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Lucrezia Irrequieto - neve PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 10:51

 

 

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NEVE

Prima o poi la neve si scioglie

di Lucrezia Irrequieto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




Non restava che il carico delle sette giacche a vento, delle due pellicce di visone, di due paia di Moon Boot che proprio non ne avevano voluto sapere di entrare in alcun anfratto del portabagagli, e, infine, della nonna.
Stipato tutto ciò nello spazio soffocante della Chrysler, posto che i calcoli ingegneristici, che mia madre doveva per forza aver fatto nella notte, si rivelassero di qualche fondamento, l’ora della partenza si avvicinava per quella specie di improprio torpedone zeppo come un uovo.
Io, dal canto mio, ero scettica. Imbronciata sul marciapiede, una saggezza quasi biblica mi spingeva a pronostici pessimistici: è più facile, vi dico, che mia madre sia completamente pazza, piuttosto che un solo Moon Boot riesca ancora a entrare qua dentro.
Una conferma, d’altra parte, nient’altro che una conferma di come avevo capito da tempo stessero le cose. Non che mia madre fosse per me più pazza degli altri. Tutti gli adulti, bene o male, lo erano, e i miei genitori non facevano eccezione. A chi verrebbe mai in mente, infatti, di raggiungere la montagna, con tutta l’ingombrante attrezzatura per la bisogna, in sette persone, delle quali una obesa in pelliccia, con una Simca Chrysler che già di per sé era una chiara prova di insanità mentale?
La scelta di quella macchina, l’estate precedente, per la verità, era stato un colpo anche per mia madre. Era stata in spasmodica attesa sul terrazzo, il giorno del suo arrivo. Dell’acquisto si era voluto occupare mio padre, che aveva avvolto l’affare in un preoccupante alone di mistero, nel gioioso intento infantile di fare le sorprese sulle cose più stupide che prende certi uomini.
Mia madre, in cuor suo, e non solo, temeva fortemente quelle sorprese. E a ragione. Bastava vedere con che macchina andavamo in giro prima di quel giorno. Per imperscrutabili ragioni, le sue scelte cadevano sempre sulle Simca, allora; ma la vecchia Simca 1000 era anche color oro. Niente di strano, dunque, che mia madre quel giorno fosse fiduciosa e pronta a tutto: cosa poteva arrivare di peggio della pacchiana Simca 1000 dorata di cui ci eravamo finalmente liberati?
Una Simca Chrysler di uno stomachevole color pervinca: ecco, cosa!

