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Gianfranco Roggeri - congiuntivi sotto la neve PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 10:25

 

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CONGIUNTIVI SOTTO LA NEVE

di Gianfranco Roggeri
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




Saranno passati due o tre minuti, cinque al massimo. Eppure non sento già più il braccio destro. Dev’essere passato più tempo. Strano, perché mi sembra di ricordare tutto senza interruzioni, da quando è arrivata la valanga. Ma il braccio non può essersi congelato così in fretta. Devo essere svenuto ed essermi risvegliato senza rendermene conto.
Chissà da quanto tempo sono qua sotto.
E chissà come sono messo. Vediamo: capovolto, mi pare. Sì, le gocce di neve sciolta mi risalgono su per il naso e me le ritrovo in gola. Di sicuro sono a testa in giù.
Spero solo che Federico abbia visto il punto preciso dove sono finito e possa mandare subito i soccorsi a tirarmi fuori. Del resto ho in tasca il segnalatore che m’ha dato lui. Sì, mi troveranno, devo solo resistere a questo freddo, stare calmo, cercare di respirare piano e aspettare, sarà questione di pochi minuti ancora.
Che strano destino trovarmi così, schiacciato a morte da una massa enorme di neve, proprio io che ho sempre amato questo magico elemento più di ogni altro.
Con tutta la fatica che ho fatto per convincere Rita della fantastica bellezza della neve: - Pensa all’armonia geometrica dei fiocchi che cadono a miliardi, dove ogni cristallo ha la forma perfetta e inevitabile di un’opera d’arte, eppure non ce ne sono due uguali l’uno all'altro.
- Puoi dire quello che vuoi - rispondeva lei - tanto quest’anno a Bardonecchia non ci vengo.
- Ma come fai a non amare la neve - insistevo - questa unione meravigliosa dei due elementi più essenziali alla vita, l’acqua e l’aria, nella forma più leggera e delicata che esista al mondo?
- Èffredda. - replicava in tono definitivo, raddoppiando bene la effe a rimarcare le sue origini napoletane con un accento pieno del calore del paese d’o sole.
- Ma scusa, io ci vengo tre mesi ad Alassio. Perché tu non puoi venire tre mesi a Bardonecchia senza fare il muso ogni volta?
- Non è la stessa cosa.
- E perché?
- Perché lassù faffreddo. - qui le effe diventavano tre e la conversazione poteva considerarsi chiusa a tripla mandata.
Per fortuna abbiamo conosciuto Federico, ad Alassio.
- Lo vedi amore - le ho detto - che si può benissimo passare l’estate al mare e l’inverno in montagna?
- Ma lui ci va per lavoro - obiettava lei all’inizio.
Infatti faceva il bagnino ad Alassio, d’estate, e d’inverno il maestro di sci a Cortina.
Gli ho chiesto di parlarle, come maestro di sci e appassionato di montagna: di cercare di farle capire la gioia di scendere con gli sci ai piedi, tracciando linee flessuose sulla pista mentre senti sul viso la carezza fresca dell’aria insieme al calore del sole che rimbalza dalla neve.
Non so cosa le abbia detto, ma finalmente le cose sono cambiate. Da due anni non c’è più bisogno di litigare: tre mesi ad Alassio e tre mesi a Cortina, e tutti contenti. Possiamo permettercelo, con quello che mi passano i miei.
È un tipo in gamba, Federico, e un amico vero. Adesso mi sta insegnando ad andare in neve fresca. Non mi ero mai azzardato a uscire fuori pista, ma con uno come lui c’è da stare tranquilli.
Cioè, non dovrei dirlo proprio ora, che non so neppure se ho ancora i piedi, là sotto. Anzi, là sopra.
Beh, un brutto incidente può capitare, ma Federico mi tirerà fuori, ne sono sicuro. Ho in tasca il segnalatore, e poi ha visto certamente il punto esatto dove sono finito. È rimasto in cresta proprio per vedermi scendere. - Vai tu per primo - mi ha detto - io resto qui a vedere come scendi. E ricordati di parlare con gli sci, sono le parole che li guidano.
