abbraccio afoso di birra e di gelati.
Quell’essere femminile, sottile come un fuscello, dalle cui labbra ogni tanto uscivano, più che parole, sospiri e fiati olandesi, con disinvoltura si annodava, lì, sotto il grande lampione della piazza già acceso, dinanzi a quel mare di occhi. Non si annodava con le corde, né con le catene. Si annodava da sola, con se stessa. Le gambe arrivavano fin dietro la schiena. Le dita affusolate delle mani si intrecciavano, un braccio passando sotto il cavallo della calzamaglia rosata, l’altro, passando sotto la gola raggiungeva le dita dell’altra mano dietro le spalle. La ragazza immersa nella sua musica new age navigava dolcemente da un intreccio all’altro del suo corpo componendo figure di fiori. Entrava e usciva da una cartella scolastica di bambino elementare. Nessuno avrebbe immaginato che in quello spazio angusto, dove normalmente ci stanno una merenda e qualche libro di fiabe, potesse entrarci, intero, un corpo di ragazza un metro e sessanta di carne e di ossa. Poi rotolava, appallottolata, su un filo d’acciaio teso tra due tripodi metallici infissi nell’asfalto. I suoi occhi chiari, che spuntavano come da una maschera incorniciata dalle braccia e dalle gambe annodate, sembravano guardare il campanile della cattedrale. Gli applausi del pubblico si sentivano fino alle finestre lontane della periferia.
Ferrara quell’anno era la città delle meraviglie. Gli artisti, giunti da ogni angolo remoto della terra, erano davvero straordinari. Formavano cerchi immensi. Perfino i faretti delle biciclette sembravano raccontare il loro acceso stupore e quando a notte fonda tornavano alle loro case molti facevano tintinnare i campanellini diffondendo nei vicoli una voce di luna.
In un’altra piazza, quella antistante il Palazzo Municipale, i saltimbanchi giamaicani facevano, senza rete, capriole e salti mortali da capogiro, tenendo col fiato sospeso centinaia di persone le cui pupille, malgrado si facesse più fitto l’imbrunire, si vedevano roteare come biglie di vetro nelle frombole, così velocemente che avresti detto ora schizzano via di sicuro.
Altre centinaia e centinaia di persone, ammassate in Piazza della Repubblica, dietro il Castello, applaudivano i fachiri, i mangiatori di fuoco e di serpenti dell’Alsazia, chiedendosi, come bambini, quale potere segreto avessero quei cibi cosi evanescenti e sottili da produrre corpi giganti e smisurati come quelli che vedevano dinanzi a loro illuminati dalle torce così a petto nudo.
Ferrara era quell’anno un turbinio di colori mai visto. Perfino lo smisurato dispiegamento di forze pubbliche e di camionette della polizia, perfino i loro scudi, sembravano quell’anno subire il fascino delle lingue di fuoco, delle labbra dipinte della ragazza annodata, dei corpi giamaicani lanciati in traiettorie così verticali e lunghe da  superare i loro elmi e i loro manganelli messi in fila.
Gente ovunque. Fiumi di birra e musiche.
Via San Romano è una stretta viuzza che costeggia il Chiostro Medievale.
Pur se frequentatissima, è un’arteria di passaggio. Da lì scorrevano tutti quelli che avevano parcheggiato le auto nella grande piazza di nero asfalto in fondo. Le pizzerie da asporto con le loro margherite e quattro stagioni fumanti, i bar, i ristoranti, tutti i negozi erano strapieni di gente, perfino i negozi di scarpe, di stoffe e le edicole. Gli artisti erano pochi in questa via. C’erano quelli che non formavano grandi cerchi di pubblico. C’era Reno cantautore one-man-band con la chitarra l’armonica i tamburelli a pedale e Golia il suo inseparabile cane nero Terranova. C’era Chandana la cartomante. Dalla fiammella della sua candela saliva un filo sottile di fumo nero tremolante. C’erano le statue viventi con le perline di sudore che scivolavano sui loro volti coperti di cerone.
Da un angolo di quella via, non molto lontano dal Duomo, si diffondeva una musica blues accompagnata da un ticchettio metallico. Seduto su una seggiolina bianca da campeggio, un uomo sulla quarantina, basco francese, barba fitta e lunghissima da arabo-vichingo, batteva i tasti di una vecchia macchina da scrivere. A tempo di blues. Una ragazza dinanzi a lui, al di là del tavolino, in piedi. Una ragazza soltanto. Al di là della ragazza il fiume di gente che andava a riversarsi in piazza Trento e Trieste sovrastata dal Duomo.
