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Luisa Musesti - l'uscita notturna PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Giovedì 29 Dicembre 2011 16:54

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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L’USCITA NOTTURNA

di Luisa Musesti
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004




“No, è inutile: non ve lo racconto, sono sicuro che non mi credereste”. Confuso, spaventato e al tempo stesso ancora molto galvanizzato dalla situazione, il giovane Clark non si poteva dare pace. Ma soprattutto non riusciva a farsi convincere dagli amici a raccontare come fosse andata quella notte. Tutti riuniti intorno a lui, cercavano di ricevere quante più informazioni possibili, ma lui si ostinava a dire che una situazione così non poteva essere credibile e che, quindi, non l’avrebbe raccontata. Certo non sarebbe stato facile per i compagni credere a Clark, ma sarebbero anche stati disposti a fingere di credergli, a costo di sapere quel che fosse accaduto. “Ho detto di no”, disse, stavolta con un tono di voce molto fermo. A quel punto tutti i compagni sembravano aver deciso di mollare la preda e di lasciar tempo al tempo: se Clark avesse desiderato parlarne, di sicuro l’avrebbe fatto quando se lo sarebbe sentito, così tutti ruppero il cerchio e andarono ognuno per la sua strada. L’orgoglio di Clark non si fece attendere: nel vedere che non era più al centro dell’attenzione, lanciò un sospiro e sottovoce disse “Beh, sapete…”. Alcuni tornarono verso di lui, altri rimasero fermi volgendogli le spalle, nell’attesa di sentire ancora qualche parola. Quando Clark cominciò a raccontare, tutti gli furono ancora molto vicini e lui, come un antico oratore romano, li dominava con le sue parole dall’alto di un rudere. Clark aveva desiderato da sempre poter essere al centro dell’attenzione, ma la sua fama di imbroglione gli aveva spesso impedito di essere ascoltato. Oggi era il grande giorno: poteva riscattarsi e dimostrare a tutti i suoi compagni di essere degno di far parte della loro compagnia. “…e vi assicuro, credetemi, che non credo di aver avuto mai così paura. Pronti a uccidermi, vi giuro. Erano lì, pronti a uccidermi, senza essere spaventati dalla mia presenza. Che cosa avrei potuto fare? Non potevo far altro che scappare. Avrei voluto tener alto il nostro onore, ma non ho mai visto qualcuno che non avesse paura di noi. Io vi suggerisco di non andare più in quella zone: è meglio per tutti noi”. A quel punto, come ci si poteva aspettare, tutti i suoi compagni non poterono che cominciare a scambiarsi occhiate furbe, che in breve si trasformarono in un bisbiglio che pian piano divenne un discorso, tenuto dal più vecchio tra loro: “Clark, noi non possiamo crederti. Hai detto una cosa vera: non si è mai visto nessuno che non avesse paura di noi… ora spiegaci come possiamo credere che tu abbia raccontato la verità. Quello che hai detto va al di fuori di ogni senso comune. Clark, dobbiamo ammettere di aver fallito. Credevamo che tu fossi pronto per uscire da solo a caccia: hai insistito tanto e devo ammettere che noi abbiamo sbagliato a darti fiducia”. Mentre gli occhi di Clark s’inumidivano, lui fece di tutto per non cedere al pianto, per dimostrare di essere un valoroso, di essere forte. I compagni, intanto, gli voltarono le spalle e tra sussurri e sghignazzi, si allontanarono, lasciando dietro di loro frasi come: “Che non hanno paura di noi, ma dai!”, “Non andar più in quelle zone… ma quello è tutto pazzo”. Accanto a Clark restò solo Jack: “Domani hanno detto che devo andare io. Ho paura”. Clark nel sentire queste parole si spaventò e disse a Jack che era ancora in tempo per dire di non voler essere iniziato a questo sciocco rito della caccia solitaria: “Non andare, se non ti senti pronto. Rischieresti solo di essere deriso come me: aspetta ancora qualche mese o anche un anno, ma vai solo quando ti senti pronto”. Jack guardò con occhi pieni d’affetto l’amico Clark e gli rispose: “Non posso non andare. Sono rimasto l’unico a non aver ancora provato a cacciare da solo. Lo so che sono giovane, ma mio nonno insiste nel dire che lui alla ma età aveva già fatto innumerevoli uscite. Clark, io ti credo, mi spiace che gli altri non abbiano fiducia in te”. E così dicendo anche Jack si allontanò, lasciando Clark solo, disperato, in mezzo a quelle montagne. Poco dopo, anche lui se ne andò, pensando all’indomani quando avrebbe visto Jack allontanarsi. Era sicuro che Jack non avrebbe mai avuto il coraggio di scappare come aveva fatto lui, poiché Jack era il figlio del più anziano tra tutti loro e in qualche modo doveva tener alto il loro onore. “Povero Jack, spero che non gli accada nulla”, pensò, mentre andava verso casa.
La notte successiva si ritrovarono tutti intorno al solito rudere, pronti per iniziare il giovane Jack alla caccia da solo. Clark arrivò qualche minuto in ritardo e non appena giunse in mezzo ai compagni, quelli lo guardarono con dei sorrisi antipatici. “Allora Jack, mi raccomando: dimostra a tutti che anche un giovane può essere valoroso. Ti aspettiamo qua tra due ore, pronti per festeggiarti”. Jack si voltò verso Clark e i suoi occhi apparvero tristi luci nella notte buia, poi si allontanò fingendo di essere coraggioso. Alcuni tra gli anziani andarono a cacciare, altri rimasero lì, semplicemente a chiacchierare, nell’attesa del ritorno di Jack. Tre ore dopo che era partito non si era ancora visto: “Sono sicuro che sta facendo un ottimo lavoro”, disse suo nonno, per rassicurare i compagni, che sorrisero a queste parole. Ma il tempo trascorse e solo un’ora dopo Clark ebbe il coraggio di parlare: “Sono sicuro che sia successo qualcosa. Io vado a vedere”. Tutti lo guardarono: stupiti per le parole che avevano sentito pronunciare da Clark, alcuni cercarono di ridere, altri si guardarono negli occhi, nell’attesa che l’anziano dicesse che cosa fosse necessario fare. “Clark, vengo con te. Voi attendeteci qui”, rispose il vecchio. Partirono, lasciando i compagni basiti alle loro spalle. Quando tornarono, le stelle stavano cominciando a spegnersi nel cielo che pian piano si faceva chiaro. Non appena furono davanti ai compagni infreddoliti e assonnati, il vecchio si voltò verso Clark e gli disse: “Su, giovanotto, racconta che cosa abbiamo visto”. I compagni si stupirono nel vedere che il vecchio lasciasse la parola a quel codardo di Clark, ma rimasero ancor più stupiti alle parole del giovane: “Jack ha voluto dimostrare coraggio, nonostante la sua giovane età. Io ieri ero scappato dalla paura, lui ha voluto restare e dimostrare a tutti noi che anche un giovane può essere coraggioso. L’unica cosa che però ci ha dimostrato chiaramente è che, purtroppo, gli uomini non hanno più paura di noi: non ci temono e sono capaci di ucciderci stando a pochi passi da noi. Jack era un lupo valoroso ed è così che lo dobbiamo ricordare.”






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 30 Dicembre 2011 10:50 )
 

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