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Tiziana Torre - la recita PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 18:14

 

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LA RECITA

di Tiziana Torre
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004




Se me lo avessero detto dieci anni fa, non ci avrei creduto.
Se me lo avessero detto dieci minuti fa, non ci avrei creduto.

Abitavo a Portoria, dieci anni fa, con mamma, papà e mio fratello. Non era brutto, laggiù: certo, l’odore acido d’osteria mescolato alla puzza di pipì dei gatti a volte mi nauseava, specie d’estate, ma c’era il vantaggio che si era in città, che dopo aver aiutato i miei all’osteria potevo gironzolare per i vicoli e giocare.
“Eleonora, non dar confidenza ai maschi! Stai attenta!”
Questo mi diceva mia madre, che aveva sconvolto i parenti e le loro tradizioni quando decise di chiamarmi “Eleonora”. Erano sconvolti, loro, perché mia madre aveva ignorato Adelaide, il nome della nonna, e perché non aveva neppure preso in considerazione quello della suocera.
Io ho sempre odiato il mio nome, ma non l’ho mai detto a nessuno perché avrei ferito mia madre e avrei fatto intendere ai parenti che avevano ragione: fingevo che mi piacesse; quello di Eleonora era il mio ruolo.

C’era, tra chi frequentava l’osteria, qualcuno che voleva prenderla, la mia confidenza, e non perdeva occasione per far qualche apprezzamento o per farmi una carezza.
Odiavo anche loro.
La mamma però mi diceva che non dovevo essere sgarbata con i clienti, che dovevo far finta di niente, che dovevo comportarmi come una vera cameriera di un vero ristorante. Ma io non ero una cameriera e quello non era un ristorante, solo recitavo quella parte.

I ragazzi dei vicoli non volevano che giocassi con loro a pallone. “Non è da femmine!”, dicevano, e allora mi vestivo da maschio e mi comportavo come loro, solo per mendicare la possibilità di dare qualche calcio al pallone. Ma io non ero un maschio: mi mettevo nei loro panni, recitavo.

Ci siamo dovuti trasferire in campagna, in quel buco di paese dove la cosa più divertente era l’espressione del prete quando, durante la Messa, si rendeva conto che nessuno avrebbe fatto la Comunione: eravamo là solo per sentire l’odore dell’incenso, della cera calda, delle foglie dell’ortensia ormai marce, che era sempre meglio dell’odore acido dell’osteria e della puzza di pipì dei gatti. “Eleonora, sii buona! Confessati, così almeno tu potrai fare la Comunione!” Ma io non volevo confessarmi davvero, fingevo, inventavo peccati e fingevo di pregare per la penitenza.
E poi facevo la Comunione. Sembravo proprio una buona cristiana, osservante, praticante…
Ma non lo ero, recitavo.

Mi sposai a sedici anni. Non capivo perché, ma i miei mi avevano detto che sarebbe stato meglio per tutti. Italo era più grande di me, mi avrebbe protetto, sarebbe sicuramente stato di grande aiuto all’osteria, specialmente ora che papà stava male.
Non capivo perché dovevo mettere al mondo un figlio. Non ho mai capito perché i figli ho dovuto scodellarli così, uno dietro l’altro: mi sono ritrovata a poco più di vent’anni con tre bambini.
Italo ha tredici anni più di me. Ha sempre pensato, come tutti del resto, che non avevo le idee chiare sul da farsi, e mi suggeriva - come diceva lui - “il modo giusto per essere una buona moglie madre di famiglia”: rassetta la casa e fai da mangiare quando è ora; buttati sul letto e allarga le gambe quando ne ho voglia; lavami le camicie e rivoltane il colletto, quando è logoro; chiudi gli occhi e fingi che ti piaccia, quando ti entro dentro; controlla le teste ai bambini e rapali a zero, quando vedi pidocchi. Ma io non volevo essere una buona moglie, non così. Recitavo.

Con i bambini, però, era tutto diverso: certo, inizialmente credevo che essere madre fosse solo lavare le loro fasce al fiume, nell’acqua gelida a ferirmi le mani d’inverno, e tra la melma e le zanzare d’estate… Ma pian piano ho avuto sensi per vedere i loro sorrisi, ascoltare i loro singhiozzi, annusare la loro pelle sudata di giochi. Provavo una gioia infinita ogni volta che li vedevo dormire, tutti e tre ammucchiati nel lettino; ogni volta che li ascoltavo respirare addossati l’uno all’altro; ogni volta che la domenica mattina li sentivo entrare nello stanzone tutti e tre avvolti nella fragranza del pane.

Io volevo essere una buona madre, mi sentivo una buona madre.
Amo i mie figli: li ho abbracciati e li ho rimproverati; li ho accarezzati e li ho castigati; li ho baciati e li ho fatti ridere. Amo davvero i miei figli.

Me li ha portati via.

Italo aveva deciso di lavorare anche al campo, perché con l’osteria si campava a stento, tutti quanti, e del resto in quel buco di paese non c’erano occasioni per “ampliare la clientela”.
Così ha imparato a manovrare il trattore, e andava lungo il campo e giù per la vigna, sicuro di sé e del suo mezzo.

Me li ha uccisi. Ha ucciso i miei figli.

“Eleonora, chiama i bambini! Digli di venire a vedere il loro padre sul trattore!”
Hanno voluto salire su con lui, e lui li ha fatti salire.
“Vai, papà! Vai!” E giù per la discesa, giù per la vigna, giù, giù.
Si è rovesciato, si è ribaltato, due o tre volte, fino al campo. E sotto sono rimasti loro tre, Marietto, Anna e Angelo.

“Eleonora, devi farti forza, devi stringere i denti, devi comunque andare avanti. Del resto sei ancora giovane, hai ancora una vita, puoi avere altri figli!…”
Ma io non voglio avere altri figli, non voglio andare avanti. Non voglio recitare più.

Se me lo avessero detto dieci anni fa non ci avrei creduto.
Se me lo avessero detto dieci minuti fa non ci avrei creduto.
Eppure l’ho fatto: ho preso il rasoio, quello che usavo per tagliare i capelli ai bambini, anche quando non avevano i pidocchi; ho sciacquato la lama, così, come faccio sempre, per abitudine, e l’ho fatto.

Ora che non posso sentir più l’odore della pelle dei miei figli, non voglio sentire più nulla.
Non sento neppure l’odore acido dell’osteria o la puzza di pipì dei gatti.
Sento un odore forte, di carne, di macelleria.
Sento l’odore del sangue sul metallo.
Sento il gelo che mi riempie dentro, sento il caldo che mi scorre fuori, lungo il seno, sopra il ventre.

Mi si abbassano le palpebre, scuro sipario.
La recita, finalmente, è finita.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:47 )
 

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