Quella ragazza era il suo unico pubblico, il suo cerchio.
Il poeta scriveva, battendo i tasti a tempo di blues, una poesia estemporanea che la ragazza aveva chiesto. Gli aveva dato come argomento “Il sogno”.
L’uomo sfilò dal rullo il foglio colorato.
Con un gesto invitò la ragazza a sedersi su una seggiolina vicino a lui. Prima di sedersi la ragazza si accomodò una ciocca di capelli spingendola all’indietro con le dita. Il collo nudo risaltò in primo piano. Lui le lesse nell’orecchio le sussurrò le parole che aveva scritto. La ragazza ascoltava con un respiro bellissimo. Poi strizzò gli occhi e si alzò. Mise dentro il cappello sgualcito, che stava aperto sul tavolino da campeggio vicino alla macchina da scrivere, vicino al registratore da cui usciva in quel momento un brano di Robert Johnson, vicino alla penna d’oca con cui il poeta firmava i suoi fogli, vicino alla fiamma di candela che vibrava, mossa forse dal quel suo respiro bellissimo la ragazza mise una banconota.
Le sue dita entrarono nel cappello. Ne uscirono sinuose. La ragazza si avvicinò all’uomo. Gli diede un abbraccio. Lo riempì del suo profumo. E si allontanò portata via dalla folla diretta forse a vedere la Giamaica o l’Alsazia o la cartella delle favole con dentro la ragazza annodata.
L’uomo la seguì con lo sguardo ondeggiando la testa man mano che si allontanava tra la folla. La folla la stava inghiottendo. La inghiottì. Nutrimento di pelle e di respiro nutrimento di profumo di ragazza sparita come disciolta dalla follaenzima che la inghiottiva. L’uomo restò solo con la sua barba. La sfavillò con le dita.
Quelli erano i suoi cerchi. Una persona alla volta. Un uomo, una donna, una ragazza. A volte una coppia. A volte un gruppo di amici. A volte una famiglia. Il poeta sfilava dal rullo il suo foglio colorato su cui aveva inciso le sue parole. Alla luce del suo lume tremolante, alla luce di un fioco lampione, alla penombra, sussurrava quelle parole in un orecchio adornato. Non applausi che raggiungevano finestre lontane. Solo silenzi. Un abbraccio. A volte una stretta di mano. A volte uno sguardo che attraversava la pelle. Gli piaceva. Non aveva invidia dei grandi cerchi di pubblico che si formavano intorno agli altri artisti. Non aveva mai avuto invidia. Ma ultimamente aveva udito circolare alcune voci. Qualcuno, fra gli artisti, si era messo a teorizzare il concetto di “cerchio”.
Si era sparsa la voce che un artista era tanto più bravo e tanto più artista quanto più grande era il cerchio di pubblico che si radunava intorno a lui e alla sua performance. Lui che radunava intorno a sé una persona alla volta non poteva dunque essere considerato un artista, e tanto meno un bravo artista. Secondo quelle voci non era nessuno insomma. È vero che con una sola persona intorno non si può parlare di “cerchio”. Una persona sola non ti circonda… a meno che non ci si riferisca alle sue braccia che ti avvolgono…
L’uomo col basco rifletteva su queste voci che aveva udito, cercando di capire se quella teorizzazione del cerchio avesse un senso. Si immerse così profondamente nelle considerazioni che finì per non sentire più tutto il vociare che scorreva nella via, né si accorgeva della gente che inciampava o cozzava contro il suo tavolino e i suoi cartelli esposti.
