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Bruno Burdizzo - senza luce PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 15:26

 

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SENZA LUCE

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004




Carissima Lù,
sono finalmente arrivato. Questo è veramente il luogo che stavo cercando. Prima di tutto vorrei scusarmi con te per essere andato via così. Capisco. Probabilmente non te l’aspettavi. Avevamo fatto dei progetti. E per realizzare quei progetti era indispensabile che io rimanessi lì, accanto a te, mia dolcissima Lù.
Invece.
Lo so, avrei dovuto avvertirti prima, parlarti, ma se lo avessi fatto non sarei più partito. Saresti riuscita a convincermi e sarei rimasto lì con te, sotto il sole brillante del sud.
Invece.
Mi sembra di vederti ancora, Lù, sulla spiaggia, seduta a guardare il mare sotto quel sole. Che caldo faceva! E che luce abbagliante! Mentre aspetti i gelati. Come lo vuoi? Cornetto. Che gusto? Amarena. Okay, vado io. Davanti a te c’era il mare, intorno a te la sabbia più bianca, sopra di te, Lù, c’era il cielo più infuocato d’agosto nel sud.
Io lo odio il cornetto all’amarena. Quel colore rosso finto. Quel sapore dolciastro e acido. Quel frutto colloso che si appiccica ai denti.
Per me, tu sei ancora là che aspetti il tuo gelato. Ma non è stato per quello, non per il gelato. Avrei potuto tornare col tuo schifoso cornetto all’amarena e sedermi lì accanto, sulla sabbia accesa, leccarmi in santa pace il mio cono al fiordilatte, e far progetti. Continuare a far progetti.
Invece.
Quella casa sul mare. Quant’era bella, Lù! Con le vetrate sui tre lati che davano a sud, dalle quali a ogni ora del giorno il sole invadente dilagava, a scovare la polvere. E quella loggia, affacciata sulla spiaggia, dove ci saremmo potuti sedere a sospirare estasiati, ascoltando il vento e la voce dei gabbiani, davanti alla vampa di tutti i tramonti della nostra vita.
Costava un patrimonio, quella casa, Lù! Ma un patrimonio tu ce l’hai e la casa era praticamente già nostra.
Invece.
Mi portavi alle feste, alla Pagoda, scintillanti, con quella musica e tutte quelle luci. Ti guardavo, bella, abito bianco, leggero, truccata, luccicante di brillanti e d’oro bianco, disinvolta tra la folla, ridere alle battute dei tuoi amici, con in mano un cocktail alla fragola.
A me la cravatta mi soffoca, Lù! Mi stringe e mi prude sul collo. E poi il senso dell’umorismo dei tuoi amici, Lù, a volte è un po’ strano. Non ho niente contro il senso dell’umorismo dei tuoi amici. Ma il fatto è che non mi fa ridere. L’umorismo che non fa ridere è un po’ come una lampadina che non fa luce, ti pare? E poi, Lù, il cocktail alla fragola! dai! che schifo! Vuoi mettere una bella birra ghiacciata? Ma non c’era birra alla Pagoda. Solo nauseabondi cocktail di frutta.
Io guardavo il mare oscuro, là in fondo la lampara di un pescatore solitario, e m’immaginavo di stare là, solo, su una barca a remi in mezzo al mare. Sotto la luce delle stelle. Perché la luce delle stelle è una luce che non offende, Lù, è una luce... rispettosa. Così com’è rispettosa la notte.
Per questo sono partito. Per questo tu, almeno per me, sei ancora là che aspetti il gelato. E io sono qui, in questo paradiso senza luce.
Sono arrivato da qualche settimana, Lù, e sono convinto di aver trovato finalmente il luogo che cercavo. Posso anche dirtelo, dove mi trovo, tanto è improbabile che tu venga fin qui a cercarmi. Qui non c’è luce. E tu sei luce. Senza luce non sopravviveresti.
Qui non c’è nemmeno il mare. Però c’è un grande lago, talmente grande che non si vede l’altra riva. Non si vede anche perché non c’è luce. Ma anche se ci fosse, non si vedrebbe. C’è un villaggio sulle rive del lago. Poche baracche di legno. Ci vivono i pescatori. Gente di poche parole. Senso dell’umorismo, loro, proprio non ne hanno. Non so se organizzino feste, ma credo di no. Qui si beve solo birra, Lù, una fantastica birra rossa e spessa, quasi senza schiuma, proprio come piace a me. E si mangia spezzatino di renna con patate e salsa di mirtilli. È incredibile la salsa di mirtilli, sai, Lù? Sembra strano, ma si sposa benissimo col sapore forte e filoso della carne di renna!