È la sua particolare teoria: secondo lui ci sono delle parole che vanno ripetute al momento giusto, dotate del potere di dirigere gli sci. All’inizio mi sembrava una fesseria, ma poi ho scoperto che è proprio vero.
L’ultima parola era “Conduzione”, da ripetere durante la curva per garantirsi una traiettoria perfetta.
E siccome la conduzione dello sci è ancora più importante in neve fresca, a ogni curva ripetevo tra me - conduzione conduzione conduzione - mentre disegnavo una serie di esse precise ed eleganti a tagliare tutto il versante, sotto lo sguardo attento di Federico rimasto in cresta a vigilare, quando mi è caduta la montagna addosso.
Ne ho dovuta masticare di neve per liberare la bocca e riuscire a respirare almeno un po’. Se solo questa bolla d'aria potesse durare a sufficienza. Sono certo che i soccorsi stanno per arrivare. Strano però che non si senta ancora l'abbaiare dei cani. Dovrebbero già essere qui. Però bisogna vedere a quanti metri sono sepolto.
Certo che qui di luce ne arriva davvero poca, anzi è proprio buio pesto. Dev’esserci una montagna di neve sopra di me.
Dio che freddo: e non sento più niente.
Il corpo. Non sento più il corpo.
Solo le labbra, che mi sembrano enormi, e la faccia intorno agli occhi.
Altro, niente. Le dita delle mani: niente. Piedi e gambe: niente.
Mi sta venendo sonno. Forse sto morendo.
Così. Morendo. Che parola assurda. Sembra ballare sulle ultime sillabe.
Morendo: gerundio presente. La maestra Rivelli ci teneva tanto ai verbi. Cara vecchia maestra Rivelli, come piangevamo noi della terza B al suo funerale. Ma i verbi ha fatto in tempo a insegnarceli; posso dire grazie a lei se ora so di morire in gerundio presente.
Povera Rita, sarà dura doversela cavare da sola.
Per fortuna abbiamo fatto pace proprio la settimana scorsa, almeno conserverà un buon ricordo di me. Non valeva davvero la pena di restare arrabbiati per una faccenda stupida come l’assicurazione sulla vita. Che poi, a pensarci adesso, devo ammettere che aveva ragione lei: abbiamo fatto bene a firmare per una cifra così alta. Bastava tanto poco per farla tornare serena.
Anzi, più che serena. Questa mattina, quando mi ha salutato: - Vai caro, non preoccuparti per me, è solo un po’ di raffreddore, starò benissimo in albergo. Approfittane per fare finalmente quel giro fuori pista con Federico, so che ci tieni tanto –, aveva di nuovo quella luce negli occhi.  Quella stessa luce che mi aveva fatto impazzire la prima volta, quando le chiesi di sposarmi la sera stessa del nostro incontro. Così ho pensato che forse saremmo tornati a fare l’amore, dopo tanti anni.
Sì, sono sicuro che questa sera al mio ritorno, se ci fosse un ritorno, avremmo fatto l’amore, proprio come una volta. Non posso sbagliarmi, c’era una promessa in quello sguardo.
Adesso però è proprio finita.
Mi sento solo più la base del naso, e niente altro. Tutto il mio essere concentrato lì, in quell’unico punto, pronto a staccarsi, a scivolare in un sonno accogliente.
Dolce.
Questa è la morte, dunque. Sto morendo di freddo.
Mi piace. Se lo sapevo non avevo paura, prima.
No, non è così che si dice. La maestra mi correggeva sempre: se lo avessi saputo non avrei avuto paura. Sì, è così che devo dire, però che strani pensieri vengono in punto di morte.
Oh buongiorno, maestra Rivelli, allora è lei. Ma pure da morta mi deve rompere i coglioni coi congiuntivi?







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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:02 )
 

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