La musica blues continuava a uscire dal registratore e lo avvolgeva e lo cullava come una voce di sirena che chiamasse da una Scilla lontana. Sentì negli anfratti delle sue narici un odore antico di fico d’india. Ed ecco affiorò improvviso nelle sue viscere un sogno. Un’idea. Un desiderio. Una visione. Con sempre maggiore chiarezza quel sogno prendeva forma. Gli applausi fragorosi che provenivano dalle piazze lo immergevano sempre di più in quel sogno. Tutte quelle mani che applaudivano sembravano fisicamente immergerlo, spingerlo, affondarlo a ogni clak clak nel tepore caldo di quel sogno comparso come un faro vivo che abbaglia nella notte. Forse era l’intensità di quel profumo di ragazza, di quell’abbraccio, di quel profumo che ancora aveva indosso, a procurargli la visione che sempre più lievitava. Vide chiaro d’un tratto dall’alto della sua scogliera vide chiaro la sua strada per l’anno a venire. No, non era invidia, non era gelosia. Solo un puntiglio, una sfida, l’occasione di realizzare un sogno e un’azione. L’anno prossimo proprio lì, a Ferrara, avrebbe formato un cerchio gigantesco. Lui, che solitamente formava cerchi con una sola persona, avrebbe radunato un cerchio di gente infinito. Voleva contraddire, a modo suo, la filosofia che tra gli artisti e gli organizzatori di manifestazioni si stava diffondendo sul cerchio.
Una coppia giovane si era fermata dinanzi al suo tavolino sorridendo lo riportò alla realtà. “scrivi una poesia sulla mia ragazza” disse il giovanotto ridendo bianchi denti indicando la ragazza con la sguardo e con il dito. Lei appoggiò la testa capelli neri gondolando sul cuore di mare del ragazzo.
Il poeta girovago a lungo guardò la ragazza negli occhi.
Poi la sua macchina da scrivere si mise a cantare a ritmo di blues.

I suoni e i colori dell’estate erano finiti. I viaggi in furgone da una città all’altra, da una fiera all’altra della Toscana, le feste dell’Umbria, dell’Emilia Romagna, erano finite. Nelle zone di mare gli alberghi e i campeggi si erano svuotati. Il silenzio avvolgeva le insegne chiuse. Il vento sollevava i granelli di sabbia che più non avvolgevano, caldi, le punte degli ombrelloni infisse nella loro terra. L’autunno si faceva avanti con foglie cadute sempre più ingiallite. Torino avvolta prematuramente dalla nebbia. Dai camini già salivano obliqui pennacchi di fumo. Il poeta blues, pianeta di poesia errante, basco francese, aveva un anno di tempo per prepararsi. Aveva promesso a se stesso, anzi giurato, di ritornare l’estate successiva al Busker’s Festival di Ferrara con una performance senza precedenti. E già vedeva formarsi un cerchio di gente grande come un’orbita.
Non sapeva da dove cominciare però. Gli era venuta un’idea bizzarra, apparentemente impossibile. Ma come tradurla in evento concreto?
Che fosse pressoché impossibile… beh, non era questo a preoccuparlo. Le cose impossibili, in fondo, avevano per lui il fascino oscuro delle calamite.
No, a preoccuparlo era il tempo. Avrebbe avuto tempo a sufficienza per fare i suoi esperimenti? Per fare tutte le mille prove che sarebbero state necessarie?
Si mise subito al lavoro. Avrebbe investito tutto il guadagno di quella stagione nel suo sogno. Per prima cosa doveva restare solo. Cominciò a disdire i diversi appuntamenti che già aveva programmato per l’autunno. Eliminò le cene con gli amici. Informò la moglie e i figli sui tagli che stava facendo ai suoi impegni. Non disse nulla del suo progetto. Non voleva che le opinioni altrui, anche quelle della moglie e dei figli, che pur teneva in considerazione, togliessero forza alla sua visione.
Cominciò a frequentare le biblioteche, cercando ogni libro, ogni articolo, rivista, o notizia, che potesse rivelargli i segreti del fumo.
Lesse libri sulle tecniche di spegnimento del fuoco, e biografie di pompieri. Rovistò nei libri di cucina sfogliando pagine e pagine fino alle più piccole ore notturne immerso in mille ricette di ogni luogo. E quando un arrosto finiva per bruciarsi sul fuoco osservava le evoluzioni del fumo, prima di spegnerlo.
Rovistò e indagò nei libri di storia e di poesia, nella speranza di cavare indicazioni e suggerimenti dalle descrizioni dell’immane incendio di Troia.
Rilesse Omero e Virgilio. Rivisitò la storia di Roma distrutta dalle fiamme di Nerone. Rivisitò i miti degli Etruschi e degli Aztechi. Nel cortile della sua cascina accese fuochi, e con erba umida e una coperta trascorreva i giorni e i tramonti a studiare i segnali di fumo degli Indiani d’America, cercando di cogliere la natura intima e profonda del fumo, cercando di sviscerarne i segreti, di capire come si comportava alle sollecitazioni del vento e ai movimenti della coperta.
