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Eva Panero - fame PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 16:29

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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FAME

di Eva Panero
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004




Osvaldo si aggira curioso tra gli scaffali di una biblioteca. Il suo sguardo segue con attenzione i movimenti di una giovane donna. Ofelia salta da un autore a un altro senza mai soffermarsi su un libro in particolare. Legge a caso estratti di teatro classico, fantascienza, horror, romanzi d’amore e saggistica. Il suo sguardo si perde nel tempo e nello spazio, il suo sguardo sfugge la realtà che la circonda.
Osvaldo si nutre di realtà. Assapora l’odore umido e stantio della carta, stimola il suo appetito osservando il contrasto cromatico delle copertine, assaggia qua e là titoli che attirano la sua attenzione, tenta di cibarsi del profilo della giovane accanto a lui. La sente respirare e ciò provoca in lui un senso di vuoto, vorrebbe sentire il suono della sua voce, la vede muoversi affannosa tra i libri e vorrebbe poter gustare il suo profumo. Gli occhi di Ofelia scorrono la trama di un libro di Pennac, gli occhi di Osvaldo leggono la trama della pelle candida di Ofelia.
L’acquolina in bocca non tarda ad arrivare, Osvaldo ha fame, fame di conoscenza. Osvaldo sa che la donna è un piatto prelibato, sa che non potrà assaggiare le sue dolci parole, sa che il suo appetito dovrà soddisfarlo altrove... ma il suo stomaco lo ignora. I crampi lo attanagliano, il gorgoglio della pancia gli fa capire che non può soffermarsi oltre. Ofelia ai suoi occhi è un pasticcino goloso protetto dal vetro infrangibile di una pasticceria. Osvaldo è un bambino affamato che non può permettersi neanche di avvicinarsi alla vetrina. Ma in ogni libro e in ogni realtà si descrive l’ardore che si prova avvicinandosi a frutti proibiti.
La fame di Osvaldo è pura, reale. Il suo corpo dà segnali alla sua mente, il suo corpo ha fame di vita. Osvaldo cerca di distrarsi e per placare il buco allo stomaco si mette a osservare fuori dalla finestra. La piazza è deserta, si sentono i passerotti cinguettare, qualcuno passeggia sotto i portici che fanno eco ai suoi passi pesanti, il sole pallido rende piacevole l’insieme ma... Osvaldo non è ancora sazio, quella realtà la assapora tutti i giorni e tutti i giorni a venire potrà assaporarla. Ma lei, lei è un piatto esotico, affascinante e sconosciuto.
Lo stomaco di Osvaldo prende il sopravvento, lo stomaco di Osvaldo si rivolge a Ofelia: “Raccontami di te”. Ofelia, trascinata a forza nella realtà della biblioteca dalla voce roca e gentile di Osvaldo, rimane per un attimo come sospesa nell’aria. D’un tratto il suo sguardo diviene cupo, la sua luce si spegne e la sua mente, che calibra e ragiona, risponde a Osvaldo con tono asettico e lineare: “Mi scusi ma non la conosco”. Osvaldo vede il tanto desiderato pasticcino schiantarsi al suolo e perdere la sua originaria appetitosità. La delusione è forte, ma la fame ormai è insopportabile. Osvaldo corre lungo gli scaffali, cambia corsia in cerca di cibo. Osvaldo si sente morire, questa volta non sopravvivrà e si spegnerà tra i libri consumati. Osvaldo corre e tutta la sua energia è al servizio della sopravvivenza, la sua mente è offuscata, ma ecco che gli si materializza di fronte uno stufato di verdure, dal gusto forte e tradizionale. Un vecchio è intento a leggere il titolo di un libro, Osvaldo gli si avvicina, gli posa una mano sulla spalla e gli chiede: “Raccontami di te”. Dall’aperitivo al dolce, anche oggi il pasto di Osvaldo è servito. Il vecchio si ciba di persone che divorano la vita.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:54 )
 

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