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Beatrice Borghesio - vendetta PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 25 Luglio 2011 06:20

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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VENDETTA

di Beatrice Borghesio
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 luglio 2004




 “Sei un  bamboccio viziato...una femminuccia!”
Adriano sente riecheggiare le parole di Marco. Stringe i pugni, quasi trattenendo il respiro, con le mascelle contratte. Il suo corpo acerbo vibra, di un sentimento oscuro, che il fratello maggiore si diverte, per gioco, a stimolare.
Ma questa volta no! Questa volta lui sa come dimostrare che è già un uomo, che capisce e conosce le questioni dei grandi, le cose di cui parlano solo i grandi. Gonfia il petto, distende la schiena: un uomo che sa cose da uomini! Adriano conosce un segreto, un segreto che un bambino non potrebbe capire e oggi farà una cosa da uomo! Si vendicherà di tutti loro che lo chiamano “bambino”.
Corre lungo il sentiero che scende verso il mare, osserva le creste bianche che si infrangono sulla riva e il suo pensiero, lentamente prende la forma di un ricordo. Quasi inconsapevolmente, cerca di ricostruire l’immagine del padre.
Non vede suo padre da tanti anni. Lo ricorda come se fosse sfocato, come quelle vecchie polaroid attaccate alle ante della credenza, in cucina. Lui sarà come suo padre... un pescatore, il migliore di tutti, capace di raccontare le barzellette alle donne, di bere molto vino, di litigare forte con gli uomini. Lui è già come suo padre... ecco: lui oggi è già come suo padre. Aspetterà il tardo pomeriggio, quando Marco sarà in paese a bere e a giocare a carte, con quegli animali dei suoi amici... (gli amici di Marco puzzano sempre di sigarette, dopobarba e sudore!) quando ci sarà silenzio… quando arriverà l’uomo, come tutti i giovedì, a casa loro... da sua madre.
Si chiama Raffaele... non è uno dell’isola, è un forestiero. Adriano ha ascoltato la madre parlargli al telefono. Mamma fa poca attenzione ad Adriano, pensa che lui sia ancora piccolo... non come Marco che mette i vestiti di papà e decide e può dire le parolacce e fumare a tavola, dopo il caffè.
Anche mamma sbaglia... mamma che mette quei vestiti che papà non le faceva mettere, che ride con le amiche, che canta, che non va più con Adriano al mare, come una volta quando nuotavano insieme, mamma che ha smesso di piangere... anche di mamma si vendicherà… e non dimenticheranno più che lui è un uomo, che è come papà.
Una nuvola copre il sole. Il vento salmastro sembra schiaffeggiare il ragazzo, la maglietta bianca sulle ossa sporgenti, i calzoncini stinti, i capelli neri e ricci... sembra schiaffeggiarlo e accarezzarlo, allo stesso tempo.
Adriano vede cosa accadrà. Entrerà in casa correndo, urlerà e affronterà Raffaele, lo caccerà lontano verso il mare... che non c’è posto per lui... che suo padre torna. Se mamma piangerà tanto meglio! Poi arriverà Marco, Marco che non si è accorto di nulla e guarderà Adriano con nuovi occhi, con rispetto e vergogna perché lui non si è accorto di nulla, non ha saputo fare quello che avrebbe fatto papà.
Il cielo è scuro di nuvole, il mare si gonfia e gli uccelli volano bassi sfiorando.
Ha fatto il bagno e il vento lo ha asciugato. Sente il sale che gli brucia la pelle sulla schiena, nelle orecchie e dietro le ginocchia. I capelli si sono induriti e, nell’aria, sembrano piccoli serpenti minacciosi. Non vede il sole e non capisce che ora possa essere, ma avverte che è adesso.
Corre, corre più veloce che può, attento a non inciampare sulle rocce taglienti, nella sterpaglia, sui ciottoli nascosti sotto la sabbia. Raggiunge la casa e quasi non ha più fiato. Si accorge che non può urlare... Li coglierà di sorpresa come nei film; li guarderà dritto negli occhi. Sente il cuore battere nel petto come i tamburi alla festa del Santo, prima dei fuochi d’artificio. Prova a calmarsi, aspetta qualche minuto, poi toglie i sandali ed entra... ma fa piano, come un bimbo, come un cucciolo. Nella casa c’è una penombra ariosa. La radio a basso volume, diffonde canzoni non più di moda, le zanzariere ondeggiano, gonfiandosi attraverso le finestre aperte. Mamma è distesa sul letto, dorme e sorride. È bella, sembra più giovane, poco più che una ragazzina in un disordine di lenzuola bianche, con i capelli come quelli dei suoi due figli, ma un po’ più lunghi.
Non l’ha mai vista così. Adriano scivola silenzioso come una farfalla lungo il corridoio. Osserva nella stanza da bagno l’uomo che si lava. È così diverso da Marco quando fa la doccia. Ha movimenti tranquilli, un corpo solido ma... Adriano non capisce... è come se fosse gentile. Ha i capelli rossi e si asciuga con calma. Un buon odore di sapone esce a fiotti dalla stanza, insieme al vapore.
Adriano respira quel vapore, immobile, attento a non emetter suono. È trascorsa una settimana da quel giorno. È di nuovo giovedì. Adriano ci ha messo del tempo e ha ancora bisogno di tempo. Ora è come se lui capisse cose che non potrebbe spiegare. Avverte intrecciarsi in lui misteriose contraddizioni. Sente che non svelerà mai a nessuno il suo segreto, suo e di mamma; che è felice; che tra lui e la madre ora c’è un filo magico; che lei sa e sente, come quando lui era bambino, anche se ora è diverso. Sente che, da grande, quel filo resterà in lui e, intorno, si costruirà l’uomo, un uomo non come Marco, non come Raffaele e neanche come papà. E gli resta il dubbio se la vendetta sia davvero solo un sentimento da bambini, come nel cortile della scuola, quando era alle elementari.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:45 )
 

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