Con il fumo delle sigarette imparò a fare piccoli cerchi. Atteggiando le labbra in smorfie impossibili riuscì a produrre anche forme quadrate. Un giorno provò commozione quando il fumo della sigaretta passando attraverso lo stretto pertugio delle sue labbra contorte in una sequenza molle di smorfie modellarono nell’aria un punto interrogativo!
Voleva piegare il fumo al suo volere. Ci sarebbe riuscito prima o poi.
Il camino, che aveva costruito lui stesso nel grande salone della cascina, era difettoso. Non tirava bene. Il fumo si diffondeva con rigurgiti nel salone. Cominciò a studiare il comportamento del fumo all’interno della canna fumaria. Ne osservò le ondulate traiettorie e i movimenti e le direzioni che prendeva dopo aver interposto un ostacolo di cartone. Quando accendeva il fuoco, essendo fredda l’aria che stava dentro la canna fumaria, notava che il fumo, proprio perché l’aria fredda tendeva a precipitare in basso, veniva spinto nel salone che in breve diventava irrespirabile. Doveva prima dare fuoco a fogli di giornale, senza ancora accendere la legna, e scaldare la canna fumaria, in modo che l’aria fredda attenuasse la sua spinta verso il basso e non spingesse il fumo verso il salone. Funzionava. Poi usciva fuori a osservare il fumo che si levava da sopra il tetto. Fece molte riprese con la telecamera per poterlo visionare con calma e al rallentatore. Una sera, seduto davanti al televisore a studiare i filmati del suo fumo, si accorse di sudare. Era arrivata l’estate e non se n’era accorto.
Era ancora lontano da quello che aveva sognato. Non poteva tornare a Ferrara. Non aveva nessuna performance da mostrare. Uno anno non era stato sufficiente. Certo aveva scoperto mille cose sul fumo, aveva individuato anche formule matematiche per descriverlo. Ma erano tutte cose tecniche, scientifiche. Lui era un poeta. Ora doveva mettere insieme tutto quel mare di informazioni e trasformarle in poesia. Scoraggiato si lasciò cadere sul divano. Poi, per trovare conforto, andò a sedersi sotto l’ombra del salice. Decise che non sarebbe andato a Ferrara quell’anno. Ci sarebbe ritornato l’anno prossimo. Gli occorreva ancora un anno per essere pronto, per mettere in atto la sua visione.

Riprese a studiare e a fare esperimenti. Fece un viaggio in Olanda per filmare tutte le ciminiere delle fabbriche del distretto industriale di Rotterdam. Filmò a Torino le ciminiere della Fiat e tutte le ciminiere delle fabbriche che incontrava, studiando i movimenti dei fumi in ogni dettaglio. Visionò vecchi film western in bianco e nero e a colori per osservare i pennacchi di fumo che uscivano dalle locomotive a vapore. Visionò film di guerra con gli scoppi delle bombe che producevano violente onde di fuoco e di fumo. Trovò documentari che mostravano gli incendi dei boschi con gigantesche colonne di fumo che si alzavano per centinaia di metri sino ad incontrare le correnti che soffiavano lassù. Visionò un documentario sull’incendio del Cinema Statuto di Torino dove molti anni prima ignari spettatori imprigionati in quell’immane tragedia si videro bruciare la vita. Studiò geologia, i vulcani in eruzione, i fumi di vapore delle sorgenti termali e dei geyser che si confondevano con la nebbia. E alla fine, non visto, spiò i fuochi dei contadini che bruciavano le stoppie nei campi.
Perfino i mille discorsi dei politici ascoltò con estrema attenzione per scoprire anche lì quanto e quale fosse il fumo negli occhi che riversavano dalle tavole rotonde in tivù e dai telegiornali.
Seduto sul dondolo di vimini restò per ore a guardare il cielo, a osservare il lento andare delle nuvole e il loro lento trasformarsi di forma in forma.
Frequentò a Chieri un corso di disegno, e uno di pittura. Imparò a usare i colori, le spatoline, i pennelli. Studiò storia dell’arte, l’anatomia degli uomini e degli animali, i disegni di Leonardo e di Michelangelo, i pittori fiamminghi e Picasso e Chagall. Frequentò corsi per imparare a scolpire il legno, la pietra, il marmo, l’ardesia. Visitò i musei di ogni città per vedere le forme che gli artisti più grandi avevano reso immortali nei loro dipinti, nelle loro statue di marmo.
