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Maria Cristina Medina - insonnia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 16:59

 

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INSONNIA

di Maria Cristina Medina
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004




È lì di fronte, la chiama a un caldo abbraccio, la accoglie disponibile, pieno di promesse, morbidamente la avvolge, presagio di sogni, la porterà con sé, stanotte svanirà.
Lenzuola come carezze sono le braccia del suo letto che la sfiorano discrete, ma con la confidenza che solo un amico di vecchia data può permettersi.
Conosce i suoi segreti, mille volte le sue lacrime si sono asciugate sul cuscino e lui le ha raccolte, le ha custodite consapevole del valore di ciascuna di esse.
Ma sono giorni ormai che non riescono a intendersi e la loro unione si trasforma in una tormentosa lotta. Anche stanotte non vuole esserle complice, il materasso flessibile pare irrigidirsi al contatto col suo corpo e le molle dal liberatorio massaggio si mutano in crudeli tentacoli vibranti. La biancheria frusciante la stringe in un sarcofago dentro il quale l’aria diventa pesante e la costringe ad alzarsi.
Fitte alle tempie. Gli occhi faticano a mettere a fuoco la stanza, a tentoni raggiunge la cucina, dall’armadietto la mano incerta prende il blister delle pasticche e butta giù in fretta un calmante, poi si lascia cadere sul divano.
Un po’ di zapping, una sigaretta, un’altra notte insonne. Ma sarà l’ultima, finalmente domani è il giorno dell’appuntamento che aspetta con impazienza.
L’alba la scopre truccata di due occhiaie scure, solchi profondi sulla fronte che il dolore e l’insonnia hanno reso indelebili.
Con un sorriso si guarda allo specchio: il maquillage risolverà ogni cosa. Proprio oggi che incontrerà lui deve essere perfetta, e poi ci tiene anche per se stessa.
Si veste con attenzione, la camicetta le scivola addosso con intenzionale malizia e la gonna corta lascia ammiccare le gambe ai passeggeri dell’autobus che la conduce all’indirizzo fatale. Ma lei non si accorge nemmeno degli sguardi degli altri, pensa solo alla meta, a raggiungere lui che l’aspetta. Deve arrivare puntuale, non può permettersi di dare una cattiva impressione, almeno la prima volta, anche se, ne è certa, ci saranno altri appuntamenti.
Ed ecco il portone, si ferma un attimo esitante, poi scorre con lo sguardo i nomi sui campanelli e scopre quello di lui.
Il dito pare di gesso quando pigia il bottone, un tremore irrazionale la scuote, le labbra le tremano nell’attesa di rispondere al citofono: è il panico da primo incontro. Ma la voce che fa eco alla chiamata indubbiamente non è quella attesa, è di una donna e questo la fa trasalire, si ricompone e con tono controllato e indifferente, comunica i suoi dati alla segretaria.
Ma certo, che ingenua, come poteva aspettarsi che rispondesse personalmente!
Qualche minuto nella sala d’attesa, arredata in modo essenziale, ma di classe, ed ecco abbassarsi la maniglia della porta e apparire lui.
Il volto sorridente, l’espressione calda e rassicurante, con voce morbida, quasi sensuale la saluta e le porge la mano invitandola a entrare nella sua stanza. Lei si sente un tumulto agitarsi dentro, trascinata come nel turbine di un tango, quando la fa accomodare sulla poltrona di pelle marrone.
Le fissa intensamente le labbra, i suoi occhi penetranti la ipnotizzano e lei perde il controllo delle proprie membra, ora non è più in grado di reagire, ora che lui si china… per iniettarle la dose di anestetico.
Da stasera, grazie al dentista, niente più notti insonni.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:52 )
 

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