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Silvana Sinopoli - maree PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 14:18

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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MAREE

di Silvana Sinopoli
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




Fa un freddo pazzesco, non muovo più le mani. Mi maledico ogni volta che accetto di venire a trovarti in questa casa gelata di montagna dove ti sei rifugiato a fare l’eremita.
Ma è arrivato lunedì e mi sono ora congedato da te. Avevo una gran voglia di rivederti, amico mio, e poi il week-end mi è sembrato eterno perché ti sento sempre più estraneo. Ora mi tocca questo pezzo di strada a piedi fino alla piazza. Per fortuna è in discesa.
Non basta niente qua d’inverno per affrontare la temperatura, né il piumino né il cappello di lana. Fa freddo.
E questa strada gelata mi costringe a camminare piano. Che silenzio, intorno solo alberi imbiancati, una luce grigia che fa un po’ paura. Ecco laggiù la via che porta alla stazione. Non c’è nessuno in giro a quest’ora del mattino. Sono quasi arrivato. Il bar è aperto, prendo un caffè e aspetto il treno.
La porta in legno è imbarcata, spingo forte girando la maniglia arrugginita.
La padrona sta lavando delle tazzine assorta nei suoi pensieri, dietro al bancone di formica verdino, tutto rovinato come me, e come lei.
Quando mi vede quasi si spaventa, mi guarda muta in attesa che ordini. Chiedo un caffè, mi avvicino al primo tavolino che mi trovo davanti e mi siedo.
Il treno arriverà tra un quarto d’ora, ho tempo di riscaldarmi.
Ho dei documenti dello studio nella valigetta che mi ero ripromesso di guardare durante il viaggio di ritorno. Magari dopo, sul treno, ora sono ancora con la mente a te.
Maledetto il giorno che hai ereditato questa casa, non avrei mai pensato che avresti mollato tutto per venire a vivere qua. Ah, ecco il caffè, ci fosse un giornale saprei se la Juve ha vinto.
Ah, questo liquido caldo ci voleva.
Che scemo, mi sono seduto con le spalle alla finestra, non vedrò il treno arrivare.
Ma guarda, c’è appeso un quadro con un paesaggio di mare. Beh, non proprio un paesaggio, sono solo onde, no, c’è anche il cielo, il mare che diventa cielo. Le onde sono alte, sì sì, c’è la schiumetta ben disegnata e alta.
Che strano, in questo posto mi sarei aspettato di vedere appesa una testa di cervo imbalsamata.
Bello però, interessante la tecnica. È proprio un quadro, non una stampa, c’è anche la firma, ma non si capisce. Chissà se lo ha dipinto qualcuno del luogo.
Bella la pennellata, spessa ma fluida. È tutto un gioco di sfumature dell’azzurro, non c’è un reale linea di interruzione tra cielo e mare. Sono le onde.
Sì, è il disegno delle onde che aiuta a individuare l’acqua dal cielo.
Essenziale questa immagine.
Sì, lo avrà dipinto qualcuno del luogo che fa una vita essenziale come la tua ora, amico mio.
Una volta al mare ci andavamo per divertirci.
Quando eravamo bambini, sulla spiaggia dove ci siamo conosciuti.
Le nostre famiglie ci portavano sempre là in vacanza. Tutti gli anni.
Si giocava con i nostri secchielli e le nostre bugie. Subito amici inseparabili, non vedevamo l’ora che la scuola finisse per incontrarci a vivere la nostra estate. Quanto ci siamo divertiti.
E quando siamo cresciuti, le ragazzine, la discoteca e i cinema all’aperto. E il minigolf! Accidenti a quell’anno che ci è venuta la mania del minigolf! Tutta le sere a farci divorare dalle zanzare.
Le onde erano calme d’estate nel nostro mare, non facevano la schiuma così spessa come in questo quadro.
Certo, quando siamo cresciuti abbiamo iniziato a viaggiare, ma la nostra settimana al mare non ce la toglieva nessuno. Tranne quell’anno che ti sei fidanzato con quella snob milanese, come si chiamava? Mah, non ricordo. Lei voleva fare il giro delle capitali europee, era una moda, e tu usasti tutte le ferie per andare con lei. Per fortuna la primavera successiva la love story era già finita! Eh sì, bei tempi.
Poi una lontana parente che muore e ti lascia questa maledetta baita in montagna. E tu che di punto in bianco ti innamori di questo posto e vieni a rifugiarti quassù.
Pensavo che sarebbe stato solo per un po’, non per sempre.
La realtà è che mi manca la tua compagnia e quando vengo da te, anche se molto raramente, è solo uno spolverare di vecchi ricordi.
Sei troppo cambiato.
Forse oggi dipingeresti anche tu così questo quadro, con le onde pronunciate e schiumose, un paesaggio desolato come l’inverno che c’è fuori da questo bar.
Io continuo a disegnare il mio paesaggio come un bambino, il sole giallo e rotondo con tutte le lineette intorno e il mare è tutto azzurro, anzi, è fatto tutto di onde azzurre lente e dolci come il mare di Agosto.
Accidenti, cos’è, il terremoto?
Ah no, è arrivato il treno.
Rimettiamoci la sciarpa, tra due ore sono in città. Appena arrivo devo andare in edicola. Chissà se il capotreno sa il risultato delle partite?






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:59 )
 

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