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Bruno Burdizzo - sulle onde PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Domenica 24 Luglio 2011 10:04

 

 

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SULLE ONDE

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 6 febbraio 2005




E pensare che...
Sera, tintinnio di bicchieri, lontano suona un buzuki, il respiro notturno del mare.
E pensare che...
Arriva la nostra bottiglia, gorgoglia il vino freddo in una nuvola d’anice, lontano ammicca il faro di Kos.
E pensare che il mare a me...
Una risata dal tavolo in fondo, un pescatore ubriaco. La venditrice di acciughe, un donnone che le puzzano ancora le dita, coi denti gialli di tabacco e sigaro, gli versa l’ultima Metaxa e lui stramazza col bicchiere mezzo pieno.
E pensare che il mare a me non è mai piaciuto.
Stramazza anche il donnone. Ha finito l’ultimo bicchiere. La portano fuori in quattro. Il buzuki ha stonato il sirtaki e il faro di Kos sembra ridere di lui. Il respiro del mare si fa più pesante.
Non mi è mai piaciuto il mare. Troppa acqua. Troppe onde. Lo guardo, mi guarda, e ride. Troppe onde? Sì. Tira giù un sorso di quella resina fredda. Troppo instabile.
Si è alzata una brezza leggera. Ora è pace sulla terrazza. La gente mormora, le candele fremono, le stelle, come sempre, stanno a guardare. Come il faro di Kos, che se ne fotte, e lampeggia.
Certo, una bella sfiga, dico io, che non ti piaccia il mare. Io lui lo conosco da trent’anni, e siccome ne ho quaranta e ne ha quaranta anche lui posso dire che lo conosco da una vita. È una bella sfiga che non ti piaccia il mare, dico io, visto che sei nato a Lampedusa! Tutte quelle onde! dice lui, vuoi mettere con la solidità della roccia? La sicurezza di camminare dritto su una strada di pianura? Senza venti che ti portano, senza correnti, senza paura delle burrasche, senza tutto quell’andare su e giù? Vuoi mettere la stabilità del continente?
Ho capito, c’è di mezzo una donna, dico io. Verso un altro bicchiere. So di aver colto nel segno, sì, c’è di mezzo una donna. Quando lui cambia idea così, repentinamente, e se ne viene fuori con ‘ste cazzate, non c’è dubbio che c’è di mezzo una donna. Ma lui non risponde, fa quel mezzo sorriso che gli conosco bene, ammucchia le briciole sulla tovaglia, le sparpaglia, non dice.
Dal mare la brezza è quasi vento, che spettina. Le candele frrr e finiscono in un filo di fumo. In un danzare di ombre sbatacchia la lampadina appesa al pergolato. Il faro di Kos si vede e non si vede perché il respiro del mare lo copre a tratti, nella gonfia. Stanotte ci sarà burrasca.
Stanotte ci sarà burrasca, dice lui, e sono cazzi per quelli che stanno là fuori. Meglio la pianura? dico io. Meglio, sì, dice lui, al massimo ti ripari in un capanno, aspetti che spiova, e poi coi tuoi gambali, nel fango, te ne torni fischiettando. Fischiettando? e dove te ne torni fischiettando? A casa, dice lui, alla fattoria. Zappa in spalla, ecco là il tetto, il comignolo, il cortile, il cane ti ha sentito arrivare e ti chiama, un’occhiata al bestiame, l’ultima sigaretta della sera davanti alla pianura, ai campi, al granturco, e dentro ti aspetta un focolare e una zuppa fumante. E chi te la prepara la zuppa? chiedo io, bastardo. Lui ride, beve, cambia discorso.
Si stanno spegnendo le stelle, a occidente. Avanza il fronte oscuro. Penso a quante ne abbiamo passate, io e lui, sulle onde. Sulle onde. Ricordi? ho capito che a lui non gli va di parlare di lei. Te la ricordi quella notte al traverso di Puerto Sin? Il mare un olio. Stelle. Un bicchiere, un caffè, poi, d’improvviso, si gonfia la randa, il fiocco sbatte, la prua s’impenna. Tu agguanti il timone, io mi fiondo alle scotte. Ti porti al vento. Due mani di terzaroli e poi ti metti in rotta e via si va con grinta, sulle onde, con gli schiaffi di schiuma sul viso. Una bolina stretta, tesa, nella notte. Vuoi mettere l’orto, il bestiame, e andar via fischiettando?
Lui ride. Ci ha portato fuori rotta quel vento, dice, e abbiamo mancato Maracaibo di molte miglia, perdendo un giorno a risalire la costa. Il fatto è, dice lui guardandomi intensamente, che sulle onde non sei tu che decidi. Sulle onde decide lui. E fa un gesto verso il mare dove intravedo in un velo di nebbia l’ultimo palpito del faro di Kos.
Quanti anni ha? la butto lì, insieme a un sorso. Ventotto, dice lui. Capisco, ventotto lei, quaranta lui, per una storia così uno può anche tradire il mare, con la scusa delle onde! D’altronde è giusto che un uomo, a un certo punto della sua vita, metti a quarant’anni, scopra di aver bisogno di stabilità. Di terra dura sotto i piedi. Di un orizzonte stabile. Tutto questo lo penso mentre un sorso di retsina prende la via sbagliata e mi fa tossire anche l’anima. Ventotto anni, boia d’un mondo! e com’è? carina? Insomma. Simpatica? Insomma. E dove l’hai trovata?
Un boato di schiuma s’infrange sulla scogliera e ci piove addosso. Un fracasso di vento. È tutto un correre e scappare, è tutto un rintanarsi in casa, nella taverna, tra bicchieri rotolanti e svolazzare di tovaglie. Ma noi no. Stiamo lì, seduti a guardarci e bere retsina annacquata come niente fosse. Dal cielo ci si riversa addosso mezzo mare. Io non mi muovo. Lui non si muove. sotto di noi la risacca si ritira rantolando, il mare freme, ringhia. L’onda si gonfia, avanza, compatta, esplode in una cateratta di schiume.
La risacca, la gonfia, lo scoglio, la botta.
L’hanno fatto incazzare, dico io, Poseidone, Nettuno, lui lì, col suo tridente. Lui mi guarda, la faccia bagnata, rivoli di pioggia e mare. L’hai fatto incazzare tu, dico io, con le tue storie di pianure e fattorie.
La risacca, la gonfia, lo scoglio, la botta.
Lui non dice niente. È un uomo fatto di mare. E se gli togli il mare gli togli il fiato. Sei fatto per stare sulle onde, dico io, e se ti tolgono le onde, amico mio, tu non ti reggi in piedi.
La risacca, la gonfia, lo scoglio, la botta.
Lui, non so come, ha ancora la sigaretta accesa, in tutto quel piovere. Soffia un fumo denso, che il vento porta via. Si alza e si allontana. Le mani in tasca. Nella bufera. Con quel suo passo notturno, da marinaio. Con quel suo passo abituato a stare sulle onde.