Annegò in internet cercando la parola fumo. Consumando sigarette una dietro l’altra.
Andò a trovare Paolo giù in città per acquistare da lui macchinari per la produzione del fumo e candelotti d’ogni colore. Poi cominciò a leggere i manuali circensi di coloro che domavano i leoni con la frusta. Fece interviste personalmente ai domatori di mille circhi. Analizzò parola per parola tutte le storie di Zorro. Si esercitò con il lazo, poi con la frusta che imparò a far schioccare in mille modi fluenti. Frequentò solitario perfino i boschi trascorrendo da un albero all’altro con le liane. Questo non c’entrava nulla con il suo progetto, ma le liane gli ricordavano le case sugli alberi dell’infanzia. Non resistette alla tentazione di giocare ancora un po’.
I risultati non tardarono ad arrivare. Diventò bravissimo a usare la frusta. E venne il momento di selezionare le musiche adatte, non prima di averne ascoltate a centinaia.
I suoi vicini ebbero una gran pazienza a sopportare tutti quegli schiocchi di frusta e tutto quel fumo che riempiva il cortile. Lui si faceva sempre più nero di fuliggine. I muri della cascina, da bianchi erano diventi color inferno.
Anche la moglie e i figli avevano una patina di negro sulla pelle.
Le particelle di fuliggine si erano annidate in ogni angolo della casa. I libri della biblioteca non avevano più titoli sulla costa, coperti ormai da una spessa patina grigia. Perfino la chiesetta della borgata, che pur era distante, si era fatta nera nera. Le mucche nella stalla del vicino tossivano.
Arrivò la primavera. Qualche pioggia riuscì a lavare le pareti esterne della cascina. In realtà il colore cambiava semplicemente in mille sfumature che restavano sempre sulle tonalità del grigio e del nero. Avrebbe dovuto imbiancarle alla realizzazione del suo sogno.
Arrivò finalmente con salti di gioia da parte della moglie e dei figli e dei parenti e dei vicini e delle mucche, l’estate con le sue mille feste ovunque.
Caricò il furgone con tutto il necessario. All’inizio il furgone faceva i capricci e non dava segno di volersi muovere. Un problema di batterie o di candele sporche di fumo. In fine riuscì a metterlo in moto. Partì con un ruggito scoppiettante e fuligginoso, lasciandosi alle spalle sulla stradina polverosa i vicini e i figli che ancora correvano con le mani protese in avanti nell’atto di spingere ancora il furgone. Mise fuori il braccio dal finestrino. Abbozzò un pugno col pollice alzato in segno di ok. Poi aprì le dita della mano e la sventolò in un saluto.
I vicini e i figli si strofinavano le mani per sfangarle e togliere la polvere e l’unto mentre guardavano la targa annerita TO-Y 576 allontanarsi.

In Piazza della Repubblica, la piazza più grande di Ferrara, dietro il Castello, il poeta errante dispose il suo tavolino, la sua macchina da scrivere, il suo lume. Scaricò i macchinari per il fumo, i candelotti, la lunga frusta di cuoio. Calcolò l’ora con estrema precisione, guardando l’alto campanile della chiesa. Osservò il sole, aspettò che fosse inclinato al punto giusto. La luce speciale che il tramonto avrebbe creato sarebbe durata solo una ventina di minuti. Era cornice essenziale alla sua performance.
A quell’ora pochi erano i gruppi di artisti che si esibivano. La gente moltissima ovunque, ma più intenta a passeggiare e a cercare qualcosa da mangiare che radunata in cerchio intorno agli artisti.
Ferrara viveva nell’attesa. Tutti tranquilli, rilassati, avvolti dal sole che tramontava, in attesa di immergersi negli spettacoli della sera che presto sarebbero iniziati. Le ragazze in bicicletta scorrazzavano come rondini basse sciamavano nelle viuzze e ritornavano poco dopo al punto di partenza. Crocchi di scampanellii ovunque. I bar del Corso della Giovecca, di Via Garibaldi, di Piazza Travaglio stracolmi di turisti e avventori. Il poeta iniziò la sua performance in quel tardo e fermo sabato pomeriggio d’estate.
Una brezza leggera e fresca fu una fortuna averla in quel momento.
