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Maria Luisa Ramasso - la scatola di cioccolatini PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 10:56

 

 

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LA SCATOLA DI CIOCCOLATINI

di Maria Luisa Ramasso
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




Era una luce dorata. Quella luce che si vede quando non è ancora mattina, ma non è neanche più notte. Non conosceva bene il luogo. C’erano… delle nuvole… degli alberi… alti fino al cielo… E, là in mezzo… su un immenso tavolo di legno… C’era una scatola romboidale di seta rossa con dentro dei cioccolatini avvolti in stagnola variopinta.
Gessica sentì salire in bocca l’acquolina.
Fece qualche passo incerto verso il gran tavolo.
- Sono a una festa? - si chiese.
- Quei cioccolatini sono lì anche per me?
Si avvicinò titubante al tavolo. Quando fu a un metro di distanza, un volo di fenicotteri portò via la scatola di davanti ai suoi occhi spalancati per… Stupore? Terrore? O che altro?
In quella uno stridìo di una radio-sveglia gracidò terribilmente nelle sue giovani orecchie.
- Oh che sogno! - esclamò Gessica osservando il bianco soffitto striato dalle travature.
Sbadigliò, si stirò nelle braccia e diede un’occhiata all’orologio digitale della radio-sveglia. Erano le 7.30.
In quella la madre fece capolino dall’uscio della sua cameretta.
- Gessi! - esclamò - Sei sempre in ritardo.
- Mami, non è colpa mia. La sveglia non ha suonato - disse questa bugia per giustificare la sua continua ostinazione a regolare la sveglia soltanto mezz’ora prima dall’entrata a scuola - e poi tanto stamattina la prima ora c’è musica.
Sua madre trasse un sospiro profondo. L’insegnante di musica era troppo buono con gli alunni e loro, si sa, ne approfittavano.
- Va’, va’ a prepararti.
Gessica saltò giù dal letto e si precipitò in bagno.
Sua madre andò in cucina a prepararle la colazione.
Tagliò delle fette di pane avanzato dal giorno precedente e le fece tostare nel tostapane.
Poi prese della marmellata di arance e ve la spalmò sopra.
Nel frattempo arrivò Gessica. Lavata, vestita e… spettinata.
La madre le riavviò i riccioli con le dita.
- Sei sempre la solita - esclamò - Dai, siediti.
Per noi che siamo cresciuti negli anni settanta e ci immaginavamo il mondo del 2000, pensavamo ai robot, ai computer, ma a nessuno di noi ragazzini è mai venuto in mente qual grande invenzione avrebbe potuto essere il fornetto a microonde.
Quella mattina - come tutte le mattine del 2003 - la madre di Gessica mise in una tazza di ceramica del latte mescolato con del caffè avanzato il giorno innanzi, poi mise il tutto nel fornetto a microonde e voilà! ne uscì una calda tazza di caffelatte, che Gessica trangugiò in un batter d’occhio insieme con le fette di pane e marmellata.
- Questa mattina, non ho niente da darti per la colazione a scuola. Prendi qua - disse porgendole degli spiccioli - Passa dal panettiere a comperarti della pizza. Tanto tardi per tardi!
- Grazie, mami - disse Gessica afferrando il telefono cellulare (altra grande invenzione del nostro tempo).
- Tesoro - disse la madre un po’ spazientita - Spegnilo, per cortesia.
- O.K., mami - fece Gessica spegnendo il telefonino e riponendolo nello zainetto che si mise sulle spalle.
- Ciao, mammina - le disse abbracciandola.
La madre le diede un bacio sulla fronte e le fece il segno della croce. Poi Gessica s’involò giù per le scale, nonostante sua madre le raccomandasse alle spalle: - Vai piano!