Incredibilmente, tutti i bagagli, alla fine, erano stati caricati. C’erano volute due ore buone di spostamenti, aggiustamenti, ripensamenti, prove di forza contro la riottosità delle giacche a vento e delle pellicce, sputelite sotto i nostri sederi irrequieti sul sedile posteriore; prove di carattere per non soccombere allo sconforto; prove di destrezza, per imbracare e stipare nonna su quelle coltri di pelo e piume d’oca.
C’erano stati poi i consueti tafferugli per la conquista del posto a lato del finestrino, ancora più cruenti del solito, poiché mia nonna ne occupava già uno, anche uno e mezzo, a voler essere precisi sull'iniqua assegnazione della quota di spazio pro culo.
Sedati gli ultimi scoppi di rivolta, eravamo finalmente tutti dentro. E io avevo il posto vicino al finestrino, come competeva al nostro rango. Là nelle retrovie, mio fratello Raffaello piangeva teatralmente lamentando un livido alla caviglia, riportato nella stolta lotta di rivendicazione contro la natura dei diritti di maggiorasco che, se lo mettesse in capo una volta per tutte, prevedevano che, così come alcuni oneri, certi onori spettassero solo ai primogeniti. Mia sorella Cri, la terzogenita, ululava dal mezzo del sedile che nonna la stava schiacciando e che le scappava la pipì. Questa della pipì non ci voleva. Era stato dato l’ordine di evacuare, per fare uscire Cri prima che fosse troppo tardi.
Al rientro era nato un nuovo disordine perché Raffaello, che era silenzioso ma ostinato, aveva ancora cercato di impietosire i sedili davanti millantando una predisposizione al mal d’auto dal quale si sarebbe sentito più al sicuro se solo avesse potuto sedersi accanto al finestrino. Al posto mio. Ecco come si era procurato un livido anche sull’avambraccio sinistro. Ostinato e masochista.
Mia madre accoglieva in grembo Alo, di quattro anni. L’ordine di bordo era di gettarselo sotto i piedi in caso di avvistamento di pattuglie di polizia stradale. Io avrei voluto vederle le facce di queste pattuglie, se mai ci avessero fermati: con quale cuore avrebbero potuto anche solo pensare di disincastrare quel groviglio di esseri umani, l’enorme nonna incapsulata come una tessera di puzzle nella sua nicchia, animali morti, scarpe e scarponi puzzolenti?
Mio padre, appena chiuse tutte le sicure, si era sintonizzato sui risultati delle partite esalando un sospiro di sollievo, e per rilassarsi aveva trovato che in quel carnaio fosse una splendida idea accendersi una Zenit pestilenziale. Era stato allora che avevo iniziato a pensare alla neve. Spazi immacolati e silenziosi, che sanno solo di freddo e solitudine.
Ah, la solitudine dorata di un foglio bianco, di un figlio unico.
La neve. La neve mi salverà.

La macchina pervinca, schiacciata sotto il suo peso, era giunta a Valtournanche all’ora di pranzo, dopo aver arrancato in modo allarmante sui tornanti della vallata. Il suo arrivo era preceduto dal sibilo sinistro del portabagagli esterno, dove il bob rosso fuoco squillava sull’azzurro violento della carrozzeria.
Dal finestrino, un’occhiata rapace aveva colto al volo che sarei stata, lassù, una ragazza fuori moda. Prima di tutto, e già questo era quel che si dice partire svantaggiati, non era del tutto chiaro se fossi una ragazza o una bambina. O meglio, per me era chiarissimo. Ma ancora non avevo ricevuto chiari segni dal Mondo che confermassero quel nuovo stato cui tanto avrei tenuto. Anche questo era un vero schifo. Come se non bastasse, era stato invece sin troppo chiaro fin dal primo momento in cui avevo buttato l’occhio alla fauna femminile in paese che il mio equipaggiamento da neve, della cui estetica non mi ero minimamente curata in città, mi scaraventava senza appello nel grigio Girone degli Insulsi, per lo più bambocci insaccati in goffe tutone deformanti e umiliati da ridicoli cappellini a pera dai colori mal combinati. Questi si distinguevano nettamente, nelle loro mise da omini Michelin, che rendevano indifferente persino il loro sesso, da tutte quelle ragazze che improvvisamente io avrei voluto essere. Ecco com’era la nuova teen-ager Inverno 1978!
Com’erano stati conciliabili l’intenso desiderio di trovare un fidanzato e la totale indifferenza per il mio aspetto? Come diavolo avevo potuto diventare la fiera indossatrice di quell’orripilante tutino grigio vomito? Come avevo potuto anche solo pensare di andarmene in giro con quel cappellino da nanetto verde marcio?
Che accidenti mi era preso quando avevo fatto quella pista senza senso a mia madre, da Olympic Sport, per avere quei guanti da sci bianchi e azzurri?
A completare quella tenuta contro ogni tentazione, una giacca a vento sciancrata, grigia e rossa, mi faceva sembrare una tozza salsiccia. Davvero la mia dabbenaggine mi era parsa allora senza limiti.
Se avessi potuto liberamente disporre di me, avrei fatto dietro-front all’istante; avrei sopportato un nuovo viaggio nella scatola di sardine pervinca con mio fratello che vomitava su mia madre un tornante sì e uno no nell’olezzo nauseabondo delle Zenit di mio padre; o per lo meno mi sarei nascosta per benino durante tutta la settimana bianca nella mia stanzetta perlinata.
Le ragazze di Valtournanche, intanto, sfilavano sulla neve come inarrivabili venusiane, compiaciute in morbidi pellicciotti color miele dal pelo lungo e riccio; da quei gusci pelosi, la snellezza delle gambe, fasciate da stretti fuseaux, usciva esaltata. Al posto dei soliti Moon Boot dai colori plasticosi, scoprivo quelli bianchi, dorati, argentati, o gli stivali di pelo lungo; proprio gli stessi che, sempre da Olympic Sport, avrebbe voluto comprarmi mia madre e che, a me, invece, erano parsi i calzari più orrendi che avessi mai visto, roba da uomo di Neanderthal!

