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| Elsa Piasentin Alessio - quando la vita è finzione? |
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| Scritto da Super Amministratore | |||
| Domenica 24 Luglio 2011 15:48 | |||
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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
![]() Cascina Macondo Centro Nazionale per la Promozione della Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku Borgata Madonna della Rovere, 4 - 10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. - www.cascinamacondo.com
QUANDO LA VITA È FINZIONE?di Elsa Piasentin AlessioCascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004 Un rumore di passi, è molto lontano, è meno lontano, rimbomba, è vicino, più vicino, è arrivato. Qualcuno ti sta cercando, forse lo stai aspettando. Trascini i tuoi stanchi arti inferiori, facendo ciondolare quelli superiori. L’alternarsi del movimento sposta la statica calura estiva dell’ultima giornata vera della tua vita. Il tuo collo, ormai rigido per l’attesa, provato dalle troppe fughe, non ha più la forza di voltarsi. Sono tanti, sono arrivati per prenderti, per portarti via. Non hai più la forza per opporre resistenza, le tue radici ormai stanche ed essiccate si lasceranno estirpare con rassegnazione. Quando è iniziata? Da dove è iniziata? Non ha più nessuna importanza. A un certo punto l’hai sentita emergere prepotentemente cercando di controllarla, l’hai tenuta a galla fino a ieri, quando non hai più avuto la forza di dominarla e l’hai lasciata esplodere: L’ANSIA PER LA TUA DOPPIA VITA. Avresti potuto accettare un po’ di paura, agitazione, ma non quel terrore così infuocato da farti fuggire dal teatro, prima ancora di iniziare a recitare. Hai lasciato tutti annichiliti, stupefatti, guardarsi a bocca aperta, prima ancora di capire cosa stesse succedendo. Tu, con guizzo veloce, hai cominciato a correre così forte da lasciare che i tacchi battessero contro le natiche tanto da renderle livide. Hai percorso parecchia strada diminuendo la velocità solo quando le tue tempie cominciarono ad avere gli stessi battiti del tuo cuore, quando il sudore che grondava dalla tua fronte divenne così copioso da annebbiarti la vista, quando quel ronzio nelle tue orecchie si trasformò in un suono di sirene, tanto da farti pensare che avresti anche potuto essere morto. Solo allora hai capito quanto inutile fosse la tua fuga, a quel punto rallentando la fuga ti sei arreso. Ti sei remissivamente lasciato agguantare, prelevare e riportare al tuo posto: il teatro. Perché l’hai fatto? Cosa vi era di così inquietante? La parte la conosci bene, la memoria non ti ha mai abbandonato? Poteva forse trattarsi di una premonizione? Improvvisamente un luce si è accesa davanti ai tuoi occhi. Tu non stavi per portare in cena un’opera teatrale, ma la tua stessa vita. La duplicità della vita del protagonista è il riflesso della tua. Anche tu, come il tuo personaggio, vesti i panni della persona per bene di giorno e quelli del balordo di notte. Quando è che reciti? Quando sei su quel palco, davanti a un pubblico che pensa che tu sia un genio della finzione o davanti alla tua famiglia che pensa che la finzione, in quanto lavoro, faccia di te un genio? Forse né in un caso, né nell’altro. Per la prima volta il palcoscenico ti permette di mettere in scena te stesso, la tua vita. Per la prima volta puoi tenere la stessa maschera che indossi quotidianamente, puoi non recitare. L’ansia però ti ha assalito, la stessa avrebbe potuto metterci lo zampino aiutando la tua famiglia a comprendere il tutto. Per questo non hai proseguito la tua corsa e hai abbandonato qualsiasi resistenza. Hai capito che era giunto il momento di gettare la maschera e far sapere a tutti cosa fai veramente la notte quando tua moglie pensa che tu sia in teatro per le prove, a proseguire la tua esibizione di uomo per bene che ha fatto dell’arte del recitare la sua ragione di vita. Non sei riuscito a tenere separato ciò che sei da quello che avresti voluto essere, hai fuso insieme le due cose in modo tale da non riuscire più a capire quando finisce una e dove inizia l’altra. Non avresti voluto finisse così, forse non avresti neanche voluto iniziasse, ma è capitato. Sicuramente un finale in grande stile ti avrebbe gratificato immensamente, ricompensandoti della fatica sopportata negli anni per mantenere un equilibrio fra te e il resto. LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO
Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992 " Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia. Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto, e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi, e perfino gli oggetti perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati, e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"
Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
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| Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:55 ) |
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