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Pietro Tartamella - rossetto PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 24 Ottobre 2011 17:39

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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ROSSETTO

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004




Da un pezzo si era lasciato alle spalle l’ombra dei pini. Aveva attraversato anche il bosco dei castagni. Dall’alto poteva vedere le macchie scure lontane, sembravano capelli alberati sui fianchi della montagna. Sulle guance l’aria fresca, quasi pungente. Un vago odore di stelle alpine nell’antro piccolo della narice.
Il sentiero continuava a inerpicarsi. Radi cespugli ora. Finalmente la vetta, con quel suo cocuzzolo sottile di neve, si era avvicinata. La nuova prospettiva gli confermava che la vetta, anche se impercettibilmente, si avvicinava, passo dopo passo. Il vento sempre più forte vorticava intorno ai crampi dei suoi polpacci.
Pur con il fiato ansimante e spossato, sarebbe arrivato in cima, sarebbe arrivato.
Avrebbe fatto lassù solo una pisciatina, ne era sicuro, avrebbe fumato una sigaretta, si sarebbe seduto su una pietra senza neve, e avrebbe dato uno sguardo dall’alto a tutta la strada percorsa. Uno sguardo avrebbe dato anche alla sua vita percorsa, ché così vogliono le altezze, e le vette delle montagne.
Ora anche i cespugli erano finiti. Solo pietre spaccate e crepacci, rocce storte e slavinee, e il vento che entrava e usciva dalle fessure ululando.
Aveva cominciato a parlare con la montagna.
Mi stai mettendo alla prova - diceva alla vetta imbiancata guardandola con gli occhi socchiusi per quel filo di luce che lo abbagliava - Sono qui sul tuo fianco, mi senti? Ti arriverò sul capo malgrado questo fiato che manca.
E si sedeva a prendere di nuovo fiato, ancora un minuto.
La vetta restava lassù, lontana.

Il tempo passava. Anche la ripida salita passava tra gole di roccia la mulattiera. Odore di soldati, colpi di guerra e di artiglieria come un’eco lontana su queste montagne sentiva nel vento gavette croci escrementi di muli un tempo passati di qui e qui rimasti.
Ora una voglia di fame gli pullulava nello stomaco.
Aveva calcolato un paio di ore di cammino ancora, prima di essere signore della montagna e di quell’alto silenzio.
Era meglio fermarsi a mangiare, bere un sorso d’acqua, riposare a lungo, per affrontare infine con determinazione quell’ultima sdrucciolevole ripidità. Mancava poco ormai.
La montagna stava cedendo pian piano al suo desiderio, alla sua volontà.

Una grande pietra rotonda.
Adatta ad appoggiarvi sopra la schiena, con gli occhi al sole. Da una parte la vetta, dall’altra l’enormità delle valli lontane. Lo zaino gli sfuggì dalle mani e fece un rumore sordo cadendo a terra per la stanchezza.
Un pezzo di pane, un formaggio, un frutto.
Aveva appena dato un morso alla mela quando, appoggiando il palmo della mano a terra, sentì il suo dito mignolo… che toccava qualcosa di metallico...

Un astuccio piccolo di forma rettangolare era seminascosto sotto la cavità della roccia. Lo estrasse dal nascondiglio. Una scatoletta con arabeschi dorati.
Agli angoli un po’ arrugginita dal vento.

