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Beatrice Sanalitro - dietro le quinte PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 15:23

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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DIETRO LE QUINTE

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 7 novembre 2004




Nascosto da una tenda.
Sono qui.
Fermo.
Nessuno mi vede, da fuori.
Dirigo, manovro senza comparire.
Fili sottili come reti di ragno mi legano al mondo di luce sul palco, a quelle parole, a quei gesti mille volte concertati, ripetuti.
Inesorabile mondo di luce, là fuori; occhi che seguono, coinvolti, ogni movimento di maschere esibite, animi che sobbalzano, menti che si placano.
- “Chi ti guarda pensa, giudica, si immedesima nella tua mano…: è la sua mano…
Muoviti così, dunque! E gli occhi? Fai parlare gli occhi, dipingi con la voce il peso, colora la leggerezza, comunica con chi è seduto là!”
Questo ho ripetuto mille volte agli attori durante le prove.
- “Le persone del pubblico stanno ora rivivendo i loro pensieri… insisti col movimento… Ora rivivono e riconoscono le maschere di cui si fanno carico; tu accentua, sottolinea, smorza… Ricorda: ogni rappresentazione è nuova, anche se mille volte replicata, nuova come ogni attimo di vita!”
Ora sono dietro le quinte.
Non compaio.
Altri sono coloro che agiscono.
Quel che c’era da dire, da fare, l’ho detto, l’ho fatto.
In silenzio manovro quei fili, accompagnato dalla tensione della raccolta.
Nella penombra condivido lo spazio con tanti tasselli isolati, in questo istante oggetti senza palpito.
Quando si risvegliano, però, nel fermento della scena danno insieme vita ad una storia.
- “Mantello marrone: tu… trasformi l’impiegato in viandante, dalla routine lo sposti in mezzo al mondo…
Parrucca rossa: tu…accendi i pensieri di chi ti indossa…
E…vestito di Arlecchino: tu sei la multiforme realtà: sabbie mobili dietro la risata…”
Sì, multiforme realtà sotto la luce dei riflettori.
Sotto la luce scorrono i personaggi.
- “Ora va in scena Pierrot!”
E gli spettatori?
Gli spettatori hanno la bocca all’ingiù, appesantita da un’improvvisa sconfitta e, per questo, da un’indicibile malinconia.
- “È la volta del dottor Balanzone.”
E gli spettatori?
Gli spettatori soppesano la boria in mezzo a tante chiacchiere, lo vedo. La riconoscono.
Medea: è la tragedia.
La bisbetica: è la commedia.
E gli spettatori?
Da qui li vedo bene.
La solita dicotomia: piangono, ridono, ridono, piangono, sghignazzano, si rattristano, si identificano, si giustificano…
Nella penombra, io sto.
Di nascosto dirigo, come il cuore.
Il sipario è il limite, la linea di confine.
Misteriosa tenda: ora in plastica rossa o in velluto verde, ora in cotone arancione con cavalli stanchi che rincasano.
Basta tirare una corda per scostarla e vedere di là chi fa il testimone e di qua chi è il regista.
- “Tira la corda, apri il sipario!”
I testimoni assistono allo spettacolo, affermano, negano.
Dietro le quinte chi c’è?
- “Io sono uno spettatore e credo di non conoscerti, regista, se non attraverso la rappresentazione: sulla scena ti manifesti attraverso gli attori, ma io…
Io desidero conoscerti di persona!
Il mio regista io cerco!”
- “Il regista che sta dietro le tue quinte è quello che ti dona la meraviglia ; è la sorpresa che provi ogni volta che ti fermi a guardarti recitare la vita.
E quando la tua vita ti incanta, magica, e ti avvince col suo carme allegro, col suo carme triste… io sono lì… forse…
E quando indaghi cosa c’è, chi c’è, chi sei e se ci sei e cosa fare e i perché… prova a chiedere al tuo te attore di condurti oltre il limite del sipario.
Deponi mantelli, parrucche, ombrelli che ti proteggono; deponi piano la pelle intrisa di contatti e in quel vaso adagia emozioni, tensioni, palpiti, paure e in quell’altro sistema caselle, strutture; scansa le maschere che credi importanti.
Vedi, allora, una sedia di legno sagomata, con un cuscino di pesci e di conchiglie.
Seduto a uno scrittoio davanti a un tenero abbraccio a china, tra pietre che respirano e zucche che suonano, dietro le quinte, insomma, non Rasputin, ma tu e io, e il mondo insieme.
Regista, attore, spettatore.
Spettatore, attore, regista.
Dietro le quinte un triangolo.
Dietro le quinte un limpido suono”.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:56 )
 

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