Non ho saputo più niente di lui da quella sera a Othonoi. Poi è passata una vita. Sono passate altre onde, bonacce, burrasche... Altre correnti, altre onde, mi hanno portato altrove. Ho conosciuto altra gente, altri porti, altri mari. Finché un giorno, tornato, me lo rivedo davanti. Stesso posto d’allora. Invecchiato. Con un volto scavato di rughe. Con quel suo pastrano blu, lo stesso d’allora. Con quel berretto, lo stesso. E con la stessa sigaretta incollata alle labbra. Altri vent’anni sono passati da allora. Ma il mare è lo stesso. Un mare grigio, invernale, di piombo, com’è di piombo il cielo. Onde s’increspano, grigie. Fa freddo. Mi metto lì accanto senza parlare, a guardare le onde con lui. Gridano gabbiani. Non gli chiedo. Non mi dice. Non lo so quali onde l’abbiano portato via e dove, non lo so quali onde l’abbiano riportato qui. Non lo so quali mari, o pianure. Non chiedo e non so. Dall’alto i gabbiano guardano due vecchi, che se ne stanno in piedi, zitti, davanti a tutto quel mare. Dietro la terra, granitica, immobile. Davanti nient’altro che il vento, che scivola scivola piano. Sulle onde.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:03 )
 

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