Il sole è tramontato, ormai. È tramontato già da qualche settimana. Tornerà a sorgere, forse, tra tre o quattro mesi, così dice Yukka, il mio amico pescatore. Scrivo alla luce del fuoco e quindi mi scuso per la brutta calligrafia. Non è facile scrivere senza luce. Senza luce non è facile nemmeno leggere. Però è facile pensare. Da quando sono qui ho già pensato un paio di romanzi, un saggio sull’importanza dell’oscurità e quindici poesie. Avevo cominciato a pensare anche alla sceneggiatura per un film. Però poi ho lasciato perdere perché mi sono accorto che il cinema non è mica un granché, senza luce.
Questo cercavo, Lù! Un posto in cui pensare. Lì da te non è possibile pensare. Non c’è tempo. C’è sempre altro da fare. Sarà forse anche un fatto climatico. Lì, al caldo, si esce, ci si muove, si va, si fa. Il corpo è tutto un fremito. Si nuota, si corre, si gioca, si balla, si fa sport, si fa sesso, si fa. Tutti i muscoli in fermento. Neuroni e sinapsi, invece, quelli, beh, calma piatta! Non ci si sforza nemmeno di inventare una battuta che faccia ridere.
Qui, invece... Fuori dalla mia capanna ci sono, adesso, tra i quarantacinque e i quarantanove gradi. Sotto zero. Un vento secco spazza una polvere di ghiaccio a folate sulla superficie gelata del lago. Sui vetri della mia finestrella il vapore si condensa e mi tocca grattarlo via per vedere la notte, le stelle e l’ombra balenante del fuoco che si sdraia sulla neve. Attività fisica, quasi niente. In questi giorni ho preso sei chili a furia di spezzatino di renna e salsa di mirtilli. Sesso, poi, va beh... ci sarebbe Amalikuk, la figlia di Lukylokk, l’allevatore delle renne, che mi fa il filo da un po’, sai, il fascino dello straniero... ma ha un faccione da luna piena, pesa centoventiquattro chili e le puzzano le ascelle di un sudore che sa di renna. No, sesso, niente. Però è simpatica e ha un sacco di idee. Mi ha detto che anche lei ha incominciato a pensare a un romanzo, qualche anno fa. Una storia un po’... oscura. Sono due anni che pensa al finale. Appena le verrà un’idea ci ha promesso che ce lo racconterà.
Si, perché ogni tanto noi ci ritroviamo, alla sera, a bere birra e a raccontare storie. Finché il fuoco si spegne e rimaniamo lì, nella penombra delle braci. La vecchia Trubilok, unica altra donna del villaggio oltre Amalikuk, che si dice abbia centosedici anni, ma che secondo me non ne ha più di centosei, quasi sempre si addormenta e russa come un orso. Yukka dice che circola la leggenda che suo padre fosse veramente un orso. Non so se sia vero, ma certamente, considerando il pelo e il tono del russare, qualche somiglianza c’è.
Poi, per la verità, non è che passiamo tutto il tempo così a poltrire, qualche volta ci muoviamo anche un po’, qualche cosa di fisico lo facciamo. Ieri pomeriggio, ad esempio, sono andato a pescare con Yukka. Slitta, cani, giaccone di pelo, guanti, e via, sulla superficie gelata, fino in mezzo al lago. Oscurità totale. Yukka ha un grosso trapano a manovella con il quale fa buchi nel ghiaccio. Sotto c’è un’acqua nera, più nera ancora di questa eterna notte. Esca, amo, lenza, una corta canna, un mulinello, e si comincia il lavoro. Seduti sui nostri sgabelli, si aspetta. Abboccare, abboccano. Certi pescioloni, Lù! Certe sventole che passano giusto giusto nel diametro del foro! Ne bastano due o tre. Per il resto si sta lì, aspettando, nel buio e nel silenzio. E si pensa.
Quanto si pensa, Lù!
Quanto si pensa!
Adesso non so che ora sia. Giorno, notte, mattina, pomeriggio. Non lo so. Ero arrivato da un paio di giorni che già il mio orologio aveva finito le pile. Qui nessuno possiede orologi. A che servirebbero?
Quindi potrei andare avanti ore, anche mesi, carissima Lù, e questa lettera potrebbe diventare infinita. Ma il fatto è che ho solo questa penna e l’inchiostro potrebbe finire da un momento all’altro. Anzi, ecco, ecco, sta finendo. Impallidisce. Scrive a tratti, si, sc ive a tr tti... Ca zo, e ade so?