La macchina che produceva  fumo, fornitagli da Paolo, era una grossa macchina di quelle usate nei teatri e nei grandi concerti per ottenere effetti speciali che avvolgono gli attori i cantanti  i musicisti in  nuvole colorate di fumo.
Cominciò a sollevare una nuvola rossa di fumo.
Il brano di musica indiana Sacred Spirit prese a suonare in crescendo dagli altoparlanti che aveva disposto ad arte.
Una strana eco ritornava dalle pareti delle case che circondavano la piazza della Repubblica. Leggera quell’armonia di suoni indiani come un’onda avvolgeva le pietre i marmi le tegole. Penetrava nelle orecchie di tutta la gente che passeggiava. Sembrava volesse sussurrare qualcosa nelle loro orecchie.
La gente vide sollevarsi la nuvola di fumo rossa.
Ed ecco il poeta prese la lunga frusta.
Si udirono schiocchi fortissimi in perfetta sincronia con la musica.
La nuvola di fumo lentamente si sollevava sempre più in alto lieve ondeggiando. Ora il poeta abbozzava passi di danza nella piazza e con la frusta colpiva la nuvola di fumo che saliva ingigantendosi. I raggi obliqui del sole la penetravano dandogli mille riflessi e sfumature.
I colpi di frusta cominciarono a scolpire la nuvola di fumo.
Dalla nuvola comparve una forma grande rossa e rosata e viola nel cielo.
Un cavaliere su un animale ancora senza forma.
Un altro schiocco di frusta, ed ecco un lembo della nuvola colpita cominciò ad aprirsi. Un altro passo di danza. L’animale fluttuante abbozzò le sue zampe anteriori. Una fitta sequenza di schiocchi fecero comparire lentamente, scolpite nel fumo, le due zampe posteriori e la coda.
E schiocco dopo schiocco comparvero la criniera e il muso di uno cavallo splendente. A cavalcare, in groppa a quella nuvola di fumo a quattro zampe, un guerriero pellerossa con arco tra le mani e freccia incoccata.
Altri veloci ripetuti schiocchi colpirono la nuvola prima che fosse troppo alta e lontana e diedero forma a un copricapo con mille piume d’aquila.
Quando la figura si stagliò rifinita nel cielo azzurroscuro, tra i riverberi del sole morente, erano migliaia gli occhi alzati a guardarla muti e attoniti.
Il cavallo e il guerriero di fumo continuarono a sollevarsi in alto nel cielo seguiti dagli sguardi increduli. Tutta la gente che stava seduta nei bar e nei ristoranti si affacciò sulle soglie. La voce di una grande  scultura eterea di fumo guerriero che correva a cavallo nella prateria si sparse per la città in un chiudere e in un aprir di ciglia. Le mille finestre delle case furono stracolme di teste affacciate. La  musica entrava nelle case. Dopo pochi secondi la brezza e il vento d’altura cominciarono a disfare lentamente la forma che ora andava dileguandosi piano piano. Il poeta abbozzò un canto con voce primitiva. Una sequenza di poche sillabe ripetute in modo monotono e struggente. La nuvola di fumo, grande e alta nel cielo cominciava a sfilacciarsi. Il cavallo scolpito perse uno zoccolo. La nuvoletta rossa che lo componeva rimase staccata dal resto della figura. La coda del cavallo cominciò ad aprirsi a disperdersi in filamenti sottili. Il volto del guerriero si deformò, si dilatò in mille puntini piccolissimi di fumo rosso. Presto quell’affresco stupendo si trasformò in una serie di nuvolette e filamenti e punti che salivano in cielo senza più somigliare a nulla, solo una indistinta congerie di filamenti di fumo.
Ecco, ora andava sollevandosi una seconda nuvola di fumo, azzurra.
Altri colpi di frusta. Altri passi di danza.
Prese forma un grande tepee azzurro con una donna indiana seduta all’ingresso, le trecce annodate cadenti sulle spalle, la veste con frange pendenti. La luna lontana sullo sfondo. In quel momento le campane del Duomo cominciarono a rintoccare. Il vibrante suono di bronzo delle campane andò a riempire ogni spazio vuoto. S’insinuò tra i corpi delle persone, nelle loro narici, nei padiglioni auricolari, nelle trombe di Eustachio, tra le fessure dei muri, nelle finestre bifore dei palazzi antichi, tra le colonne e i porfidi, tra un bicchiere e l’altro posati sui tavolini, tra le corde delle chitarre, e sembrava che tutte le cose non fossero più estranee e separate, ma attraverso quella materia impalpabile che era il suono delle campane pareva fossero unite e si toccavano l’una con l’altra a formare un unico corpo.
