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Simonetta Bisicchia - un'altra estate PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 14:23

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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UN’ALTRA ESTATE

di Simonetta Bisicchia
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




Avevo atteso l’estate come si aspetta Natale da bambini.
L’estate e la sua luce, la meraviglia del sole, la voglia di andare via, di cambiare aria, di viaggiare.
E l’estate era arrivata, torrida e puntuale.
Da ogni finestra della città si affacciavano volti accaldati in attesa di una partenza per le spiagge e, la sera, le vie del centro erano un brulicare di corpi ringiovaniti dalla promessa di una vacanza. Di lì a poco le vie, le case, gli uffici, avrebbero cominciato a svuotarsi e le autostrade sarebbero diventate tappeti di automobili fin troppo veloci.
Stanca e annoiata com’ero dal freddo e dagli oneri invernali, non mi ero nemmeno resa conto che la vacanza che avevo tanto atteso vacillava sotto il peso di una serie di problemi organizzativi che alla fine risultarono troppi, e così, senza che avessi nemmeno il tempo di reagire, mi ritrovai senza un programma e senza prospettive.
Fanculo, mai che ci si possa fidare di qualcuno.
I compagni di viaggio vanno scelti con cura, ed ero cascata una volta di troppo in una rete di entusiasmi incapaci di dare una ragionevole conferma di loro stessi.
Ci ero cascata, ed ero sola. Un’altra volta.
Intanto il calore dei muri delle case saliva, non c’era ora del giorno in cui non si avesse il sole addosso, appiccicato alla pelle, da un sudore invadente.
C’era da scegliere. Si poteva restare a letto investiti dal getto d’aria del ventilatore, annegare in una vasca da bagno, o fingere di gradire l’aria condizionata di un centro commerciale, dove, d’estate, i gesti automatici e inespressivi delle cassiere risultano ancora più terrificanti che d’inverno.
D’inverno produrre, commerciare, vendere, comprare, lavorare ha un senso; all’unisono e, con un’esemplare senso di abnegazione al dovere, lo facciamo tutti, in maniera ordinata e costante, senza protestare e senza eccessivi moti di ribellione.
Ma, d’estate, il suono di un lettore di un codice a barre che fa comparire su un display il prezzo di un surgelato echeggia come un grido sinistro e isolato, nell’aria appesantita dal caldo.  D’estate la vita va in stand-by, è tutto sospeso fino a nuovo ordine, tutto interrotto. E nessuno dovrebbe lavorare, né pensare, né produrre, né avere memoria o ricordi.
I ricordi, nella luce accecante di un pomeriggio estivo e urbano, possono assumere forme mostruose, come ombre cinesi prodotte sul muro di una stanza squallida di un motel sull’autostrada, in cui ci si è fermati con l’auto in panne. I ricordi, nell’afa cittadina, non fanno compagnia. Penetrano sotto pelle e corrono lungo le vene, su, su, fino al cuore che li pompa agli occhi, e là si fermano sulla retina per appannarti la vista già così poco chiara.
In un pomeriggio così, affollato di immagini fuori corso di validità e ormai spettrali, mi ero ritrovata, senza nemmeno sapere come, a percorrere in auto una strada che portava fuori città. Più mi allontanavo dalle case, dai palazzi, dalle storie che raccontano e dalle promesse che non mantengono, più mi sentivo inebriata e terrorizzata al tempo stesso.
Lanciata verso una meta sconosciuta, mi allontanavo dalle poche cose che conosco davvero, volti, luoghi, strade; premevo sull’acceleratore, mentre mi lasciavo indietro, una a una, le familiarità, ognuna abbinata a un ricordo o a una suggestione, e tutte conficcate nella gola, come spianate ed erette a ostruire il passaggio del fiato.
Non sapevo se avere più paura di quello che conoscevo e che stavo almeno temporaneamente lasciando, o di ciò che avrei trovato. Guidavo senza attenzione, guidavo e basta, ormai persa in posti che iniziavano a essere desolati e deserti.
Il gioco era allestire una sfida tra il deserto che avevo dentro e quello che c’era fuori, non senza, al tempo stesso, cercare di convincermi che avrebbe avuto più senso voltare l’auto e tornare sui miei passi.
Ma non ci riuscivo, era come combattere contro una forza misteriosa e nuova.
E nemmeno la musica che cercavo di far uscire dall’autoradio mi era tollerabile.
Ogni nota, ogni canzone mi riportava a cose già viste, che non volevo più vedere né sentire.
Meglio il silenzio, meglio pensare, anzi, no, meglio non pensare, meglio sentire, meglio lasciarsi divorare dalle immagini aggressive e impietose che continuavano ad affiorare sempre più vorticose e taglienti.
