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Chicca Morone - un turbinio di pensieri PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 06:39

 

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UN TURBINIO DI PENSIERI

di Chicca Morone
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 luglio 2004




Poche note di una musica dolce, suadente si perdevano nella valle sulla quale oramai il sole si era levato. Nulla sarebbe più stato come prima. Con il cuore aveva ricordato la mattina del giorno precedente, quando al risveglio aveva percepito uno strano miscuglio di emozioni che, partendo dal ventre, erano risalite lungo la colonna vertebrale e, attraverso il cuore, erano giunte alla sommità del capo: così da un colore rosso fuoco l’arcobaleno di immagini si era tramutato in un unico fiume di parole che non avevano cessato di tempestare la sua mente.
Eppure la sera precedente ancora, quando si era coricata sulle sue pelli di volpe aveva giurato a se stessa che l’indomani, il giorno del suo matrimonio, non avrebbe permesso ai suoi pensieri di rovinarle la festa.
E così era stato. Aveva voluto vivere la magica cerimonia senza limiti, lasciando che nel suo sangue le maree spingessero a riva ogni verità, ogni realtà e tutto potesse avvenire come avrebbe dovuto.
Durante tutta la giornata non aveva permesso alla propria mente di sostituirsi a lei e le ore erano trascorse tra un rituale e l’altro nella più assoluta libertà e felicità, perfettamente consapevole di quanto si stava svolgendo attorno, ma soprattutto nell’interiorità.
Così quando il sole era tramontato e lui l’aveva presa per mano, trascinandola fuori dal cerchio della danza, era stata colta da una improvvisa paura… paura dell’ignoto, paura di quello che aveva desiderato da molto tempo, ma soprattutto paura di se stessa e della propria semplicità.
I pensieri avevano incominciato a turbinare come api impazzite davanti all’alveare distrutto e il cuore era diventato un oceano in tempesta dove le onde, rincorrendosi, sembravano gareggiare tra loro per mostrare la loro forza, la loro libertà, il loro potere.
Lui aveva percepito l’incertezza, l’indecisione, il freno sorto fra di loro, qualcosa che solo qualche attimo prima non aveva denunciato la sua presenza.
Aveva immaginato che ciò potesse succedere, ma si era anche rassicurato nella certezza che Madre Terra e Padre Cielo avrebbero tenuto lontano

INCOMPLETO - MANCA SEGUITO



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IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:44 )
 

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