Una nuvola verde cominciò a salire verso il cielo.
Il poeta vi scolpì un bisonte in corsa che sollevava sbuffi di polvere.
E altre nuvole di fumo seguirono, di bambini, montagne, cavalli. E una slitta trainata da cani che correva nella neve arancione. I bambini col naso all’insù si agitavano braccia alzate come quando perdono un palloncino gridavano ai loro padri e alle madri voglio accarezzare quei cani lassù in alto che trainano la slitta in braccio in braccio dicevano e protendevano il corpo per avvicinarsi di più, e qualcuno con le mani tese saliva a cavalcioni sulle spalle del padre con l’illusione di toccare la nuvola. I cani, quelli veri al guinzaglio, guaivano e abbaiavano alla nuvola, tirandosi dietro i loro padroni esterrefatti.
La poesia potente che usciva da quei quadri evanescenti dipinti col fumo sulla tela del cielo fece avvicinare tutte le teste degli amanti che si tenevano per mano e le donne finirono per appoggiare le loro guance sul petto dei loro uomini. Dai gomiti borsette nere pendevano.
I pochi artisti che a quell’ora stavano lavorando, videro i loro cerchi di pubblico disfarsi. Tutti sciamavano verso la piazza dei ritratti scolpiti nell’aria, verso gli schiocchi di frusta. Gli artisti ne approfittarono anch’essi. Smisero di suonare, di girare le clave, di mangiare il fuoco. Non abbandonarono i loro strumenti né gli attrezzi ché qualcuno, approfittando del trambusto e della confusione, avrebbe potuto portarli via. Dalle loro postazioni volsero gli sguardi al cielo, alcuni lacrimando per la commozione vedendo quell’improvviso fluttuare di figure di fumo. Perfino gli artisti che alloggiavano nel campeggio alla periferia uscirono dai camper e dalle tende e restarono immobili e ritti in piedi come statue tra l’erba.
Finché il sole non fu scomparso dietro i tetti.
Per venti minuti migliaia di persone videro il poeta danzare e cantare e scolpire con la frusta figure viventi fatte di fumo. L’applauso immenso che si levò aveva il fragore delle cascate. Le migliaia di mani battute smuovevano l’aria, e si formava un piccolo vento che faceva ondeggiare le figure di fumo in un tremolio sfavillante.
Quando il tramonto si fece imbrunire, la macchina per il fumo ammutolì.
Tacque la musica indiana.
Due figuri in cravatta si fecero strada dentro il fitto crocchio di gente che si era ammassata intorno al poeta per congratularsi. Fronte sudaticcia, loschi dentro le loro giacche grigie rappresentanti della Siae, si presentarono a lui per multarlo perché non aveva un borderò compilato dicevano.
Girò loro le spalle per un secondo il poeta giusto il tempo di schizzarli nel cuore e nella mente con una metafora di sputo mentre indossava il suo basco francese.
Si sedette di fronte alla macchina per scrivere illuminato dal suo lume e dal suo blues. Si mise a scrivere. Il ticchettio sollevò una leggera colonna sonora che accompagnava i passi dei due figurisiae che si allontanavano ormai nel buio.
La folla li inghiottì.
Quella fu l’unica volta che il poeta errante scolpì figure maestose nel fumo. Solo quelle migliaia di persone presenti quel sabato, quell’anno, in quel tramonto, al Busker’ Festival di Ferrara, poterono vedere i suoi quadri di fumo durati il tempo di un respiro. Ancora oggi la voce si tramanda. I testimoni, quando capita loro di parlarne, vanno aggiungendo un particolare qui e un dettaglio là a quella unica performance che videro.
Il ticchettio della macchina si era sostituito agli schiocchi della frusta. Anche loro salivano al cielo. Il poeta sfilava il foglio colorato dal rullo e sussurrava le parole d’inchiostro che aveva scolpito sulla carta nell’orecchio di un piccolissimo cerchio che si era formato dinanzi al suo tavolino. Una ragazza dagli occhi verde-fumo sedeva vicino a lui sulla seggiolina bianca da campeggio.
Il suo collo nudo aveva un respiro bellissimo.




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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 05 Ottobre 2011 15:29 )
 

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