Posò la mela morsicata, in bilico sulla rotondità della roccia. Aprì l’astuccio con entrambe le mani.  Dentro la scatolina, un rossetto!
Ruotò il fondo del piccolo cilindro.
Il rossetto fece capolino nel vento con la sua punta arrotondata. Rosso intenso, carminio carminio.
Aveva sognato di incontrare stelle alpine, camosci, marmotte. Mai avrebbe immaginato di imbattersi a quelle altitudini in un rossetto!
Una donna lo aveva perduto? Lo aveva dimenticato? Cosa se ne faceva, una donna, di un rossetto così rosso rosso a quattromila metri di altezza?
Forse qualcuno, venuto dopo, avendolo trovato a terra, lo aveva incassato sotto l’anfratto della roccia, affinché la scatolina metallica non deturpasse la natura selvaggia di quel fianco di montagna.
La vetta imbiancata lo guardava dall’alto, silenziosa, mentre egli teneva l’astuccio in mano e faceva le sue considerazioni.
Fu tentato di rimetterlo al suo posto, immaginando la sorpresa che un altro escursionista avrebbe provato ritrovandolo. Ma il pensiero che una donna lo avesse lasciato lì apposta si fece strada fra le mille congetture. Lasciato lì apposta? Perché? Perché qualcuno potesse ritrovarlo! E per farne cosa?
Annusò il rossetto. Un profumo intenso di lontananza e di capelli gli entrò in corpo. Un calore di mani femminili. Rimise il rossetto nella scatolina e la depose in terra, guardandola da un metro di distanza.
Intorno alla scatola il vento vorticava.
Gli pareva di vedere vesti leggere che svolazzavano intorno alla scatola, uno scialle di seta, una scarpetta sulla sabbia.
Quando riprese in mano il rossetto e lo annusò di nuovo, il profumo di donna, di labbra, di morbide parole femminili, era così intenso che gli parve di vedere dapprima un volto biondo. Era forse la suggestione dei bordi dorati e della ruggine a suscitargli quella immagine. Quando mise il naso letteralmente dentro la scatolina, sopra il rossetto coricato, proteggendolo con le mani e con il coperchio semichiuso, affinché il vento non rubasse via gli effluvi, intravide un vago volto bruno. Forse la suggestione bruna gli veniva dal colore blu-notte del velluto che c’era dentro la scatola.
La mela appoggiata sulla roccia, spinta dal vento, rotolò ai suoi piedi, il liquidore della polpa attirando a sé granelli di terra come un vestito.
La lasciò lì.
Di fronte a quel rossetto la fame non aveva più.
Non sapeva se deporre sotto la roccia, di nuovo al suo posto, quella scatolina, e riprendere il cammino verso la vetta. Non sapeva se odorare ancora il rossetto.
Non sapeva se metterlo nello zaino e rimandare a più tardi il ripensarci, a più tardi il fare altre considerazioni, a più tardi, quando sarebbe ritornato nella sua auto, e poi a casa, in città. Non sapeva se una donna aveva lasciato lì nella montagna il suo rossetto affinché qualcuno (qualcuno, o proprio lui?) lo ritrovasse.
Gli piacque pensare che era proprio lui il destinatario.
Si chiese quale significato potesse avere per lui quel ritrovamento inconsueto.
La terza volta che provò a inebriarsi di quel profumo ebbe una sensazione di familiarità. Quell’odore di donna che sentiva… era intimo, gli apparteneva, era come se quella donna lui la conoscesse.

Ora anche la sua giacca a vento e il suo zaino militare erano impregnati di quel profumo. Ormai se lo portava addosso. Ma cosa conosceva? Una immagine indistinta, una nuvola evanescente, un’onda di stella, un fiore antico, un volto di sfumato arcobaleno, un calore di labbra e mani calde. E si chiese se quella donna fosse ancora viva. Se in qualche parte, in una qualche casa, stesse in quel momento apparecchiando una tavola, se in un giardino stesse in quel momento raccogliendo foglie ingiallite.
La pensò davanti allo specchio a schioccare le labbra.
Poi la pensò sepolta sotto una lapide bianca.
La ruggine evocò un filare di cipressi autunnali.
I ghirigori dorati gli dissero maniglie e candelabri.
Il velluto blu-notte gli portò un silenzio infinito.
Il vento gli portò l’ora. Il sole stava tramontando.
La vetta e tutta la montagna erano diventate una massa scura. Sullo sfondo un cielo limpido con i riverberi rossi del sole calante.
Era rimasto lì tutto quel tempo a pensare alla sua donna.
Non poté raggiungere la vetta.
Mise il rossetto con delicatezza nell’astuccio e lo infilò delicatamente, come una reliquia, nella tasca destra dello zaino. Dalla sinistra estrasse un cioccolato e, masticando, prese di corsa a scendere verso valle per non rimanere imprigionato dalla notte.
Saltellando tra le pietre si sentiva inseguito da quel profumo di donna. Scivolando lungo scarpate terrose sentiva la presenza forte, la compagnia vasta e maestosa di occhi e labbra che si posavano su di lui.
Nel bosco dei castagni si sentì come se fosse entrato in un mare di respiro e di mentine. Le foglie ondeggiavano come regali.
Il fruscio dei suoi passi, più a valle, sugli aghi di pino, sollevava le canzoni e le mille voci di quella donna, di quelle mille donne evanescenti.
Prima di mettere in moto, e avviarsi sulla statale, nella fioca luce dell’abitacolo di latta, aprì di nuovo la scatoletta e di nuovo ascoltò il profumo di quel rossetto.
Lo percorreva un brivido. Una saliva lievitava da ogni sua papilla, una vertigine lo faceva sentire leggero e agrodolce.

Fu per lungo tempo sua compagna quel rossetto nelle sere e nei giorni bruni e biondi finché il vento e l’aria di casa il salotto e la cucina gli portarono via il rossetto ogni odore ogni profumo si consumò come un ghiaccio piccolo lento si scioglie al sole tiepido nelle sue narici i suoi ricordi  le sue stelle alpine alte lassù vertigini e vuoti e brividi dentro e fuori echi volti e volti alati lontani virgole di luna vertigine vertigini scarlatte cocciniglie vette carminio vermiglio rossetto vertigine vette e, carminio, carminio, carminio...





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 26 Ottobre 2011 09:49 )
 

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