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Bruno Burdizzo - fiori PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Martedì 25 Ottobre 2011 06:29

 

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FIORI

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 luglio 2004




Il vecchio voltò la prima carta.
Tre di picche.
Si appoggiò allo schienale, tirò un sospiro di sollievo. Il sollievo glielo vedevi negli occhi, nello sguardo, nelle guance piene, arrossate dal vino, nel sorriso dei denti radi, ingialliti dal fumo.
Nessuno parlò.
Una mosca si posò sul mazzo. Il vecchio la scosse via con il cappello. Si alzò. “Non è toccato a me” disse.
“Aspetta” disse l'altro, “bisogna aspettare la fine del giro”.
Questo qui era secco secco. Denti non ne aveva e gli zigomi sembravano scolpiti nel legno. Era tanto secco quanto l'altro era grasso.
Allungò una mano tutta nocche, che sporgeva come un ramo da un polsino troppo corto e bisunto, e la appoggiò sul mazzo.
Poi ci ripensò e cominciò a rollarsi una sigaretta.
“Gioca la tua carta” disse il grasso, “cos'è, hai paura?”
“Calmati” rispose il secco, “abbiamo tutta la notte, no?”
Tutti tacquero finché il secco ebbe finito di arrotolare cartina e tabacco, l’ebbe inumidita con la lingua, e accesa picchiando uno zolfanello. Soffiò in alto il fumo e guardo i compagni, uno per uno.
Poi sputacchiò sul pavimento un filo di tabacco e tornò ad allungare la mano verso il mazzo.
“Se tocca a me” disse, “sappiate che non avrò pietà.”
E voltò la carta.
Regina di quadri.
Quello secco non tradì nessuna emozione. Fumò in silenzio senza guardare nessuno. A quello grasso scappò un gesto di stizza. Era tutto sudato.
Toccava al guercio. Aveva perso l’occhio sinistro, diceva, in guerra, colpito da una scheggia di granata. Diceva lui. Ma tutti sapevano che era stato il calcio di un mulo. Prima ancora di partire. E che al fronte non c’era mai arrivato.
Il guercio moriva di paura. Il coraggio non era il suo forte. Stava lì, con le mani in mano, guardando di qua e di là, guardando il mazzo di carte, guardando i compagni come a dire: “siamo proprio sicuri che è il mio turno?”
Poi, nervosamente, picchiettò tre volte con un dito sul mazzo. Poi si asciugò il sudore con un fazzoletto unto. Poi allungò la mano per prendere la carta. Ma non la prese.
Si alzò in piedi. “Non lo faccio” borbottò.
“Siediti” disse quello secco, “devi farlo.”
“Devi farlo.” disse il grasso.
Il guercio rimase lì, un po' interdetto, poi si sedette e lo fece. Furiosamente. Trac!
Otto di cuori.
Fece un salto di gioia, il guercio. “Aha!”, fece. Abbracciò la locandiera, che era una botte in grembiule e ciabatte, e la trascinò in un giro di tango. E la baciò. Su quella bocca. Che come tutti sanno puzzava d’aglio masticato.
“Adesso tocca a te” disse quello secco rivolto al muto.
Il muto, naturalmente, non disse niente.
Non era sempre stato muto. Anzi, una volta cantava. E cantava bene. Quando beveva, cantava. Cantava talmente bene, a squarciagola, per tutta la notte, barcollando per le vie, che una volta qualcuno lo prese e gli tagliò la gola. Per via del lavoro ben fatto, che tagliò quel che doveva tagliare senza nemmeno sfiorare la giugulare, si sospettò del macellaio. Ma la colpevolezza non fu mai provata. E comunque lui non morì. Ma non cantò mai più.
Il muto fece spallucce. “Che me ne importa?” sembrava dire il suo sguardo. Sputò per terra. Era un suo vezzo, sputare per terra, forse a seguito dello scannamento subito. Poi, lentamente, voltò la carta.
Mentre il muto faceva il gesto, come al rallentatore, il grasso ebbe il tempo di pensare: “tanto tocca a lui...”
“...sono già scesi il tre di picche e la regina di quadri...” pensò il secco.
“...e l'otto di cuori” concluse il guercio, come avesse letto nel pensiero dei suoi compagni.
La carta del muto era il nove di cuori.
Niente.
“E adesso?”
“E adesso si rifà il giro” disse il secco soffiando via il fumo.
“No, basta” disse il grasso, “cambiamo le regole!”
“Come, cambiamo le regole?” domandò il guercio, che tremava tutto.
“Facciamo che vince la carta più alta” disse il grasso.
“Le regole non si cambiano!” Lo sguardo del secco era d’acciaio. Anche perché era lui che aveva voltato la regina di quadri. “Fiori abbiamo detto, e fiori saranno. Toccherà a chi volterà la prima carta di fiori. Il gioco non è finito.”
Nessuno osò dire più nulla. Guardarono il grasso. Toccava a lui. Era tutto un sudore. Le sue labbra mimarono una bestemmia, che non pronunciò, e la sua mano tozza scivolò verso le carte. Aveva il fiato corto. Chiuse gli occhi. Voltò la carta. Rimase con gli occhi chiusi, stretti. Nessuno fiatò. Aprì un occhio adagio, la paura dipinta sul volto.