Mio padre, che non aveva messo mai un paio di sci in vita sua e che tanto meno si sognava di provarci ora, aveva deciso che ci avrebbe impartito lui i primi rudimenti. La lezione di sci si svolgeva lontano da occhi indiscreti, sebbene nel pomeriggio, quando gli sciatori veri lasciavano le piste, si formasse sempre un capannello di persone incuriosite, dapprima dagli schiamazzi e dalle richieste di aiuto, quindi dallo stile vero e proprio, tanto del maestro di sci improvvisato -appiedato- che dei quattro figlioli principianti, i quali con ogni probabilità sarebbero rimasti tali a vita.
L'approccio teorico di mio padre si basava fondamentalmente sulla scelta del sito. A valle di una discesa leggermente scoscesa, infatti, scorreva un piccolo ruscello: là dove la nostra predisposizione e la sua preparazione didattica avessero fatto difetto, avrebbe potuto l’innato spirito di sopravvivenza della sua prole. Tutto sommato, la sua convinzione non si dimostrò fallace, tranne che in una sola occasione (Raffaello Picchiatello è finito nel ruscello divenne in seguito una specie di jingle familiare: silenzioso, ostinato, masochista e… picchiatello). Ma nel complesso, lo spauracchio di finire dentro quel ruscello gelato accelerava i processi di apprendimento. A ogni buon conto, mio padre, braccia spalancate e buona volontà, se ne stava laggiù come Dino Zoff davanti alla porta e impartiva le sue indicazioni tecniche che consistevano invariabilmente nell’urlare FRENA! FRENAAA!!! a squarciagola, mentre noi smottavamo a singhiozzo o rovinavamo giù senza controllo, a tutta birra, gridando AIUTO AIUTOOO!!! in preda a un terrore divertentissimo. Era un miracolo che nessuno si rompesse in mille pezzi.
Sullo sfondo della scena, come se non vi appartenesse veramente, gli occasionali curiosi potevano vedere una robusta e distinta giovane signora impellicciata che, nella totale indifferenza per quelle urla, forse per evitarsi un infarto o forse solo per rilassarsi, sfrecciava su e giù litigandosi il bob con il piccolo Alo. Il bob aveva in breve conquistato mia madre e la velocità su quel trabiccolo da bambini che a stento la conteneva era diventata la sua droga. Ero molto meno schifata di prima; la tuta da dottor Spock, poi, imbottita e a tenuta stagna, era tutt’altro che disprezzabile, con tutti i crep che prendevo. Tutto sommato, mi potevo ben ricredere sui pellicciotti da caproni per i quali avevo sbavato.
Una ridarola formato famiglia ci accompagnava per tutta la strada del ritorno; sulla neve le gambe ci facevano giacomo giacomo per le risate e la fatica della giornata. Tornavamo in albergo distrutti, fradici, febbricitanti, felici, quasi esaltati. La mia neve era così, rumorosa, caotica, colorata. La solitudine poteva attendere.
Prima o poi, intanto, la neve si scioglie.







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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:01 )
 

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