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Lucia Gaiotto - il mare PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 10:48

 

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IL MARE

di Lucia Gaiotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




Farà caldo là fuori? Oggi persino qui sotto si sente il calore del sole che mi sfiora. L’acqua luccica e si muove come sempre, portandomi con lei. È inutile opporre resistenza: bisogna assecondarne i movimenti, lasciarsi un po’ guidare. Che pace! Adoro il “mio” mare a quest’ora, quando il sole è appena sorto, quando la luce inizia timidamente a filtrare fin quaggiù, quando lo sciacquio delle onde è l’unico rumore che percepisco. Ma quest’attimo dura poco…
Tutto questo finirà tra breve per ritornare solo al tramonto. Un lontano rintocco segnerà l’inizio di quest’epopea ormai quotidiana. Donne, mamme e ragazze felici con ombrelloni, sdraio, asciugamani, pronte per stendersi sotto il sole a cuocere. Vedere da qui gente che smania per ungersi e poi arrostire mi sembra piuttosto ridicolo: che differenza c’è tra questo ed essere fritti in padella?
Ma, a quanto pare, abbrustolire lentamente sembra piacere a tutti quegli strani individui. In breve l’oro della spiaggia viene ricoperto da corpi unti e luccicanti che stanno lì per ore e ore, appisolandosi di tanto in tanto.
Altri invece di lasciarsi bruciare con eleganza, preferiscono dare il via a una sfilata. Sfoggiano i loro costumi con orgoglio passeggiando in riva al mare: parei dalle tinte tenui, due pezzi a pois, interi sgargianti…
E i bimbi? Tanto innocui e carini, vero? Ma non è piacevole trovarsi circondati da braccioli color senape, salvagente di un color arancio fosforescente, incappare in enormi maschere da sub, essere osservati da occhi curiosi. Ma soprattutto sentir dire: “Papi, papi… guarda che buffo quel pesce! Sembra un po’ confuso!”
Certo che sono confuso! Non mi sono ancora abituato a nuotare vicino a umani grossi e pesanti e a schivare i temibili retini.
D’altra parte, mi piacerebbe anche non doverci fare l’abitudine. Ma tutto questo non basta a rovinare il mio mare…
Quando sulla spiaggia s’inizia a mangiare, allora è proprio la fine. Tutti i resti delle grandi scorpacciate, chissà come, finiscono qui! A volte arriva cibo inaspettato e in quei casi sono molto fortunato. Ma altre mi trovo a dover lottare con sacchetti di quel materiale che non si scioglie mai, con buste di carta e posate acuminate, anch’esse eterne… Orribile!
E poi il silenzio… scompare. Inghiottito dalle musiche che miriadi di ragazzi scatenati adorano e seguono, saltando e sgambettando senza smettere mai. Il silenzio è coperto dalle risate e dai pianti dei bimbi. Il silenzio che amo, il silenzio del mare, svanisce.
E gli odori…
Arriva fin quaggiù il tanfo dei miei amici arrostiti, cotti, infornati, a volte bruciati… I miei amici cucinati. I miei compagni di viaggio che non nuoteranno mai più.
Questo è quello che vedo quasi ogni giorno, sai?
E non mi piace.
Cosa? Ah, il tramonto… Sì, il tramonto qui sarà sempre meraviglioso. Guarda stasera: i viola, i rossi fiammeggianti, i rosa che occhieggiano si riflettono qui e il mio universo cambia colore.
È magnifico. Immagino che vedere un tramonto dalla spiaggia, da quel mare d’oro sia completamente diverso, ma altrettanto bello. Come dici? Guardare la spiaggia?
Beh, ormai non c’è più nessuno. La giornata è quasi finita. Ma chi c’è là, tutta sola?
Una ragazza. La sciarpa di seta azzurra che segue il vento, la lunga gonna che circonda il suo corpo, i capelli corvini che sfuggono, gli occhi verdi pieni di luce e di…
Qualcos’altro. Qualcosa che conosco, ma cosa?
La ragazza guarda qui, segue con lo sguardo le onde che mi spostano. Sorride al sole e si sorprende osservando i colori del tramonto. S’impregna del profumo del silenzio. Respira l’immensità del mare, percepisce il sale sulle labbra, sente il vento freddo sulle guance arrossate. Vive la tristezza, la malinconia, ma anche la serenità, guardando il blu velluto del mio mondo. Si volta verso la città. Dà ancora un’occhiata furtiva al paesaggio che ama e che ormai riflette le dolci stelle. Riesco allora a vedere per un’ultima volta i suoi occhi e capisco di cosa sono impregnati.
Sono occhi verdi, pieni di luce e… di mare. Di mare vero.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:01 )
 

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