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Riccardo Gandiglio - in cima alla salita PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 14:11

 

 

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IN CIMA ALLA SALITA

di Riccardo Gandiglio
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




"No, non chiudere gli occhi davanti a lei.
Quei tuoi occhi verdi, occhi di luce e di notte,
non si devono nascondere a quel pensiero".


Quella strada, in quel parco di quasi città, sulla collina che domina la pianura, era un muro di fronte ai suoi occhi. Era il suo muro, la sua salita, la sua strada.
Intorno a lui, in quella domenica pomeriggio di tarda primavera, c’era la solita gente che in una qualunque domenica pomeriggio di sole può affollare un parco di quasi città: anziani che siedono sulle panchine, sguardi attenti ai nipoti che giocano vicino, sguardi velati di ricordo, di forse indefinito rimpianto. Gruppi di ragazzi che siedono attorno a una chitarra, qualcuno che fuma una sigaretta. Coppie di giovani che si baciano, che si abbracciano, che si amano. Coppie che litigano e coppie che fingono di amarsi, in un gioco crudele fatto di momenti. Coppie di adulti, venute a ricercare quell'emozione di tanti anni prima, forse ormai lontana, forse cresciuta con loro.
E poi c’era lui, e c’era lei.
Cìera lei che non era lei, ma poco importava, tanto non era neanche lei che cercava in quella domenica di fine primavera, di quella stagione che sembrava voler lasciare spazio all’estate, ma ancora non era tempo, che la sera l’aria fredda scesa dalla montagne ancora ricordava a tutti la sua età.
Cercava lei sapendo di cercare se stesso, pensava a lei e ne parlava con lei, ma sapeva che in realtà stava parlando di nuvole scese con l’aria della sera, e al mattino già lontane. Utili solo a ricordare la sua età.
Camminavano mano nella mano, legati da una scuola e una gita, senza altro da condividere se non sogni e idee di amicizia, attraversando quel parco così ricco di sentimenti senza rendersene conto, attenti solo ai loro passi e ai loro pensieri, raccontandosi parole come maschere.
Al termine della scalinata, al termine del giorno, improvvisa quella strada in salita lo colpì in pieno petto. Lo stordì con la sua violenza, con la sua cattiveria, la sua sfida. Senza una ragione, lasciò la sua mano, e corse. Accettò la sfida, capì che ormai non poteva più attendere, la strada era lì, era giunto il momento, doveva stringere i pugni e fermare il cuore, e correre. Non poteva aggrapparsi ancora a lei, doveva correre da solo. E corse.
Fu una corsa folle, lacerante, inutile quanto fondamentale. Mentre l’aria fredda scesa dalle montagne sfiorava il suo volto, mentre sentiva il cuore ansimare nel petto, capì che questa volta no, non poteva fermarsi, neanche con la scusa di aspettare lei. No, doveva arrivare alla fine di quella salita, o crollare in terra senza vita. Pensò di non farcela.
Non vi era più aria fredda, solo il sole che non sembrava più tramonto ma alba.
Lei probabilmente lo seguì, rise, corse. Forse non capì mai.

“No, non chiudere gli occhi davanti a lei.
Quei tuoi occhi verdi, occhi di luce e di notte, non si devono nascondere a quel pensiero.
Hai lasciato oggi con quella corsa un pezzo di te stesso, ma non l'hai abbandonato per sempre, non l’hai smarrito.
Sarà sempre con te, in fondo ai tuoi pensieri, e ti farà amare i tuoi amici di allora, lasciando spazio ai nuovi venuti, e a chi con te vorrà condividere un pezzo di strada.
Ti farà commuovere al pensiero di quelle lettere e quelle parole, fonte domani di altre lettere ed emozioni, che ti aspettavano.
Ti farà sorridere di quelle insicurezze.
Ti farà piangere quelle notti abbracciato a lei, e ti aiuterà a capire che sarà proprio lei con cui dovevi piangere, ti aspettava in cima a quella salita.”







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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 07:59 )
 

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