La scuola dista a una decina di isolati all’incirca da casa.
Dalla casa di Gessica, appena girato l’angolo, troviamo la panetteria e a fianco la pasticceria.
Gessica si avviò verso le due botteghe.
- Pizza o meringa? - chiese fra sé.
Arrivata davanti alla vetrina della panetteria vide la solita focaccia e la pizza rossa.
Diede una ficcanasata anche alla vetrina a fianco del pasticcere; le meringhe c’erano e v’erano delle torte, delle trecce e poi… lì, nella vetrina, c’era… c’era una scatola romboidale di seta rossa. Era aperta, per cui poté vedere all’interno: cioccolatini avvolti di stagnola variopinta. Ma, cosa strana, sul coperchio, posto lì a fianco, c’era un fenicottero.
- Capperi! - fece Gessica - Che bel regalo sarebbe per mami.
Guardò sconsolata il prezzo. Costava 10 euro, giusto quelli che la madre le aveva dato per comprarsi la colazione.
Guardò la pizza e la focaccia nella vetrina del panettiere, guardò le meringhe e poi tornò a guardare la scatola rossa romboidale. Poi pensò: “Speriamo che quando torno da scuola sia ancora qui, così la prendo e gliela porto. Per oggi mi tengo un po’ di fame. Magari c’è qualcuno che mi regala un pezzo di panino”.
Detto ciò corse verso la scuola.
Erano già tutti in classe e seduti al loro posto quando Gessica aprì la porta dell’aula. In un lampo tutti gli sguardi furono su di lei. Tra questi vide lo sguardo sorridente del suo insegnante preferito.
- Gessi - le disse cercando di convincere la sua voce a parlare in modo severo - sei maledettamente in ritardo.
- Scusa tanto, Gio’. Non accadrà più.
Tutti risero alla sua “consueta” frase. Anche Gio’, con un sorriso pieno d’amicizia, le disse: - Vieni qua, scricciolo. Vieni a sederti. - E le indicò il suo banco accanto alla cattedra.
Le prime due ore passarono in armonia; era bello fare lezione con Gio’.
Sembrava quasi di non essere a scuola. E poi Gessica adorava la musica. Da grande avrebbe fatto la musicista. Non aveva ancora ben delineato lo strumento col quale si sarebbe iniziata. Sapeva solo di amare la musica.
“Potrei mettere su un gruppo rap” talvolta pensava. E intanto si divertiva a costruire semplici composizioni con le note musicali, che poi canticchiava fra sé e sé.
Nel frattempo suonò la campana dell’intervallo.
- Bene, ragazzi. Come sempre le cose belle finiscono in un lampo - disse Gio’ spontaneamente. Adorava quella classe - Cosa avete adesso?
- Mate! - risposero a coro gli alunni.
- Oh - fece lui Sapeva che il suo collega di matematica faceva addormentare gli allievi solamente con la cadenza nel parlare - Buona fortuna, allora! Spaccate il culo ai passeri! Noi comunque ci vediamo tra due giorni. Mi raccomando: stu… no. Giocate.
E s’avviò verso la porta tra un coro di: “Ciao, Gio’!”
Sulla porta quel buffo professore si voltò e fece un gesto con il pugno chiuso e il pollice in alto, il quale fu subito ricambiato dai suoi allievi.
Gessica aveva un po’ fame, ma era talmente soddisfatta della lezione che non le veniva neanche in mente.
Fu Cinzia a ricordarglielo, la quale le si avvicinò chiedendole: - Ciao, Gessi, che fai? Non mangi nulla, oggi?
- No - rispose lei - non ho fame.
- Allora io adesso ti do qualcosa che te la fa venire. Aspetta un momento - si allontanò un istante; andò al suo banco, scartabellò nel suo zainetto e tornò dall’amica con in mano un sacchetto e lo porse a Gessica: erano cioccolatini avvolti in stagnola variopinta.
- Oh, che sogno strano ho fatto stamattina - rise Gessica prendendo dal sacchetto un cioccolatino con la carta verde.
- Verde speranza! - esclamò l’amica - Prendine altri due, non fare la timida. Tanto lo so che non mangi perché non ti sei portata niente, ma hai una fame del diavolo!
Gessica non se lo fece dire due volte; con la fame che si ritrovava!
Le due ore successive trascorsero un po’ più a fatica.
Verso la fine della lezione ci fu un unico intervento da parte degli allievi. Gessica voleva sapere perché due rette parallele all’infinito si incontrano e il professor Stromboli si dilungò in una delle sue colorite spiegazioni di cui gli allievi non capirono un “tubo”, come si suol dire.
Presto suonò la campana di mezzogiorno, finalmente, se va a ccasa a magna’!
Gessica, in un baleno, raccolse tutte le sue cose. Aveva fretta quel giorno; voleva comperare quella scatola romboidale di seta rossa per regalare a mami.
Oggi mami compiva 40 anni!
Corse piena di gioia e di speranza alla pasticceria, ma quando fu dinnanzi alla vetrina non vide il tesoro tanto desiderato.
“Che l’abbiano tolto dalla vetrina?” pensò Gessica.
Entrò titubant nel negozio.
- Salve! - disse timidamente.
- Ciao, Gessica - rispose gentilmente la pasticcera - Dimmi tutto.
- Stamattina - cominciò a dire, esitante - c’era una scatola di cioccolatini, rossa, con un fenicottero.
- Oh - fece la pasticcera sinceramente dispiaciuta. Le dava un gran dolore ferire quella ragazzina - Mi spiace, Gessi, ma è stata già venduta. Vuoi qualcos’altro?

Gessica sentì salire un nodo nella gola. Accennò in segno negativo con la testa e voltò le spalle appena in tempo poiché subito dopo sgorgarono due lacrimosi sulle sue gote non più infantili, ma neppure ancora adolescenziali.
Uscì di bottega e trasse un fazzoletto dalla tasca dei blue-jeans con cui si asciugò gli occhi color del mare e si soffiò il naso. Poi alzò le spalle, allargò le braccia lasciandole cadere lungo i fianchi e s’avviò malinconicamente a casa.

La tavola era già apparecchiata. Bella tavola! Una tovaglia rossa a fiori bianchi, piatti rifiniti con bordino dorato, posate d’argento. Era apparecchiata per cinque persone.
- Vengono i nonni? – chiese Gessica e il sorriso le ritornò sulle labbra.
- Sì, tesoro - rispose la madre - Come è andata a scuola?
- Bene. Auguri, mami.
In quel momento sentì la voce di suo padre chiamarla dalla camera da letto.
- Arrivo - disse lei precipitandosi verso la stanza.
Il babbo la fece entrare e chiuse la porta.
- Adesso, piccina, ti mostro il regalo che tu farai alla mamma. Ecco qua - e trasse dal suo comodino una… scatola… romboidale… di seta… rossa… con un fenicottero sul coperchio.
- Oh, papi - esclamò Gessica abbracciandolo - pensare che l’avrei comperata io se l’avessi trovata ancora in negozio quando sono tornata da scuola! Ma aspetta, Tieni qua - e gli porse i 10 euro che la madre le aveva dato per comprarsi la colazione.
Il padre le pizzicò la guancia sorridendo: - La mia piccola donna! - disse.

Trascorsero una lieta giornata.
Gessica fece ascoltare ai suoi familiari le sue minicomposizioni musicali.

La scatola di seta rossa con il fenicottero è ancor oggi nel cassetto del canterale della mamma, ma dentro non ci sono più i cioccolatini, naturalmente, bensì le bigotterie.
In quanto a Gessica, sta studiando al Conservatorio di musica e, per guadagnare qualche soldino, lavora nella pasticceria sotto casa, dove ha imparato a fare dei cioccolatini da brivido!






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:00 )
 

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