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Malvina Cagna - gatti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 11:01

 

 

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GATTI

(Ultime da Brillastella)

di Malvina Cagna
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




Uscendo dallo studio del veterinario, Rosa deve attraversare i giardinetti della stazione; si siede su una panchina e subito inizia a piangere forte, a singulti e risucchi. Ricorda quando tanti anni prima aveva portato Ersilia (Patapini), di pochi mesi, a sterilizzare. L’aveva accarezzata finché non aveva chiuso gli occhi; poi era uscita a fare un giro e si era fermata su una panchina poco distante da quella su cui si trova ora, a leggere il giornale. Il veterinario gliel’aveva restituita avvolta in un plaid fatto su a triangolo come un cono gelato. Morbido e caldo fagotto. A casa, ore dopo, Ersilia si era svegliata e aveva cominciato a muovere le zampe davanti, ma il treno posteriore era ancora paralizzato dall’anestesia. Cercava di trascinarsi fuori dal suo cesto: una visione orribile, resa buffa solo dalla transitorietà di quella condizione.
Adesso, pensa, bisogna dirlo a Giacomo; dalla sua nascita, sette anni prima, erano stati sempre loro tre. Finché non si era sposata con Mario, che portava in dote la figlia quindicenne.

Cecilia rovista in soffitta alla ricerca di alcune cose riposte da tempo. Uno scatolone di Topolino, poi una scatola lunga da stivali, ultima dimora di tre Barbie, un Ken e una Skipper, che ora la fissano sorridendo come ebeti felici. Soprattutto il Ken. Riesumando l’Orsetto Bube dalla sua scatola da scarpe, dove era stato messo a dormire solo due anni prima, Cecilia decide di regalarlo a Giacomo. Si è affezionata a quel bimbo pallido e pensieroso, che alle volte si incanta nell’osservare le cose, vicine o lontane che siano. Se si ferma per strada con gli occhi al cielo c’è sempre una ragione: una gru, la scia di un aereo, una nuvola dalla forma strana. Rosa lo chiama incantèscion e, ridendo, lo prende per mano e lo tira via, mentre Cecilia di solito osserva la scena in muto disaccordo.

- Mamma, che cos’è la riforma motorazzi?
- …
- Ma quando torna la Pata dall’ospedale?
- …
- Giacometti! Sai che dopocena con papà facciamo il teatrino?
- Ua! E che spettacolo è?
- Sorpresa. Dai, ci aiuti a metterlo su?
- No, devo finire un compito. E non chiamarmi mai più giacometti.
Mentre finisce di montare il teatrino di cartone, Mario ripensa agli ultimi giorni. La tristezza è scesa in casa come un velo palpabile almeno per due dei membri della famiglia. Rosa si è come spenta e spesso pare sul punto di scoppiare a piangere; Giacomino è impenetrabile. Quale esito avrà la trovata di Cecilia, di comunicare al piccolo che la micia rossa non c’è più raccontandogli una storia? Rosa intanto si è seduta sul tappeto, davanti al teatrino; Giacomo si è accoccolato sulle gambe della madre e appoggia la testa sul suo sterno. Mario li osserva e avverte - lieve, profonda - una sensazione di pienezza. Per una volta, non c’è conflitto tra ciò che vuole e ciò che deve fare. Rapidamente, insieme a Cecilia, ripassa la storia che rappresenteranno quella sera.

Un Orso - dopo la sua dipartita, ma questo non bisogna dirlo - si ritrova su Brillastella, il paradiso degli animali; qui va incontro a varie peripezie. Gli animali, senza l’assillo della sopravvivenza, passano il tempo tra giochi, scherzi, zuffe e battibecchi. Oltre al plantigrado protagonista, sono di scena anche il Salmone (un’esca a forma di pesciolino), il Topino (quello a molla della Patapini), il Leone (un peluche di Giacomo), e le due Api di carta, colorate a nero e oro coi pennarelli e fissate sulle bacchettine del ristorante cinese. La recita si conclude con un tè di festeggiamento per l’Orso, organizzato dai suoi nuovi amici.

Allora Orso, che ne dici di sederti e prendere un tè con noi? Topino ha preparato anche un pan di zenzero, dice il Leone, nelle vesti dell’ospite, col suo vocione impostato.
Ne dico, Leone, che prima dovrei togliermi questo favo che mi è rimasto incastrato sul muso. Poi, se volete, raspatemi via il miele che cola coi vostri cucchiaini: credo sia ottimo col pan di zenzero, risponde l'Orso.
Ciccione! Grassone! Brutto abnorme! Ridacci il favo, rendilo, restituiscilo, riconsegnalo! Le Api ronzano vorticosamente intorno alla testa dell’Orso.
Non è bello quel che hai fatto alle Api, Orso. E se penso a come hai cercato di acchiapparmi poco fa… mi viene voglia di darti il tè e insieme tutta la teiera, ma in testa, ecco!, sbotta il Salmone, impalato sulla sua sedia come un soldatino.
Orso, anche se sei grande e grosso, non sai comportarti. Forse non meriti il mio pan di zenzero, forse no, proprio no. Direi. Oggi: no. Anzi, nessuno merita il mio golosissimo pan di zenzero, tranne me. Perciò buona serata a tutti, vi saluto, conclude il Topino.
Uhm… calmatevi, amici. Placate i vostri animi, accidenti. Topino, aspetta, te ne prego. Siamo qui per accogliere un nuovo amico, no? Orso era un po’ frastornato, ma adesso che ha capito come funziona qui su Brillastella non sbaglierà più... vero, Orso?, interviene il Leone.
Cerrrrto. Topo, perdiana, non fare il taccagno e tira fuori quel pan di zenzero!, esclama l’Orso, brandendo il Salmone e inzuppandolo nel tè.
Prevedo tempi di pace e armonia: che noia, sospira il Leone, mentre le Api tornano ad avventarsi sull’Orso, il Salmone sguscia via e gli sputa il tè in faccia e il Topino, approfittando della confusione, fugge a zampe levate con la sua leccornia.

- Ti è piaciuto? Vi è piaciuto?
- Sì, sì!
- Giacomo, questo è l'Orsetto Bube: te lo regalo…
- Grazie…
- Vado a preparare la cioccolata. Cecilia.
- Vengo, papi.
- Mamma…
- Amore.
- L’Ersilia è andata su Brillastella, vero?
- Sì…
- Allora sono contento, perché lì sta bene e si diverte.

Giacomo rigira l’orsacchiotto fra le mani. Ha gli occhietti scuri, il pelo marrone sembra di lana riccia. Nel complesso ha l’aria triste, ed è anche un po’ troppo smilzo.
Ancora ieri l’altro la Pata gli era apparsa sulla scrivania e s’era piazzata sul suo quaderno aperto. Lo guardava dritto negli occhi, come a dire: embé? Giacomo sapeva che voleva stare con lui; pure gli sembrava che lo prendesse in giro. Dopo aver tentato di schiodarla ricevendo in cambio musate e testate, aveva finito i compiti con la Pata ronfante sulle ginocchia e i piedi sollevati sulle punte, altrimenti lei rischiava di scivolare giù.
Mamma intanto lo stringe e gli affonda la faccia nel collo; forse sta piangendo.
Che fine faranno il cestino e le ciotoline del mangiare? Giacomo sente il nodo in gola farsi sempre più pesante. Gli fa male, e ha gli occhi pieni di lacrime; magari però, se continua a tenere la testa bassa, nessuno se ne accorge.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:00 )
 

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