I salsicciotti delle sue dita reggevano un asso di picche.
“Facciamo che vince la carta più bassa?” disse quello secco, e tutti risero.
Tutti, tranne il grasso.
“Fiori” balbettava, “fiori, fiori, le regole non si cambiano!”
Quando tutti ebbero smesso di ridere quello secco soffiò l'ultimo fumo, spense la cicca sul tavolo e voltò un cinque di cuori.
Lo fece talmente in fretta che il guercio realizzò con un po’ di ritardo che ora toccava di nuovo a lui. Un’ombra passò sul suo viso. Un senso improvviso di panico gelò il suo mezzo sguardo.
“Sentite, perché non lasciamo perdere?” balbettò. “Questo gioco è una stupidaggine. È una stupidaggine tutta questa storia. Noi non siamo gente stupida. Smettiamola. Smettiamola!”
“Sei stato al fronte” disse quello secco, “hai guardato in faccia il nemico, ti sei beccato una palla in un occhio, e adesso te la fai sotto per una stupida carta di fiori?”
“È stato un mulo!” pianse il guercio, disperato. “Un maledetto mulo! Ero appena arrivato in caserma, che fronte e fronte!” Ora piangeva a dirotto. Ma era solo un mezzo pianto, da un occhio solo. “Mi presero i caporali, mi dissero che dovevo mungerlo. Che dovevo mungere il mulo...”
Tutti risero. Il grasso era rosso che sembrava scoppiare. Il secco si soffiò il naso. Il muto rideva in silenzio. La risata chioccia della locandiera evaporò in una nuvola d’aglio rancido. Tutti quelli che stavano a guardare si sganasciavano dalle risate. Per rabbia e disperazione il guercio allungò la mano e voltò la carta. Tutti tacquero improvvisamente.
Era un sette.
Di picche.
Toccava di nuovo al muto.
Intanto la notte avanzava. Fuori l’oceano era una furia. Dal cielo gli dei scaricavano un’acqua che veniva giù a torrenti. Il vento imbizzarrito galoppava tra nubi e onde e finiva a schiantarsi contro le nere scogliere dell'isola. Le case sull’isola subivano la furia degli elementi e su di loro vegliava impavida la vecchia cattedrale. Solo una timida luce tremolava a una finestrella. Era il lume a petrolio della locanda dove il grasso, il secco, il guercio e il muto si sfidavano alle carte.
Toccava di nuovo al muto. Sul tavolo era tutto un fracasso di carte voltate. Già quasi tre quarti del mazzo erano stati voltati. Regine, fanti, re, assi, quattro, sei, dieci, nove... Quadri, cuori, picche. Fiori, niente. Il destino voleva che i fiori, nel mazzo mescolato e ben smazzato, fossero rimasti tutti in fondo. Tutti in fondo.
Toccava al muto. Sputò per terra, ma non aveva più saliva. Si versò l’ultimo vino denso e lo bevve tutto d’un fiato. La vecchia ferita gli bruciava sempre un po’ quando buttava giù il vino. Fece una smorfia, poi voltò il sei di cuori e stramazzò giù dalla sedia. Lungo disteso sul terrapieno. Ubriaco fradicio.
“Basta” disse il grasso, “qui non la finiamo più, sono stufo di voi e di questo gioco, sono stufo di questa storia, finiamola!”
“Volta una carta di fiori” disse il secco, “e sarai tu a farla finita.”
Improvvisamente, nel silenzio, sembrava che anche il vento si fosse calmato un po’, nel silenzio il campanile della cattedrale suonò le cinque del mattino. A oriente già albeggiava. Il vento s’era placato, il mare era fermo, di piombo, il cielo una coltre oscura dove ancora brontolava l’ira degli dei.
Il grasso voltò il sei di picche. Si mise a piangere come un bambino. “Basta, va bene, lo farò io, mi offro volontario, lo farò io, non ne posso più di voi e dei vostri fiori, lo farò io, basta che sia finita!”
Quello secco diede una manata sul tavolo, prese le carte che rimanevano da voltare, tutte insieme, e si alzò in piedi. Fece un giro intorno al tavolo. Guardò negli occhi tutti i presenti, a uno a uno. Escluso il muto che giaceva per terra più morto che vivo. Escluso il guercio che di occhio ne aveva uno solo. Il grasso piangeva a dirotto. Il secco con un gesto liberò il tavolo da tutte le carte, i bicchieri, il fiasco, tutto. Buttò tutto sul pavimento. Fece piazza pulita. Poi aprì tutte insieme le carte che erano rimaste coperte.
Fiori.
Erano tutti fiori. Dall’asso al re. Tutti fiori, nient'altro che fiori. Il grasso smise di piangere. Il guercio sospirò e spalancò l’unico occhio come un bambino davanti alle caramelle. Tutti quei fiori. Finalmente. Perfino il muto si tirò su, si mise a ridere. Silenziosamente, rise. Ma rise. Il secco, con gesto calmo e studiato, accese l'ultima sigaretta, soffiò in alto il fumo, poi prese dalla giacca un moncherino di matita e finalmente scrisse, in fondo a queste righe, la parola
 
 
FINE.


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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 26 Ottobre 2011 09:47 )
 

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