Carissima Lù,
è passata forse una settimana da quando ho finito l’inchiostro. Io volevo finirla a tutti i costi, questa lettera, e spedirtela. Ma, porco mondo, non avevo inchiostro nemmeno per scrivere l’indirizzo. Sono andato un po’ in depressione. Ci tenevo, sai, a condividere con te questa mia nuova esperienza di vita. Ma come fare? Passavano i giorni. O meglio le notti. Ho letto tutta la lettera agli amici almeno quindici volte. Si sono molto commossi. Dicono che devo assolutamente finirla e spedirtela subito. Ma in tutto il villaggio non c’è nulla, assolutamente nulla che possa servire a scrivere. Sono andato in depressione, davvero! Inchiostro, inchiostro, il mio regno per un po’ d’inchiostro! Le ho provate tutte. Ho provato a scrivere con la salsa di mirtillo, ma dopo un po’ impallidisce. Ho provato col sangue come avevo letto su un vecchio romanzo. Mi sono fatto un buco in un pollice e mi sono beccato un’infezione. Ho imbrattato tredici fogli, tutti insanguinati, poi ho capito che questa cosa di scrivere col sangue è una cazzata letteraria e funziona solo nei romanzi. La vecchia Trubilok mi ha preparato un infuso di bacche di tarassaco blu mescolato con sputo di renna, latte di anatra delle paludi e sterco d’orso con la colite. Lei dice che è un ottimo inchiostro. Ma ho scritto sei pagine e ho vomitato tre volte. No, così non va.
Poi, ieri. Non so come fare a descriverti il miracolo, Lù! Ieri saranno state le... undici, forse mezzanotte, o mezzogiorno, giù di lì, insomma nel cuore della notte. Tornavo in slitta con Lukylokk e Amalikukk. Siamo andati a far legna nella foresta. Sai, qui la foresta è molto buia... come il resto, del resto! Anzi, ancora più buia, perché lì non filtra nemmeno la luce discreta delle stelle. Ed è successo, Lù, non ci crederai, ma è successo che, sulla via del ritorno, con le slitte cariche di legna e i cani lanciati sul sentiero nel gelido chiarore della neve, è successo che sbucando fuori dagli alberi, là dove il sentiero si allunga sulla superficie ghiacciata del lago, puntando dritti verso quel lumicino lontano che era il fuoco del nostro villaggio, mi sono accorto che sull’orizzonte si sdraiava un debole chiarore di un bel verde acceso. Luce. Cos’è? chiesi ad Amalikuk. E lei: è la luce verde del cielo. Viene dal sole. È luce, ma non illumina. Disegna onde nel cielo. Tra poco sarà sfavillante. Di solito è verde, ma qualche volta, dice Amalikuk, si tinge di rosso. È il grande miracolo della notte polare. Così dice Amalikuk. Ed è vero, Lù, credimi, è proprio vero. È un miracolo. Il tempo di arrivare al villaggio e il cielo era tutto una pennellata, un’onda, un volteggiare, uno sfrangiarsi, un vorticare, un contorcersi, un distendersi di quella verde, intensissima, profonda, siderale luce non luce. Un miracolo. Scaricata la legna Lukylokk e Amalikuk si ritirarono nella loro capanna, ma io rimasi fuori. Meno quarantasei. Sono diventato bravo a indovinare la temperatura anche senza termometro. Meno quarantasei, grado più grado meno. Ma rimasi fuori a guardare la notte. A guardare quella luce senza luce che si distendeva voluttuosa nel cielo. Non offendeva le stelle. Loro continuavano a brillare, a milioni, tra quelle barbe fluorescenti, in mezzo a tutto quel verde diffuso. Tutto il resto, credimi, Lù, tutto il resto, la neve, il villaggio, il lago, la foresta, tutto restava sprofondato nel buio. Solo il cielo avvampava.
D’improvviso mi venne un’idea. Corsi in casa. Cominciai a frugare nei cassetti. C’era, doveva esserci. Mi ricordavo di averlo con me. Uno stilo sottile di canna, molto aguzzo e cavo. E la bottiglietta. Quella dove avevo messo l’infuso della vecchia Trubilok. Eccola. Versai via il contenuto puzzolente. Ed ecco lo stilo. Corsi fuori, sperando che l’aurora boreale fosse ancora lì. C’era, più luminosa che mai. In certe volute, in certi nodi, il verde era talmente intenso che sembrava latte. Latte e menta. Altrove i barbagli avevano assunto una nota sul rosso. Infuocato. Ma di un fuoco freddo. Dietro il villaggio c’è una modesta collinetta. Salii lassù con il fiatone. Quello è il punto più vicino al cielo di tutta la regione. Salii fino in cima. Proprio sopra di me c’era un nodo di luce non luce. Presi lo stilo, mi allungai sulle punte dei piedi, protesi la pennetta acuminata e punsi il cielo. La luce verde cominciò a colare nello stilo e lo riempì. Feci sgocciolare la luce nella boccettina. Piccole gocce di luce. Poi tornai a protendermi e punsi nuovamente il cielo. Finché la boccettina fu piena.
È con quell’inchiostro, Lù, che ho scritto queste parole. Da questo mondo oscuro, a te che sei luce, non potevo che scrivere parole di luce.
Peccato.
Peccato, Lù, che non le leggerai. Si, perché ho appena deciso che non la spedirò, questa lettera. Io credo che tu non potresti capire. Io credo che forse non la leggeresti nemmeno tutta, fino alla fine. E forse è perché io in realtà non l’ho scritta per te. Forse l’ho scritta per me, Lù. O forse per i miei amici pescatori della notte. L’ho scritta per Yukka, per la vecchia Trubilok, per Lukylokk. Ma soprattutto l’ho scritta per lei, per Amalikuk. Si, Lù, per lei. Per Amalikuk. Perché ho deciso che la sposerò.
Perché Amalikuk è una donna bellissima.
Qui.
Senza luce.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:56 )
 

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