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Giovanni Abenante - il risveglio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 16:39

 

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Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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IL RISVEGLIO

di Giovanni Abenante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004




Igor si assopì lentamente, questo era proprio ciò che aveva desiderato, ciò che aveva agognato.
La testa sul cuscino morbido e, lentamente, le sensazioni del corpo e della presenza dei pensieri in questa dimensione penetrarono in lui.
Si raccolsero in una nuvola che scivolò dolcemente in un fiotto di vento e in un turbine le trascinò via.

Il cielo era terso e il sole era già alto, lo scenario che si presentava ai suoi occhi era di una bellezza e di un armonia di millenni addietro; lui in piedi al centro con gli Ukmahr che erano storditi perché improvvisamente nel loro accampamento era apparsa quella figura strana.
Non apparteneva alla loro gente, anche se i lineamenti erano simili, le forme del corpo anche, ma di misure e proporzioni diverse; dalle loro bocche uscirono strani suoni, era la loro lingua eppure Igor la comprendeva anche se non ne conosceva l’appartenenza.
Chi erano questi esseri?  Da dove venivano? E lui come si trovava in quel luogo?

Chiamò a sé tutto il suo coraggio per non fuggire, ma un alito di vento lo accarezzò e sentì chiaramente un pensiero, una sensazione attraversargli la mente e il cuore: Ricordò in un attimo chi era e perché fosse lì: “Non fuggire, hanno bisogno di te, offri loro il tuo aiuto.”

Fu come una piena, un attimo e ogni cosa riprese il suo posto, e lui era dentro quell’attimo.
Mantenne saldo il suo proposito, gli esploratori sono gente rara, perché hanno coagulato il senso dell’avventura e del dovere, e il loro lavoro era una danza continua con una musica che era percepita solo da loro; ovunque fossero diretti, comunque fosse il compito.

Lentamente la gente uscì dalle tende e si strinse sempre di più intorno a Igor, alcuni con timore e riverenza, altri con una nascosta ostilità.

Era il giorno del ritrovo e c’era tutta la moltitudine accorsa da tutto il continente e le tende e le tribù si stendevano a perdita d’occhio nella vallata; dopo pochi giorni sarebbero ritornati alle loro appartenenze.

Fu quando tutti erano in cerchio intorno a lui che le parole gli uscirono dalla bocca.
E lo stupore si diffuse sul viso di ognuno: era la loro lingua, come faceva lo straniero a conoscerla e parlarla così bene?
Ma ciò che li colpì di più fu ciò che disse: “Oggi per tutti voi è nata una nuova Alba, e il segno che vi porto è ciò che vedrete.”
Alzò la mano e l’astro che donava luce e calore ogni giorno si divise, non era più uno ma ben due, ma differenti, uno era rimasto uguale, l’altro era più piccolo e di colore bianco, con una luce più diafana.

Alle prime grida di spavento e di paura fece eco la voce di Igor che intonò un canto possente come se fosse un coro di molte persone a cantarlo, che calmò i loro cuori. Un dolce fiume azzurro scivolò in loro, sentirono come una brezza e un brivido li percorse scuotendoli dalle fondamenta.
Anche in loro si era realizzata la stessa divisione, come una lama che dolcemente aveva attraversato il loro sentire: ora c’era qualcos’altro che percepivano, non erano più solo gli occhi, né l’odore, né i suoni, né il tatto che gli spiegavano cosa avevano intorno, ma un percepire che lentamente si faceva strada e parlava dentro indicando il significato di ogni cosa.

Tutti iniziarono a guardarsi l’un l’altro e ognuno appariva all’altro diverso; si fissarono sbigottiti lungamente, alcuni si toccarono il viso l’un l’altro storditi: ogni cosa intorno a loro sembrava nuova.

Ora tutti erano rivolti verso Igor, inginocchiati volevano adorarlo come deità, ma Igor ancora parlò loro dicendo: “Non sono diverso da voi, ho solo fatto più strada, c’è più cammino in me, ma voi potete raggiungermi, coltivate il dono che vi è stato dato, risvegliatevi a questa nuova alba e un giorno mi supererete.”

Tutti lo guardavano, perché le sue parole erano entrate in loro, comprendevano che avevano un significato anche se non era chiaro perché non avevano percorso il sentiero dei sensi.
Tra loro solo una ragazza sorrideva, non era impaurita né attonita, anzi i suoi occhi brillavano della stessa luce delle stelle infinite, che non hanno misura, né fine.
Ed era una luce che parlava, entrava nel cuore e scioglieva vecchie catene, ricoperte di alghe e ruggine e dava il via a navi ormeggiate che avevano desiderato da tempo di prendere il largo.
E il suono delle sirene era la loro gioia di ritornare a veleggiare verso l’oceano infinito.

Igor le porse la mano, lei si alzò e strinse forte la sua. Quando fu al centro insieme a lui, in piedi, la sua figura brillò leggera sussurrando bellezza. Ognuno la guardava esprimendo meraviglia, per ciò che lei emanava e sentivano, ma anche perché non avevano riconosciuto prima il suo incanto, la sua armonia.

Altre parole lasciò Igor: “Io ora vado ma vi lascio questa donna, il suo nome sarà Venus, sarà ricordata per sempre; voi amatela e rispettatela, sarà per voi fonte di ispirazione continua della strada che da ora potrete percorrere.
Coltivate i suoi doni e abbiate cura di lei”.

Uno sguardo tra lei e Igor, uno solo, che rimase impresso a lungo in ognuno. Quasi una musica conosciuta, una nostalgia di dover ancora attendere per suonarla insieme, poi Igor scomparve così come era arrivato.
Venus non ne fu stupita, al contrario degli altri.
Fu quello, raccontano le leggende, il giorno che l’uomo di risvegliò, il giorno in cui iniziò a coltivare le arti, la musica, la scultura, la tessitura, la pittura, la trasformazione della materia in qualcosa che si avvicinava allo spirito e avvicinava l’uomo alla sua interiorità.

E così anche il loro cuore si addolcì a mano a mano, e lentamente si aprì a una nuova coscienza e iniziò il risveglio.

Igor lentamente si risvegliò, anzi si smaterializzò dalla sua figura e tornò a essere ciò che era sempre stato, da sempre, inviato per realizzare l’Opera, altri ora l’attendevano e gli esternavano il piacere nell’aver compiuto la missione affidatagli.

Quando fu davanti all’Uno, un pianto di ringraziamento sgorgò dal suo cuore e l’unico pensiero che ebbe fu quello di un sentimento di ringraziamento e d’amore per l’uomo.
Disse solo: “Eccomi, sono pronto per un altro risveglio.”





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:53 )
 

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