Sentire sulla pelle il dolore non è come pensarlo, è un’esperienza ben più estrema, e guidare con gli occhi appannati dalle lacrime è un po’ come giocare a mosca cieca, procedi a tentoni fino a quando, un po’ per caso, un po’ per istinto, trovi al tatto qualcosa che pensi sia quello che cercavi.
Non so quanto tempo fosse passato, non lo so e non lo volevo sapere, so che a un certo punto ho fermato la corsa, quasi bruscamente spinta dal bisogno di un caffè, e dall’incontro magico con una scritta scolorita, dietro alla quale si immaginava l’esistenza di un bar, uno di quei posti che esistono solo fuori città o nelle periferie, pieni di fumo e di uomini con la barba da fare e l’alito pesante. Una volta luogo di ritrovo degli anziani, oggi coacervo di etilisti, di tamarri appiccicati a un videogame e di puttane albanesi.
In realtà il bar era quasi deserto. Due vecchi sorseggiavano una pozione simile a vino e un giovane fumava a un tavolo.
Ho bevuto il mio caffè, prendendomi il tempo di assaporare quanto fosse cattivo, e pensai che la città ha i suoi vantaggi, almeno puoi scegliere dove assumere caffeina farti avvelenare, e senza sprofondare in un incubo suburbano.
Eppure tutto aveva un suo fascino e quantomeno, era più vero dell’atmosfera di plastica che il giorno prima avevo respirato nel centro commerciale dove avevo cercato refrigerio.
Mi sono accesa la prima sigaretta, quella d’ordinanza, poiché a ogni caffè ne corrispondono almeno due, fumate avidamente con un breve intervallo, e ho pagato, ostentando al barista un formalismo assolutamente fuori luogo e troppo cittadino. Dove cazzo credevo di essere?!? Da Baratti?
Bah….
Sono risalita in macchina con una risolutezza assolutamente inadeguata all’assenza totale di una meta, ho riacceso il motore e improvvisamente ho messo a fuoco lo squallore del posto in cui mi trovavo.
Alle mie spalle una strada diritta, quella da cui ero arrivata, era costeggiata da capannoni industriali e da qualche casa isolata; vicino al bar campeggiava un mobilificio chiuso e, oltre, si intravedeva un passaggio a livello con le sbarre sollevate.
La strada proseguiva e io con lei, ormai estranea a tutto.
Mi chiedevo se essere rapita dai beduini o dai predoni del deserto potesse assomigliare a quello che stavo vivendo, come se in quel posto mi ci avesse trascinato qualcuno a forza.
Eppure era così. Ero arrivata lì contro la mia volontà, mi ero persa nel deserto squallido di una provincia rovente del nord, catturata dalla necessità impellente di sfuggire all’agonia solitaria di una città bollente e vuota.
Ero stata teletrasportata in questa landa desolata da un raggio virtuale, che era l’emanazione diretta del bisogno che si ha di perdersi, quando trovarsi è impossibile.
E mentre sprofondavo nel desiderio onirico di veder spuntare, da dietro le dune, lanciati sui loro cavalli al galoppo, gli Uomini Blu dai quali avrei voluto essere portata via, per essere segregata tra i loro palmizi ricchi e abbondanti , mi fermai.
Fermai l’auto, guardai attentamente il paesaggio e mi resi conto che ero già stata in quei luoghi, che conoscevo quella strada e che non c’era nulla di nuovo in quello che stavo facendo, e niente, tra ciò che avevo intorno e dentro di me, che mi fosse estraneo.
Tutto era solo più acceso e amplificato dalla desolazione e dalla calura torrida dell’estate, ma niente era nuovo e niente era così importante da meritare che io ci volessi sprofondare dentro.
Voltai l’auto verso la città, mentre realizzavo con la delusione che inevitabilmente si prova ogni qual volta si sperimentano certi involuti percorsi dell’animo umano, che non avevo compiuto nessuna grande impresa e che ciò che sentivo era solo il vuoto dell’immobilismo…
Ero partita alla ricerca di un’oasi in cui rigenerarmi, pensando di meritare chissà quale premio per aver azzardato un viaggio in auto in provincia, o ancor di più, per essermi lasciata toccare dal dolore, ma in realtà, non mi ero mai mossa dal punto in cui mi hai lasciato tu.
Avevo presidiato il mio avamposto, con la presunzione di aver compiuto un’impresa cui sia dovuto un merito; avevo creduto di aver viaggiato tra le dune, con la sabbia che ti penetra ovunque e l’arsura nella gola, cercando un’oasi di acque chiare e di palme rigogliose in cui trovare riposo.
Ma l’oasi è un premio che spetta ai viaggiatori, alle carovane di viandanti e ai commercianti di spezie che faticano a dorso dei loro cammelli per portare il carico a Occidente.
Io, dovevo ancora partire.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:58 )
 

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